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Le armi di Dio contro Satana: il dono della regalità

Edward Henry Corboud/dominio pubblico
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Quinto contributo sul combattimento spirituale: Ieu e il potere del compiere il proprio dovere

“Voglio essere santo… mi puoi insegnare come fare?” Come rispondereste a questa domanda? La risposta della Chiesa è sempre stata: “Compi il tuo dovere”. Più precisamente, bisogna “compiere il proprio dovere di ogni giorno, nelle ordinarie condizioni della vita familiare e professionale, ma con grande amore a Dio e ai fratelli”. Ad esempio, se sei sposato/a, ama il tuo coniuge e i vostri figli. Se sei reilgioso/a, mantieni i voti, vivi il carisma del fondatore dell’ordine e compi le opere della tua comunità. Non sembra una ricetta piena di pathos ed eroismo… ma se segui le direttive della Chiesa per la santità, attirerai l’attenzione di Satana, perché sarai diventato/a una minaccia per lui.

Nelle ultime quattro settimane abbiamo trattato il combattimento spirituale. Nello specifico, abbiamo affrontato il tema delle strategie di Satana (la tattica di Gezabele, la tattica di Acab e la tattica di Caino) e del dono della profezia come arma di Dio. Questa settimana vogliamo parlare di Ieu, re d’Israele e grande esempio di come esercitare in modo opportuno la propria autorità. Parleremo del potere del servizio.

Nell’assolvere ai nostri compiti quotidiani, che per la maggior parte di noi non sono questioni di vita o di morte, possiamo imparare da Ieu il potere dell’accettare la chiamata di Dio a compiere l’opera che ci ha affidati. Troppe persone si svegliano ogni giorno con un senso di sconfitta ancor prima di aver iniziato ad affrontare le sfide quotidiane. La storia di Ieu ci mostra che non è questo ciò che Dio vuole per noi.

Ieu non è un supereroe. Non fa sembrare leggero il peso dell’autorità e del potere. Quando il profeta di Dio lo unse come Re d’Israele, ai suoi amici lui negò tutto: “Voi conoscete l’uomo e le sue chiacchiere” (2 Re 9:11). Quando gli fu chiesto di nuovo cosa accadde, ammise di essere stato unto Re e di aver ricevuto da Dio la missione di portare il castigo divino agli idolatri Acab, Gezabele e i loro seguaci. Dopo aver finalmente accettato l’intervento di Dio, Ieu si mise all’opera.

Ecco la lezione di Ieu per noi: a volte esitiamo ad accettare la chiamata di Dio, la Sua unzione e la missione che ci ha affidato. Diamo per scontato che l’intervento divino può riguardare esclusivamente altre persone. Ma il solo fatto di essere vivi è la dimostrazione che Dio ha un’opera da farci realizzare. Il battesimo è la prova della nostra missione di insegnare tutto ciò che Gesù ha insegnato e di fare discepoli in tutto il mondo (Matteo 28:18-20). Dio ci chiederà della nostra missione, e a Lui dovremo rendere conto della nostra fedeltà e della nostra fecondità (Matteo 25).

Quando Gezabele apprese che Ieu fosse in procinto di portarle la giustizia di Dio, lei non fuggì, né chiamò a raccolta un esercito. Anzi, “si truccò gli occhi con stibio, si acconciò la capigliatura e si mise alla finestra” (2 Re 9:30). Nella difficoltà, la famosa seduttrice Gezabele fece ciò che le riusciva meglio: si preparò per sedurre. Gezabele qui rappresenta tutte le distrazioni, le illusioni e le scuse che Satana mette sul nostro cammino per distrarci, indebolirci e distruggerci. Se non riesce a impedirci totalmente di compiere il nostro dovere (come tentò di fare con Ieu dopo essere stato unto re), Satana proverà a farci inciampare mentre cerchiamo di compiere il nostro dovere. Nel primo caso prova a farci dimenticare chi siamo; nel secondo caso, prova a farci dimenticare di chi siamo. In quanto cristiani, siamo figli adottivi di Dio, unti come Suoi discepoli e sostenuti dal Cristo vincitore. In tempo di crisi, Gezabele conosceva il suo punto di forza e si preparò a ricoprire il ruolo di seduttrice. Ieu, d’altro canto, conosceva la sua debolezza, ed evitò la seduzione invocando l’aiuto degli alleati – provveduti da Dio – per destituire Gezabele. (2 Re 9:30-37)

La lezione di Ieu è molto chiara. Nessuno può compiere il nostro dovere al posto nostro, ma corriamo dei rischi inutili se riteniamo di essere da soli o di dover contare soltanto sulla nostra forza. I nostri fratelli nella fede ci aiuteranno, i Santi intercederanno per noi e abbiamo la grazia dei sacramenti e dei sacramentali, che ci sostengono e ci proteggono. Dio non ci lascerà inermi quando ci chiede di compiere la Sua volontà. Saremmo degli stolti disubbidienti se vivessimo il nostro essere discepoli come se fossimo degli orfani abbandonati senza aiuto né speranza.

Dio ci ha dato l’autorità per compiere il nostro dovere. In quanto cristiani, abbiamo i mezzi dello Spirito per fare ciò che è giusto e vivere la nostra vocazione. Soprattutto per amare Dio e il nostro prossimo, che è la vocazione universale. Se in questa vita riconosciamo la nostra chiamata, i nostri bisogni e le nostre , allora nella prossima vita sentiremo il Re dirci ciò che siamo stati creati per ascoltare: “Bene, servo buono e fedele … prendi parte alla gioia del tuo padrone” (Matteo 25:21)

[Traduzione dall’inglese a cura di Valerio Evangelista]

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