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Padre Bergoglio mi ha salvato la vita durante la dittatura argentina

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Associated Press - pubblicato il 17/03/14

Nuove rivelazioni sull'azione di papa Francesco contro il terrore di Videla

Militante di sinistra, Gonzalo Mosca sapeva di avere i giorni contati. Ad appena 27 anni si era rifugiato in Argentina scappando dai militari del suo Uruguay. Non immaginava che un piano repressivo coordinato dai regimi del Cono Sud negli anni Settanta lo avrebbe trasformato in un perseguitato anche a Buenos Aires.

“Sentivo che mi stavano alle calcagna tutto il tempo. Pensavo che da un momento all’altro mi avrebbero ucciso”, ha ricordato.

Dopo essere sfuggito miracolosamente a un’ispezione militare nel luogo in cui era nascosto a Buenos Aires, Mosca chiese aiuto a suo fratello, un sacerdote gesuita che lo mise in contatto con il suo superiore, Jorge Mario Bergoglio, che lo andò a cercare e lo mise in salvo. Oggi gli si incrina la voce ricordando i 30 chilometri che percorse su un’automobile guidata dal futuro papa fino al Colegio Máximo dei gesuiti, nel quartiere di San Miguel.

“Mi diede delle indicazioni: ‘Se ci fermano, dì che vai a un ritiro spirituale’, ‘Cerca di passare inosservato’. Lui sembrava molto tranquillo. Mi faceva dubitare del fatto che sapesse in che guaio si stava mettendo. Se ci avessero presi avrebbero ucciso entrambi”, ha dichiarato Mosca all’Associated Press da Montevideo. Dopo essersi nascosto per vari giorni nel Colegio Máximo, fuggì in Brasile.

Giura di dovere la vita all’attuale papa

Nel primo anno del suo pontificato, Francesco non solo ha rivitalizzato la Chiesa cattolica parlando a favore dei poveri e della misericordia, ma ha anche spazzato via alcuni dei dubbi sul suo ruolo durante la dittatura militare, durata dal 1976 al 1983.

Quando è stato eletto papa, sono state messe in circolo denunce in base alle quali Bergoglio avrebbe fatto finta di niente di fronte alle atrocità che si stavano commettendo e avrebbe consegnato alle forze di sicurezza due gesuiti che militavano in quartieri poveri e che vennero sequestrati nel maggio 1976, Francisco Jalics e Orlando Yorio. Jalics, l’unico dei due ad essere ancora vivo, non rimprovera tuttavia nulla al pontefice. Parallelamente, sono saltate fuori rivelazioni per le quali Bergoglio avrebbe aiutato molte persone a cui diede rifugio nel Colegio Máximo dei gesuiti, evitando che il loro nome figurasse tra quelli dei 30.000 desaparecidos che ci sono stati durante la dittatura, in base ai dati delle organizzazioni per i diritti umani.

Il giornalista argentino Marcelo Larraquy stima che il pontefice abbia salvato “due o tre dozzine” di persone, mentre Nello Scavo, scrittore italiano autore del libro “La lista di Bergoglio”, parla di un centinaio.

Scavo ha detto di aver trovato documenti e testimonianze che escludono qualsiasi collusione dell’attuale papa con il regime, evidenziando piuttosto il suo aiuto ai perseguitati. “La lista di Bergoglio non è ancora chiusa”, ha aggiunto lo scrittore, il cui libro verrà trasformato in un film.

Il Premio Nobel per la Pace Adolfo Pérez Esquivel ha affermato che “Bergoglio ha contribuito ad aiutare i perseguitati e si è impegnato a ottenere che i sacerdoti del suo ordine sequestrati venissero liberati, ma non ha partecipato alla lotta per la difesa dei diritti umani contro la dittatura”.

Il sostegno spirituale che la gerarchia della Chiesa cattolica ha offerto agli oppressori ha gettato un alone di sospetto sull’azione dei sacerdoti, Bergoglio incluso.

“La complicità della Chiesa è stata fondamentale per far sì che la dittatura si consolidasse. I repressori affermavano che venivano a ristabilire i valori ‘occidentali e cristiani’, e il sostegno della Chiesa a livello istituzionale è stato determinante”, ha dichiarato l’avvocato Myriam Bregman, querelante in processi per crimini di lesa umanità. Bergoglio “non arrivava alla complicità (con i militari), ma cercava di sopportare l’orrore in silenzio”, ha detto Larraquy. Allo stesso tempo, “ha utilizzato il Colegio Máximo come rifugio per proteggere sacerdoti e seminaristi a rischio. Li chiudeva nell’edificio, dava loro assistenza e cibo e istituì una rete logistica per facilitare il loro espatrio, ma per ottenere rifugio dovevano abbandonare ogni tipo di militanza politico-pastorale”.

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argentinapapa francescoteologia della liberazione
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