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7 semplici regole per una parrocchia al passo con i tempi

immagine da shutterstock - modificata

Silvia Lucchetti - Aleteia - pubblicato il 22/02/17

Un libro per laici e religiosi sulla responsabilità di ciascuno per rendere le nostre comunità più autentiche e fattive

Cosa si può fare per organizzare meglio la parrocchia?

Quali accorgimenti può attuare il parroco per far funzionare la “sua” chiesa in modo più utile e soddisfacente?

Fabrizio Mastrofini nel libro “Sette regole per una parrocchia felice” (EDB) offre al lettore le indicazioni per far funzionare meglio la parrocchia, sette regole che “se venissero applicate tutte insieme, porterebbero a dei risultati veramente positivi, sia in termini di coordinamento delle attività sia di soddisfazione”.

A chi sono indirizzate queste pagine?

«Il primo destinatario (…) è il parroco (si legge parroco ma c’è scritto vescovo, cardinale, superiore religioso provinciale o generale, e perfino papa…), che ha un lavoro impegnativo da svolgere: deve far funzionare al meglio la struttura che gli è stata affidata e nella situazione in cui l’ha trovata; sa benissimo che lui stesso è il primo motore di tutte le attività e comprende che ogni cambiamento si scontrerà con obiezioni – nel migliore dei casi – e resistenze – nel peggiore. Allo stesso tempo è perfettamente consapevole (lo sa, anche se non lo ammette…) che non può fare tutto da solo e ha bisogno di collaboratori in gamba. E non è detto che li trovi facilmente; sarà più opportuno che sappia scegliere delle persone valide, autonome, equilibrate, e che possa impartire loro la formazione necessaria».

1. «ESISTIAMO PER LAVORARE O LAVORIAMO PER ESISTERE?»

Spesso chi svolge attività in parrocchia può cadere nell’errore di portare avanti il suo lavoro in modalità basso consumo e senza comprendere che il servizio offerto deve essere utile agli altri e non una maniera per compiacere esclusivamente il proprio ego o per finire frettolosamente il compitino assegnato dal parroco.

«Ci domandiamo se quello che stiamo facendo serve per gli altri oppure serve a noi stessi? È utile per giustificare la nostra esistenza, per dare significato a una presenza che altrimenti non avrebbe senso? Le attività che programmiamo hanno una loro utilità? Servono ad affrontare i problemi reali delle persone a cui si rivolgono? Oppure, al contrario, il loro scopo è dare un senso alle giornate degli operatori? (…)»

LEGGI ANCHE:Cosa non ti dirà sull’elemosina il tuo parroco


2. OGNUNO RESTI AL SUO POSTO… E COMPRI ALMENO UN BIGLIETTO

L’autore partendo dal primo punto, ovvero che lavoriamo per esistere, procede con l’affermare che dobbiamo fidarci dell’azione dello Spirito Santo che guida la Chiesa e la parrocchia che frequentiamo. In questa maniera le critiche che possiamo fare al parroco ci spingeranno a svolgere ancora meglio il nostro lavoro, a impegnarci con più passione per risolvere problemi logistici e trovare soluzioni.

«A questo proposito è utile una barzelletta (…) La barzelletta parla di un uomo che si reca in chiesa tutti i giorni. Va sotto al crocifisso accanto all’altare e implora Gesù di farlo vincere alla lotteria, per risolvere così tutti i suoi problemi. Accade un giorno, poi il seguente, poi l’altro ancora… e per un lungo periodo chiede la grazia di vincere. Alla fine accade l’impensabile: il crocifisso si stufa di questa implorante e insistente preghiera. Un bel giorno, all’ennesima richiesta, Gesù volge lo sguardo, lo punta fisso negli occhi dell’uomo e risponde: «Figlio mio, ti farei pure vincere. Ma almeno compra un biglietto!». La storiella è perfettamente adeguata alla tesi che qui si vuole sostenere sulla maniera di organizzare le nostre attività. Lo Spirito Santo e Gesù li lasciamo al loro posto. Noi compriamo però il biglietto, ovvero ci impegniamo al meglio delle nostre possibilità e stando sempre attenti a non riversare sugli altri la responsabilità di mancanze, debolezze o ingenuità che sono soltanto nostre».

3. L’IMPORTANZA DI PARLARE E NON SPARLARE

Parlare e confrontarsi non è mai semplice, da un argomento innocuo si finisce con affrontare problemi latenti e spinosi che improvvisamente tornano a galla e generano spesso veri e proprio contrasti. Eppure il dialogo è fondamentale per portare avanti la parrocchia. Come risolvere e ottimizzare il confronto?

“I gruppi lavorano meglio se vengono organizzati, e possono venire organizzati se si diffonde una maggiore consapevolezza sui meccanismi di funzionamento e aggregazione dei gruppi stessi. Papa Francesco insiste moltissimo sull’importanza di rapporti corretti all’interno del mondo ecclesiale: no alla maldicenza, no al pettegolezzo, sì alla chiarezza, alla trasparenza, alla franca e serena discussione. Ma come si può fare? E perché è difficile modificare atteggiamenti radicati? Una risposta viene dalla «psicologia delle differenze individuali» e dall’importanza di un suo uso «consapevole»”.

4. TU SEI IL PRETE… NON PUOI PRETENDERE CHE GLI ALTRI RAGIONINO COME TE

In parrocchia l’errore in cui si cade spesso quando ci si relaziona con gli altri è quello di credere che ognuno ragioni e si comporti come noi, quando ci si trova invece di fronte ad individui diversi, che non si conoscono ancora bene, ognuno con il proprio vissuto.

«Quale potrebbe essere l’errore più comune nel momento in cui cominciamo a entrare in rapporto con gli altri? Pensiamo all’esperienza compiuta da ognuno di noi e consideriamo con quanta facilità attribuiamo agli altri delle idee o delle sensazioni che invece sono soltanto nostre. Oppure pensiamo con quanta facilità trasferiamo alle altre persone il nostro modo di ragionare e affrontare le situazioni. Oppure, ancora, quanto spesso accade di vedere gli altri attraverso un atteggiamento prevenuto, perché possiamo sentirci minacciati o a disagio con persone estranee, prima di averle conosciute un po’ meglio. L’errore più comune consiste nell’applicare agli altri o alle situazioni il nostro modo di ragionare. E nel caso di un sacerdote non è, forse, piuttosto comune pensare che le regole imparate negli anni di seminario, o nel rapporto con i fedeli, debbano valere anche con persone estranee agli ambienti della Chiesa?»

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5. LASCIARE SPAZIO AI LAICI

«Dare spazio ai laici è una sfida perché, per lavorare insieme, clero e laici, occorre capirsi un poco di più. E non sempre accade e non sempre è facile. Il sacerdote compie la missione per la quale è stato educato e formato, per corrispondere alla vocazione che ha sentito dentro di sé in un momento preciso della sua vita. La sua fede non si discute e non è in discussione in nessuna parte di questo libro. Le modalità organizzative e i comportamenti concreti invece si possono discutere (…) I laici si impegnano perché vogliono rendersi utili, desiderano realizzarsi e realizzare qualcosa di positivo, perché sentono che nella comunità ecclesiale c’è spazio per tutti».

6. IL CONFLITTO NON SI PUÒ EVITARE, MA IL CHIACCHIERICCIO SÌ

«I conflitti esistono perché fanno parte della struttura dei gruppi e delle relazioni tra le persone; per affrontarli e risolverli servono competenze specifiche, volontà, capacità di dialogo e soprattutto un «modello» di organizzazione pastorale che coinvolga tutti i soggetti: dal parroco al presbiterio, dalle associazioni ai movimenti, dagli animatori al consiglio pastorale. In definitiva serve un modello di parrocchia che sia chiaramente indirizzato verso la fine dei compartimenti stagni e la costruzione di una realtà condivisa, il che implica la volontà di guardare tutti verso la medesima direzione. Un obiettivo irraggiungibile? Semplicemente, si tratta di un obiettivo alla portata di una direzione pastorale capace di visione e di leadership, qualità che non s’insegnano nei seminari e si costruiscono sul campo all’insegna della collaborazione, del dialogo, della capacità di costruire ponti e consenso, con disponibilità all’ascolto e all’apertura verso gli altri».

7. TENERE SOTTO CONTROLLO LO STRESS

Lo stress…

«È in agguato per tutte le «professioni d’aiuto» e ancora di più dove al volontario tocca un compito difficile, impegnativo, spesso ingrato: darsi da fare senza un riconoscimento adeguato. Vale ancora di più nella Chiesa, visto che le figure degli operatori pastorali sono relativamente recenti. (…) Nei loro confronti comincia a emergere un interrogativo, finora limitato ai presbiteri: quello del possibile burnout, ovvero quella patologia particolare che è lo stress professionale, in agguato per tutti i lavori a diretto contatto con le fragilità umane e con le pressanti richieste d’aiuto. (…)Il burnout è legato anche alle caratteristiche delle persone. La difficoltà di affrontare i conflitti, il perfezionismo, la minore resistenza allo stress, la scarsa qualità della propria motivazione, un sentimento eccessivo di responsabilità possono indurre più facilmente la depressione professionale. Anche una risorsa d’importanza centrale come l’empatia, se non gestita con sapienza, può facilitare la demotivazione. E qui si arriva anche alla fede. Se come primi interventi sono opportuni il riposo, l’interruzione del lavoro, l’assistenza medica e terapeutica, non si può ignorare il necessario lavoro sulla fede dell’interessato o dell’interessata. Le relazioni con gli altri, con la comunità, con i responsabili ecclesiali vanno di pari passo con le più intime relazioni con Dio».

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