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Fai tutto all’ultimo minuto? Rilassati, sei creativo!

Trent Lanz | Stocksy United
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Sembra che ci sia un permesso scientifico di procrastinare!

Per molti anni ho vissuto con il senso di colpa per il fatto di rimandare i vari compiti fino all’ultimo momento disponibile. Doveva esserci qualcosa che non andava in me, soprattutto visto che sia mio marito che i miei amici facevano tutto subito, in tempo. Vivo tra loro in base al principio “Quello che posso fare oggi lo farò domani, e mi prenderò un giorno libero”.

Tutto è iniziato con la tesi del master, che ho finito il giorno stesso in cui avrei dovuto consegnarla. Ovviamente è stato il giorno in cui mi si è rotta la stampante, e il risultato è stato che l’ho consegnata all’ultimissimo minuto. Poi ho lavorato per molti anni in uffici editoriali, ma ho scritto raramente articoli, e quindi non ho mai notato che c’era qualcosa di sbagliato. Tutto finché non sono diventata una freelance e ho cominciato a lavorare come giornalista per varie riviste.

Ogni volta iniziavo a scrivere un articolo poche ore prima della deadline. Mi sedevo davanti al computer solo quando il livello di stress raggiungeva l’apice. Ciò non vuol dire che non pensassi prima all’argomento, perché lo facevo. Raccoglievo il materiale, incontravo persone, esperti, ecc. E poi aspettavo fino a quando non mi sentivo un nodo alla gola. Solo allora iniziavo a scrivere, e la cosa più strana è che gli editori non si lamentavano. Ma non riuscivo comunque a fare a meno di sentire che c’era qualcosa che non andava in me.


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Un po’ di teoria

Molto tempo fa ho scoperto una parola che suona bene ma non significa niente di buono – procrastinare. Secondo gli psicologi, è un disordine che implica il fatto di rimandare i vari compiti e poi fare qualcosa all’ultimo minuto, o a volte non farlo affatto. In casi estremi, la procrastinazione può portare a uno stato di nevrosi o perfino alla depressione. Chi ne è affetto ripete ogni volta lo stesso modello – rimanda ciò che deve fare a un altro giorno, cercando varie scuse per giustificare la mancanza d’azione. Fa tutto all’ultimo momento o non lo fa per niente. Ogni volta si ripromette di non farlo più, ma poi è sempre la stessa cosa. Spesso si prova rabbia, colpa e vergogna.

I motivi sono diversi – potrebbe esserci una tendenza al perfezionismo, una mancanza di autostima, la paura del successo o di sbagliare o la necessità di una specie di stress nutrito dall’adrenalina.

Secondo gli psicologi, la procrastinazione in forma avanzata richiede una terapia. Ho iniziato a chiedermi se servisse anche a me. Il problema più grande che avevo non era tanto rapportarmi alla procrastinazione, ma le pressione che sentivo a lavorare come chiunque altro e a fare qualcosa per risolvere le mie tattiche abituali di rinvio delle cose.

Meglio tardi che troppo presto

Nella primavera scorsa, l’Independent ha pubblicato un articolo citando Adam Grant, docente di Psicologia presso l’Università della Pennsylvania e uno dei primi scienziati ad affrontare il tema della procrastinazione. Mentre scriveva il suo libro Originals: How non-conformists change the world (Originali: come gli anticonformisti cambiano il mondo), Grant ha scoperto che le persone più creative rimandano il fatto di entrare in azione fino al momento in cui viene loro in mente la soluzione migliore.

Tra i più famosi procrastinatori della storia figura Leonardo da Vinci, che dipinse i suoi capolavori in molti anni, prendendosi lunghe pause durante la realizzazione della Gioconda mentre perfezionava la tecnica. Martin Luther King ha aggiunto il famoso “I Have a Dream” al suo storico discorso proprio prima di pronunciarlo durante la Marcia su Washington.

“La procrastinazione ti dà il tempo per considerare idee diverse, pensare in modi non lineari, compiere salti inaspettati”, afferma lo scienziato. Grant si definisce un precrastinatore, una persona che deve fare tutto immediatamente.

In uno dei suoi articoli pubblicati sul New York Times, ammette di aver creduto per tutta la vita che qualsiasi cosa dovesse essere fatta con largo anticipo. “Quando studiavo, consegnavo tutti i lavori prima della deadline, inclusa la tesi, che ho consegnato quattro mesi prima della data di scadenza. I miei compagni di stanza scherzavano dicendo che ho una forma produttiva di disordine ossessivo-compulsivo”, ha scritto.

A suo avviso, la precrastinazione è la necessità di iniziare immediatamente il compito da svolgere, che va realizzato il prima possibile. E se per il procrastinatore rimandare l’azione è la norma, a un precrastinatore genera uno stress tremendo.

Risulta, ad ogni modo, che le prime idee che ci vengono in mente sono raramente creative. Le più interessanti si affacciano dopo qualche tempo.


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Questo potrebbe essere collegato al fenomeno dell’incubazione come identificato dalla psicologia cognitiva. L’incubazione è un momento di riposo dopo tentativi intensi di risolvere un problema. Aumenta la flessibilità mentale, permettendo l’intuizione o la comprensione immediata della natura di qualcosa, che è spesso il risultato di un nuovo approccio alla questione. Con l’incubazione, ci liberiamo dei dettagli che non contano e teniamo gli aspetti di maggior rilievo, e i nuovi ricordi hanno il tempo di integrarsi con i più vecchi. Nuovi stimoli possono innescare un nuovo modo di vedere il problema o farci vedere un’analogia necessaria per risolverlo. Mia nonna diceva a ragione che se ho un problema dovrei dormirci su, e la soluzione verrà da sé. Nella mia vita professionale funziona davvero. Ovviamente solo se non dormiamo troppo a lungo, perché allora solo la terapia può salvarci.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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