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Le due menzogne del nostro tempo che uccidono l’amore

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I falsi miti del nuovo e della libertà che ci negano di vivere “il per sempre”

L’amore eterno è ancora possibile? Perché sembra per molti un valore definitivamente morto? Spesso assistiamo ai discorsi molto cinici di chi sostiene che qualunque amore, anche il più grande, è inevitabilmente destinato a non durare per sempre, ma è veramente così?

Nel libro “Diario di uno psicologo distratto” il dottor Davide Cinotti, psicoterapeuta e Direttore del Centro Diocesano Famiglia della Diocesi di Alife-Caiazzo (CE),  affronta le problematiche attuali dell’amore individuando due falsi miti peculiari del nostro tempo.

LA MENZOGNA DEL NUOVO

Il primo è la menzogna del nuovo: siamo convinti che la novità sia di per sé fonte di felicità per la nostra vita, siamo ossessionati da quello che ci manca, viviamo senza godere del presente ma con lo sguardo continuamente proiettato al futuro che sogniamo meraviglioso e ricco di cose nuove e attraenti, che desideriamo ad ogni costo pur senza sapere chiaramente cosa vogliamo.

«(…) nel nostro alienante contesto culturale, il bene, la felicità, la gioia sono sempre proiettati nel nuovo. Nuovo oggetto, nuovo partner, nuova esperienza. Il presente è costantemente svuotato dal potenziale futuro. Il presente è come una sacca svuotata del suo contenuto e inesorabilmente pronta a colmarsi di nuove illusorie sostanze. Desideriamo ciò che non abbiamo ancora. Quando invece ci si potrebbe soffermare a osservare, a maturare un senso di appartenenza con quello che già si ha. Sant’Agostino diceva che la felicità è poter desiderare ciò che si ha. Noi purtroppo viviamo aspirati dal ciclone del nuovo, dal ciclone famelico del “non ho”».

LA MENZOGNA DELLA LIBERTÀ

La seconda menzogna è la bugia della libertà e di conseguenza, come afferma l’autore, quella dell’autodeterminazione.

Siamo assetati di una libertà e di un’indipendenza fasulla, che fa acqua da tutte le parti. Pensiamo di essere gli unici padroni della nostra vita senza accorgerci che dipendiamo da tutti, che la vita non ce la siamo dati da soli, ma siamo fragili e figli. Dei nostri genitori e ancora prima di Dio.

«Attualmente l’essere umano sembra doversi fare da sé senza passare dall’altro. Viviamo nel fantasma narcisistico dell’autogenerazione, dell’autoaffermazione, dell’auto-produzione, del self employed. Noi non siamo padroni delle nostre vite, ci illudiamo di esserlo. La nostra vita perché scorre? Perché c’è un cuore nella nostra cassa toracica che pulsa indipendentemente dalla nostra volontà, non è controllabile. Più cerchiamo di fermarlo, più accelera il battito. E con il cuore il respiro, i polmoni. I nostri organi interni funzionano indipendentemente dalla nostra volontà, come se avessimo tanti stranieri dentro di noi che ci spaventano dal momento in cui cominciano a parlare».

In fondo in fondo arriviamo a pensarci come esseri senza legami generativi, negando addirittura la stessa biologia e la condizione di creature venute al mondo grazie a qualcun altro.

«Quale potere abbiamo sulla nostra vita? Siamo schiavi di altre funzioni e soprattutto siamo stati generati da un altro, non ci siamo autogenerati dal nulla, nessuno si genera da sé. Se solo ci fermassimo a pensare che tutti noi siamo “figli”, potremmo cominciare a riflettere sulla necessaria oggettività di “non poter mai esser autodeterminati”. Noi tutti siamo sempre figli, senza necessariamente diventare padri o madri o fratelli o nipoti. In quanto tali, tutti siamo inesorabilmente venuti, partoriti da un altro. Tutti proveniamo dall’altro e lo portiamo nel nostro corpo e nel nostro inconscio portiamo le parole dell’altro. Noi siamo fatti dell’altro, siamo fatti “di Altro”».

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