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Si salvò dalla dittatura grazie a Bergoglio, oggi lo incontra da Papa

Luis Somoza / Facebook
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Alfredo Luis Somoza racconta il suo incontro, lo scorso 30 giugno, con “Padre Bergoglio”

Il giornalista e presidente dell’Istituto di Cooperazione Economica Internazionale (Icei), Alfredo Luis Somoza da giovane studente perseguitato dalla dittatura argentina del generale Jorge Rafael Videla, riuscì a fuggire, e a riparare in Italia, grazie all’aiuto di Jorge Mario Bergoglio, all’epoca provinciale dei gesuiti argentini. Somoza racconta che quello in Vaticano è stato un’incontro fugace, sguardi che si riconoscevano dopo tanti anni e che tornavano indietro ai tempi bui. Ma ha anche spiegato che: «Francesco con il suo grande sorriso ha trovato la battuta giusta, e devo dire molto argentina, salutandomi con un: “Chi avrebbe mai detto che ci saremmo ritrovati qui?”»

Su La Stampa una intervista a Somoza, che in questi 38 anni è divenuto cittadino italiano grazie al fatto che sua madre aveva origini italiane, garantendo così dopo lo status di rifugiato politico, la sua permanenza in Italia.

Dopo 38 anni cosa vi siete detti quando, venerdì scorso 30 giugno, vi siete incontrati di nuovo?  

«Quando era stato scelto come Pontefice, era in uscita un mio libro, “Oltre la crisi”, che riuscii a fermare in tipografia per aggiungere un ultimo capitolo, “Il primo Papa dell’era Brics”, dedicato al nuovo Pontefice. Lo inviai a Papa Francesco che mi ricambiò con una bella lettera di benedizione. Finalmente venerdì scorso ho avuto l’opportunità di poterlo ringraziare di persona durante l’udienza per i 50 anni dell’Istituto per i rapporti tra Italia e America Latina. È stato un’incontro fugace, sguardi che si riconoscevano dopo tanti anni e che tornavano indietro ai tempi bui. Ma Francesco con il suo grande sorriso ha trovato la battuta giusta, e devo dire molto argentina, salutandomi con un: “Chi avrebbe mai detto che ci saremmo ritrovati qui?”».

Come valuta il ruolo che sta avendo la Chiesa argentina adesso che su quell’epoca si è aperto un nuovo capitolo, in particolare con la decisione, condivisa da Conferenza episcopale argentina e Santa Sede, di rendere accessibili alle vittime e ai familiari diretti dei desaparecidos i relativi documenti presenti negli archivi ecclesiali?

«Credo che finalmente sia stato fatto un atto dovuto. Non basta il mea culpa che Francesco, da arcivescovo di Buenos Aires, fece fare alla Conferenza episcopale, ci vogliono anche atti concreti che possano aiutare a chiarire una verità scomoda, ma dovuta ai parenti delle vittime della dittatura. Per molte questioni latinoamericane, come il perdono ai ministri-sacerdoti del Nicaragua, la beatificazione di monsignor Romero e altre, Francesco è stato un grande “riparatore” di errori commessi in passato e che avevano avuto come conseguenza l’allontanamento della Chiesa di tanti fedeli. La Chiesa di Francesco è in linea con il Concilio Vaticano II, l’unica via per tornare “popolare”».

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