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RAGAZZA TRISTE MANI

Shutterstock/Irina Kozorog

Paola Belletti - Aleteia Italia - pubblicato il 18/07/17

Tutto viene presentato come opzione possibile, piacevole, equivalente ad altre alle quali viene affibbiata una nuova grottesca perifrasi. Il linguaggio viene come abusato e forzato a deformare la realtà. Anche se potrebbe sembrare un’operazione semplicemente bizzarra o innocua, riferirsi alla conoscenza carnale tra un uomo e una donna descrivendo semplicemente il fatto genitale è invece una riduzione violenta e colpevole. Riduce il gesto ad una specie di ginnastica. Faccio Pilates, faccio Yoga, corro e faccio quello.

La cosiddetta educatrice newyorkese allude nel suo articolo, che vanta 6 mila like, a livelli di piacere che il sesso tradizionale non potrebbe offrire mentre invece omette, io credo consapevolmente e con grave colpa, il fatto gravissimo della violazione che si compie sulla persona. Queste pratiche, se proprio ci si vuole rivolgere alla storia, remota e vicina, come fa lei in un rapido e presuntuoso passaggio, sono quasi sempre associate ad atti di umiliazione e sottomissione e spesso anche svincolate dal godimento sensuale.




Leggi anche:
Il sesso, come Dio comanda…

Questione filosofica e spirituale

Ecco una delle frasi che ho individuato e che esprime l’impianto che vorrei denunciare e smontare.

È un’affermazione apodittica, messa lì anzi come dovesse apparire da sola nella sua verità auto evidente o facilmente dimostrabile. Non è così.

(quel tipo di pratica, ndr), anche se spesso stigmatizzato, è un modo perfettamente naturale per impegnarsi in attività sessuali. Le persone hanno avuto sesso (di quel tipo) dall’alba dell’umanità. 

Non era l’alba. Eravamo già a mezzogiorno inoltrato. L’uomo aveva già perduto l’innocenza originaria e il corpo aveva già iniziato a disobbedire allo spirito così come l’uomo aveva disobbedito a Dio. Ma il corpo, da quella svolta catastrofica, non è diventato il male. E tanto meno la sessualità.

La via del “lasciatevi andare” è ancora e sempre la classica scorciatoia di chi si ostina a negare o proprio non vede – oppure intende dare il proprio contributo nel perdere del tutto l’uomo – non vede, dicevo, la natura ferita che ci accomuna tutti. La sessualità non va liberata nel senso di privata del controllo e sottratta alla disapprovazione e alle varie forme di sanzione sociale; ma va guarita (così dice ampiamente e chiaramente Benedetto XVI nella Deus Charitas est). E il disagio che si prova nel compiere determinate azioni disordinate è il castigo intrinseco di quelle stesse opere, non la pena inflitta da una società cattiva.

Va guarita ed educata – e non consegnata all’istinto come un bambino ad un mercante di schiavi- perché torni a brillare nel suo splendore che unisce e spiega –perché apre e chiarisce- la nostra natura materiale e spirituale insieme. Non siamo soggetti che dispongono di un corpo. E questo, dall’autrice femminista che vi ho citato, viene detto continuamente. È presupposto in ogni sua affermazione. Hai un corpo? Disponine come credi..

Ti servono solo delle nozioni igienico-sanitarie e un piano di allenamento progressivo. (“Io ti aiuterò solo a farti sapere come funziona questo e quell’aggeggio” sembra dire con una falsa benevolenza, con un tono accomodante e complice; e parla del funzionamento sia dei giochi, veri e propri oggetti, sia delle parti anatomiche interessate dall’azione suggerita). Ma io credo e dispongo e penso e ragiono e amo addirittura con il corpo. Non dentro il corpo, fluttuando al suo interno, non toccandone nemmeno le pareti manco fosse una sorta di strano contenitore Tupperware evoluto. Questo veleno, mi raccontò una volta il Card. Caffarra in un’intervista, è stato ingoiato dal Cristianesimo stesso e dalla civiltà che ne è scaturita addirittura con il neoplatonismo.

Per cui questi frutti vengono da lontano. Hanno gettato rami sul fusto di una concezione dell’uomo incompleta, ingiusta anche.

No, non possediamo del corpo come di cosa, di res extensa che misuriamo da fuori e basta.

E sapere certe cose o fare certe cose non ci lascia uguali. Pensare certe cose di noi, (soprattutto in una fase evolutiva così preziosa e delicata come la prima giovinezza), della nostra sessualità, illuderci di poter esercitare tutto il catalogo di pratiche e combinazioni di pratiche che sono state inventariate fino ad ora senza che questo lasci traccia in noi è un’infezione che dobbiamo cercare di risparmiare ai nostri figli.

Ancora una volta la via è la proposta positiva, bella, vera dell’affettività e della sessualità e la fornitura di armi e corazze adeguate alla difesa delle persone  – anima e corpo –  dei nostri giovani e giovanissimi.


PAPA' FIGLIO PUGILATO

Leggi anche:
Un progetto per armare i nostri figli contro la pornografia

Ho soppesato il più a lungo che mi è stato possibile. Ho chiesto ad altre mamme, colleghe giornaliste…alla fine abbiamo deciso che almeno mettere una segnaletica chiara attorno ad una voragine aperta intenzionalmente lungo le strade – anche digitali- che possono percorrere i nostri figli, i nostri giovani fosse da fare.

Il segnale che più ci preme sempre e comunque che incontrino i nostri lettori e fino dove potranno arrivare i nostri contenuti è quello che riguarda il cuore della fede. Il cuore del mistero della nostra Redenzione e la possibilità concreta, possibile in ogni istante, di entrare in relazione con Gesù Cristo perché la vera tragedia, la vera ingiustizia che subiscono i nostri figli, nipoti, bambini è quella di non vedere il proprio cuore abitato da Cristo.

Lo dice Eugenio Corti nel poderoso, necessario romanzo Il Cavallo Rosso.

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affettivitàeducazione cristianainternet
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