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Somoza: “Papa Francesco mi aiutò a sfuggire alla dittatura”

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Parla una delle persone aiutate da Bergoglio a sfuggire alla persecuzione e raccontate dal libro-inchiesta di Nello Scavo

In occasione dell’uscita e della presentazione del libro di
Nello Scavo
La lista di Bergoglio. I salvati da Francesco durante la dittatura. La storia mai raccontata” (EMI, pp. 192, euro 11,90), Aleteia ha contattato una delle persone che fu aiutata dal futuro Papa a salvarsi dalla dittatura argentina tra gli anni ’70 ed ’80,
Alfredo Luis Somoza, giornalista e direttore dell’Istituto di cooperazione economica internazionale (Icei).
 
Direttore, lei è una delle decine o forse centinaia, di persone che sono state aiutate da Bergoglio durante la dittatura in Argentina. Come mai si trovava in pericolo? E come la aiutà il futuro Papa?

Somoza: Io stavo finendo il liceo durante il colpo di stato del 76 e avevo avuto una certa esposizione come rappresentante di istituto. L’università di Buenos Aires mi negò l’ingresso e l’iscrizione all’università. Io trovai accoglienza in quella gesuitica del Salvador, Bergoglio l’aveva data in gestione a dei laici, parliamo del ’77-’78 e ad una politica di accoglienza verso chi la pensava diversamente. In modo informale avevano mantenuto la democraticità nell’Ateneo. Egli ci dava consigli, a noi studenti, facendoci capire il disegno criminoso del regime. Bergoglio metteva in salvo anche non argentini. Per la mia attività di pubblicista dovetti subire un procedimento giudiziario, riparai in Brasile in ambienti vicini all’Ordine dei Gesuiti, grazie all’intercessione di Bergoglio.
 
Lei è rimasto in contatto con Bergoglio negli anni successivi?

Somoza: Arrivato in Italia, sono stato riconosciuto come rifugiato politico, poi sono divenuto cittadino grazie al fatto che mia nonna era italiana, non ho più avuto contatti con lui, ma  ho seguito la vita di Bergoglio come vescovo e poi come Presidente della Conferenza episcopale.
 
Lei sapeva che Bergoglio stava aiutando tutte quelle persone? Ne aveva il sospetto?

Somoza: Noi sapevamo che qualcosa c’era. Nel nostro ambiente abbiamo sentito storie su questo. Tuttavia in nessun modo sono state mai dette pubblicamente e sono convinto che nessuno sapesse degli altri. Bergoglio e la Compagnia si erano tenuti equidistanti rispetto alla dittatura, e lo stesso Bergoglio intratteneva dei buoni rapporti con Videla, fu anche grazie a questo suo tenere un basso profilo che poté chiedere di intercedere ad alcuni di loro per qualche prigioniero o qualcuno accusato ingiustamente.
 
Cosa ricorda di quel periodo, che tipo di clima c’era in Argentina in quegli anni?

Somoza: Il clima era di terrore, quasi surreale. C’erano due realtà: una apparente che permise lo svolgimento dei mondiali di calcio nel ’78, che apparentemente funzionava correttamente, nel consesso delle nazioni. L’altra era quella vera, in cui c’era un paese senza libertà di stampa, di pensiero, di associazione sindacale, di insegnamento e che al calar della notte vedeva imperversare le squadre della morte. Un paese che viveva in questa cappa di terrore in cui non si sapeva tutto, ma si intuiva il dramma. Tutto questo durò fino alla sconfitta militare subita contro l’Inghilterra nel 1982. L’Argentina – paradosso della Guerra Fredda –  non venne mai messa al bando, non subì sanzioni, perché aveva la protezione dell’Unione Sovietica che regolarmente bocciava i tentativi di Carter di far approvare all’ONU risoluzioni in questo senso. Questo perché l’Argentina era l’unico paese che continuò a vendere armi all’URSS dopo l’invasione dell’Afghanistan. Un paradosso nel paradosso, confermato dal fatto che il Partito Comunista argentino  (una piccola formazione politica, ndr) fu l’unica associazione politica che poté continuare in una qualche misura le proprie attività senza la censura del regime per via del loro legame con Mosca. 
 
A suo giudizio la Chiesa è stata davvero “silente” con il regime? Poteva fare di più?

Somoza: La Chiesa si era compromessa, chi si opponeva direttamente veniva ucciso o spariva nel nulla. C’erano ampi settori della Chiesa soprattutto a livello di Conferenza Episcopale molto vicini alla dittatura come monsignor Pio Laghi (che in quegli anni era nunzio apostolico in Argentina) che giustificavano i militari. Ma la “chiesa di base”, i parroci, e gli Ordini religiosi, come gli stessi gesuiti, che invece fecero molto.
 
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