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Le donne sono “impure” dopo il parto? Che cosa si può fare?

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Ci ripugna anche solo sentirne parlare, ma nella Rivelazione ha un suo posto – biblico e liturgico – anche il rituale di purificazione delle puerpere. Qual è il loro senso teologico e perché farlo ancora oggi

Il Signore aggiunse a Mosè: «Riferisci agli Israeliti: Quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà immonda per sette giorni; sarà immonda come nel tempo delle sue regole. L’ottavo giorno si circonciderà il bambino. Poi essa resterà ancora trentatré giorni a purificarsi dal suo sangue; non toccherà alcuna cosa santa e non entrerà nel santuario, finché non siano compiuti i giorni della sua purificazione. Ma se partorisce una femmina sarà immonda due settimane come al tempo delle sue regole; resterà sessantasei giorni a purificarsi del suo sangue.
Quando i giorni della sua purificazione per un figlio o per una figlia saranno compiuti, porterà al sacerdote all’ingresso della tenda del convegno un agnello di un anno come olocausto e un colombo o una tortora in sacrificio di espiazione. Il sacerdote li offrirà davanti al Signore e farà il rito espiatorio per lei; essa sarà purificata dal flusso del suo sangue. Questa è la legge relativa alla donna, che partorisce un maschio o una femmina. Se non ha mezzi da offrire un agnello, prenderà due tortore o due colombi: uno per l’olocausto e l’altro per il sacrificio espiatorio. Il sacerdote farà il rito espiatorio per lei ed essa sarà monda».

Lev 12, 1-8

E – anche se la Dei Verbum non ci diffidasse dal prendere sotto gamba un testo solo perché “non ci dice molto” – il Nuovo Testamento fa riferimento a questa normativa di purità rituale anche per quanto riguarda lo stesso Gesù, ovvero per sua madre che l’aveva partorito e per il di lei marito, che diede il nome al figlio di lei e l’accompagnò da Nazaret a Gerusalemme per la purificazione:

Quando furono passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima di essere concepito nel grembo della madre.
Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore [cf. Lev 5,11; 12, 8].

Lc 2, 21-24

Mi fa una certa impressione osservare che una nota così legata al parterre veterotestamentario si trova in Luca, cioè nell’evangelista più direttamente influenzato dalla missiologia paolina (e dunque “aperto” all’orizzonte dei non-ebrei), e non in Matteo, che più di tutti appare interessato a mostrare ai giudei come Gesù compia le promesse sul messia da loro atteso. E sì che per molti aspetti a Luca sarebbe stato più agevole glissare su certi dettagli scomodi, in riferimento al proprio “target editoriale”: e invece no, anche questa anomalia ci mostra che davvero l’unità dei due Testamenti è dottrina costante e perpetua di tutta la Chiesa. Dunque anche a noi questo testo può dire qualcosa, poiché deve farlo.

Teologia della purificazione

La mia vecchia amica, quella di cui sopra, ha ricevuto molteplici doni di natura e di grazia. Tra questi spicca un acutissimo sensus fidei, col quale si orienta agilmente nella selva delle tradizioni ecclesiastiche e individua la grande Tradizione in cui scorre il fiume della Verità. Mi diceva dunque la mia amica:

È importante perché, sai, il parto è un evento traumatico sia per la madre sia per il figlio: è cosa buona arginare gli effetti di questo trauma in tua moglie e in tua figlia…

Parlando con me la mia amica non si è dilungata in dettagli, ma le sue poche parole sottendevano grandi e importanti temi teologici:

  • il parto è un evento naturale conforme al piano originario di Dio (Gen 1, 28); ma
  • nella concretezza della dimensione esistenziale storica (“lapsaria”, in termini teologici) esso è un effetto e a sua volta un mezzo in cui si esprime la dolorosa “ferita originaria” (Gen 3, 16) che affligge tutta la creazione fino alla fine del mondo (Rom 8, 22); (va compreso a fondo che
  • tale dolore non si limita al semplice sconquasso fisico del travaglio e dell’espulsione, riferendosi più ampiamente all’attiguità esistenziale di vita e morte che si dà peculiarmente in quel momento: la mitica anestesia epidurale non può nulla, riguardo a ciò); inoltre,
  • come per la fatica di ogni lavoro umano, anche al parto il cristianesimo annette un certo valore salvifico (1 Tim 2, 15) – ogni “croce” (in latino “cruciari” sta per “soffrire”) è passione nei due sensi di dolore e di amore; ogni croce accolta e vissuta nel Crocifisso «diventa bilancia per il corpo / e strappa all’Inferno la sua preda» (Venanzio Fortunato, Vexilla regis).

Dunque, poiché la stessa Vergine Maria – che in nessun senso era più impura di qualunque puerpera (anzi…) – si è docilmente sottoposta al dettame della Legge mosaica e l’evangelista delle genti non si è vergognato di raccontarcene il dettaglio (compreso il fatto che la giovane famiglia dovette fare “l’offerta al ribasso”, tra quelle disposte dalla norma…), vediamo che cosa la Chiesa propone oggi alle donne che partoriscono e ai loro neonati, per lenire i traumi del corpo, della psiche e dello spirito… e per unirli anzi alla Passione di Cristo trasformandoli in mezzi di salvezza.

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