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Don Rosario Vitale: «Così Benedetto XVI ha aperto le porte alla mia disabilità»

Marinella Bandini - Aleteia - pubblicato il 12/04/16

Da diritto canonico, le persone con handicap non possono diventare sacerdoti: questo perché avrebbero grandi ostacoli nell'adempimento del ministero. Per Rosario, tuttavia, la Chiesa ha fatto un’eccezione: fu proprio il pontefice allora regnante a prendere questa decisione.

Rosario è un ragazzo solare. È gioioso. Ha sempre un sorriso per tutti, un incoraggiamento, parole di speranza. Ripete: “La mia vita è una grazia”. Eppure, a 24 anni, gli ha creato già non poche difficoltà questa vita, con quelle mani attaccate al gomito e le dita che non riescono ad afferrare e stringere. La sua malattia ha un nome sconosciuto ai più: agenesia bilaterale del radio, ed è semi-sconosciuta anche ai medici. Il suo sogno di diventare sacerdote stava andando in frantumi, perché la “legge” della Chiesa preclude questa possibilità alle persone con handicap fisici, psichici e neurologici. Anche di questo si sa poco. L’ha scoperto, a 19 anni:

Uscendo da scuola superiore pensavo che il mio cammino fosse già tracciato: entrare in seminario, fare gli anni che dovevo fare e diventare sacerdote. Ma così non è stato. Mi si sono messe davanti le mie difficoltà, i miei “difetti”. Quando il rettore mi ha comunicato che non potevo entrare in seminario per la mia disabilità, ho provato un senso di frustrazione, anche perché sono venuti a mancare tante idee, tanti progetti che magari mi ero fatto nel corso degli anni.

Rosario ha accettato di fermarsi, per capire se fosse proprio questa la sua strada.


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Lo ha fatto con la determinazione di chi è abituato a lottare da sempre, da prima di nascere: il medico ha cercato di farlo soffocare nella pancia della mamma, per non ammettere di non essersi accorto della malformazione. Da quando aveva pochi mesi di vita ha affrontato oltre 20 interventi alle mani e alle braccia.

Anche se non si può definire normale, la mia è una vita speciale – dice – perché mi mette a contatto con tante difficoltà, ma con uno sguardo alla fede.

Già, la fede.

Non dovrei essere qui ma ci sono, il Signore mi ha voluto, ha un progetto nella mia vita.

Tra l’altro, Rosario è forse l’unico “caso” al mondo in cui la malattia ha preso solo le mani e le braccia,

un ulteriore segno di speranza, segno che il Signore ha messo una mano sulla mia testa fin dal grembo materno.

Fin da piccolo ha fatto il chierichetto in parrocchia. Da allora «non mi sono più staccato dall’altare, è stato un amore a prima vista col Signore». La fede lo ha sostenuto nell’accettare e vivere la sua disabilità:

Mi ha dato una spinta, una risposta, un perché. La fede mi dice che non bisogna mai fermarsi davanti a qualsiasi ostacolo ma anzi sperando si può andare avanti, per dire come San Paolo: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede».

La vita di Rosario non ha avuto particolari scossoni: si è fidanzato, pensava che avrebbe fatto l’avvocato, finché verso la fine della scuola superiore «qualcosa mi ha fatto cambiare idea. Non c’è stato un avvenimento particolare, è qualcosa che era già dentro ed è fiorito al tempo giusto». Rosario ha bussato alla porta del seminario di Caltagirone (Catania) e a questo punto ha scoperto che per la Chiesa non poteva diventare sacerdote, a causa del suo handicap. Si è sentito morire. No, discriminato no. È lui stesso a spiegare: «Se la Chiesa ha messo questa legge è perché vuole bene ai suoi figli». Anzi, «è un aiuto per queste persone, che credono di poter fare un ministero lineare» e magari non si rendono conto che con la loro disabilità

potrebbero arrecare un danno anziché fare il bene della Chiesa e dei fedeli loro affidati.

Si vuole anche evitare che le persone si avvicinino al sacerdozio per “fuggire” da una paura o dall’impossibilità di una vita di relazione piena. In realtà “non sempre dura lex sed lex. I canoni non sono sempre rigidi”. E così è possibile che persone in cui la disabilità non è particolarmente accentuata, tale da compromettere la vita sacerdotale, possano ottenere una dispensa.

Per Rosario è stato così:

Ho cercato di togliere dalla mia mente, come mi era stato suggerito, l’idea di entrare in seminario e per assurdo è stato proprio questo a convincermi che la mia strada fosse il ministero ordinato. Quando a qualcosa non si pensa, ma emerge sopra tutto il resto, come un gioiello che brilla più degli altri, allora cerchi di afferrarlo prima che vada perduto.

Così «dopo un anno di discernimento dei superiori, del vescovo e mio personale, è stata chiesta la dispensa papale». La domanda deve essere formulata dal vescovo e dal superiore del seminario, e vanno allegati tutti i documenti medici. La dispensa è giunta qualche mese dopo, confermando che

non si vedevano nel candidato motivi validi per precludere l’accesso in seminario, perché il mio problema fisico non impediva una futura vita sacerdotale.

La dispensa è stata firmata dall’allora Pontefice Benedetto XVI «a cui devo molto e devo anche la mia vocazione», maturata in parte alla Gmg di Madrid. Nell’ottobre 2015 Rosario ha anche potuto incontrarlo:

Gli ho chiesto: santità che cosa è più importante oggi per un sacerdote? Lui non mi ha lasciato quasi finire, e mi ha risposto: «Oggi la cosa più importante per un sacerdote è l’amicizia con Cristo coadiuvata dalla preghiera».

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