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Benedetto XVI primo “Papa emerito”: un libretto per capire e contestualizzare i suoi interventi

CONSISTORY 2018
© Vatican Media
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Una precisazione sulla ricezione del contributo pubblicato su Klerusblatt: la teologia sembra non parlare più di Dio e questo è un segnale allarmante. Apriti cielo, è ripartita la mai sopita diatriba tra quanti ostinatamente narrano una sorta di diarchia pontificia in Vaticano e i nemici giurati del Papa Emerito. Se siete stanchi di queste guerriglie di campanile e volete capire alcune di queste difficili questioni, ecco a voi uno strumento agile e sicuro.

Anche oggi, come accade ogni volta, da sei anni, all’indomani di un intervento pubblico del Papa Emerito Benedetto XVI, la rassegna stampa si è ravvivata allo strillo di “È tornato Papa Ratzinger!”, rispettivamente declinato nelle due salse di chi surrealmente vede nel Papa Emerito il Pontefice regnante (o perlomeno il “gran veglio” che vigila sul Vaticano) e di chi invece vorrebbe imbavagliarlo fino alla tomba con l’atto della sua rinuncia al soglio petrino.

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Una punta di comicità si è aggiunta al consueto spettacolo: alcuni fra quanti avevano brandito il suo ultimo intervento (il contributo al summit sugli abusi) come una clava contro gli omosessuali, contro il Sessantotto e (soprattutto) contro Papa Francesco si sono improvvisamente trovati a lamentare che non parlino di Dio – gli altri, naturalmente – e poi subito di nuovo giù contro il Sinodo sull’Amazzonia e tutto il resto, coartando spudoratamente l’espressione del Papa Emerito per i propri fini ideologici.

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Il fatto che Benedetto XVI segua con attenzione gli effetti mediatici dei suoi interventi mi colma (una volta di più) di ammirazione per questo fragile ed anziano vir ecclesiasticus, che a posteriori appare intento a cesellare scrupolosamente l’istituto del “papato emerito” sul prototipo che di esso ha fatto in sé.

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Questa constatazione mi suggerisce che l’occasione è propizia a parlarvi di un agile volume comparso all’inizio dell’estate per i tipi di Aracne: lo ha scritto il giovane seminarista catanese Rosario Vitale, il cui nome non dovrebbe risultare estraneo ai nostri lettori, e reca a mo’ d’introduzione un saggio dell’ormai affermato canonista Valerio Gigliotti. Il titolo è “Benedetto XVI, il primo papa emerito della storia”: è l’ideale se volete cercare di capire qualcosa sul quadro attuale del papato romano uscendo dagli spalti delle assordanti tifoserie che per il resto si trovano un po’ dappertutto.

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Le neppure cento pagine che compongono il saggio constano di tre capitoli nitidamente distinti: il primo è volto a richiamare i casi di rinuncia al soglio di Pietro nella storia; il secondo parla della rinuncia all’ufficio di Romano Pontefice sul piano della letteratura canonistica dal medioevo in qua; il terzo – se si vuole il più delicato – è consacrato allo status canonico e al titolo del papa rinunciatario. Perché “il più delicato”? Dal momento che con l’istituzione del “papato emerito” si è aperto uno “Holzweg” nel diritto canonico positivo, una di quelle stradine che i taglialegna esplorano, nei boschi, mano a mano che fanno il loro mestiere: se Vitale e Gigliotti non hanno la benché minima esitazione a evitare la compagnia di quanti dicono invalida la rinuncia di Benedetto XVI o l’elezione di Francesco, resta tuttavia da spiegare perché la via del “ritorno al cardinalato” fosse insensata e/o impraticabile, nonché quali possano essere le prerogative canonistiche ed ecclesiali di un “Papa Emerito”.

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L’impressione che personalmente vado facendomi, da osservatore delle cose di Chiesa e da ammirato lettore dell’opera ratzingeriana, è che Benedetto XVI abbia prima di tutto meditato con cura dove rompere il ghiaccio e come; che nel corso del tempo intercorso da allora stia puntellando la propria assenza di mirati interventi remotamente finalizzati a scolpire in tuttotondo l’istituto del papato emerito; che nel frattempo egli stia componendo da par suo un’elaborazione in materia, facendone lascito testamentario al successore (certo, quest’ultima cosa potrebbe non diventare mai nota anche se fosse vera, a seconda delle scelte del Papa regnante), e penso che egli riterrebbe “incompleto” il proprio amoroso servizio alla Chiesa senza quest’ultimo grande sforzo teorico.

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La cosa che mi ha piacevolmente colpito è che il libro di Vitale sembra ben accordarsi a queste prospettive: la particolare vicinanza personale a Benedetto XVI in cui l’autore è venuto a trovarsi per la sua vicenda umana rafforza l’impressione.

Il primo “Papa emerito”

Facilmente si potrà constatare che la distribuzione della materia riecheggia la migliore tradizione manualistica romana (Scrittura-storia-sistema), salvo che l’elemento scritturistico è stato limitato a ingrediente di quello storico e quello sistematico è stato sdoppiato in un aspetto giuridico e uno ecclesiologico (così la triade risulta piuttosto “Storia-diritto-frontiere ecclesiologiche”).

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Il primo capitolo offre al lettore un succinto ragguaglio dei casi in cui gli annali ecclesiastici annoverano pontificati terminati o interrotti ante mortem, il più delle volte d’imperio e per intervento di terzi. Si sarebbe apprezzata una riflessione più marcata, in questa prima parte, sulla derivazione storica della primazia petrina a partire da quella romana (indiscutibilmente affermata fin dal I e dal II secolo); del resto è molto istruttiva la “maratona aneddotica” fino all’indomani del Concilio di Costanza, quando a Basilea le risacche scismatiche conciliariste disobbedirono a Eugenio IV, che trasferiva il concilio a Ferrara.

Il 25 giugno 1439 il papa fu condannato come eretico perché si opponeva a un dogma di fede dichiarato dal Concilio, il 19 maggio 1439, riguardante la superiorità del Concilio sul papa. Di conseguenza, il Concilio di Basilea dichiara la Sede Apostolica vacante e, il 5 novembre, elesse come papa il principe Amadeo di Savoia, che prese il nome di Felice V (1439-1449). Con questo procedimento, assai discutibile dal punto di vista canonico e teologico, il Concilio si emarginò ancora di più.

Rosario Vitale, Benedetto XVI, il primo papa emerito della storia, 43

Una lezione importante per ogni epoca, visto che di rado mancano ecclesiastici desiderosi di tradurre la propria avversione politica o ideologica a un pontificato in un colpo di mano. L’antipapa Felice V (che peraltro era una persona squisita) depose la propria tiara dieci anni dopo l’elezione. Almeno all’epoca i sobillatori delle comunità potevano portarsi dietro qualche principe e/o un’università: nel tempo dei social, in cui tutti sentono il peso delle “somme chiavi” in tasca, le proporzioni del danno possono aumentare (anche in modo inversamente proporzionale al cabotaggio dei pretesti).

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Il testo di Vitale ha il pregio di evidenziare che – al netto dei moltissimi aneddoti – l’unico vero atto analogo a quello di Benedetto XVI è il “gran rifiuto” di Celestino V – che Dante stigmatizzò duramente anche perché ne curò la causa formale (cioè lo studio e l’esposizione della giurisprudenza necessaria a porlo) il cardinale Benedetto Caetani, di lì a poco papa con l’odiato nome di Bonifacio VIII. Analogo sì, ma con grande scarto: Vitale giustappone il testo della rinuncia di Celestino V e quello di Benedetto XVI lasciando che le assonanze risaltino autonomamente, ma rileva pure che l’eremita del Morrone intendeva tornare al proprio eremo (e il successore l’avrebbe segregato per la sicurezza di tutti), mentre Benedetto XVI esplicitamente escluse (nell’udienza generale del 27 febbraio 2013 – alla vigilia della fine del pontificato) di “ritornare nel privato”. Ancora nei primi anni del suo papato emerito dichiarò a Peter Seewald:

E così penso sia chiaro che anche il papa non è un super uomo e non è sufficiente che sia al suo posto: deve appunto espletare delle funzioni. Se si dimette, mantiene la responsabilità che ha assunto in un senso interiore, ma non nella funzione. Per questo a poco a poco si capirà che il ministero papale non viene sminuito, anche se forse risalta più chiaramente la sua umanità.

Peter Seewald, Ultime conversazioni, 36, citato in Rosario Vitale, Benedetto XVI…, 17

Impareggiato cultore della storia del dogma, Benedetto XVI ne conosce intimamente le vitali dinamiche di assimilazione e – come Mosè dal monte Nebo – guarda avanti nel tempo, descrivendo l’esito della rotta da lui impostata. Vitale osserva:

L’immagine del papato che Joseph Ratzinger lascia in eredità è caratterizzata da un forte senso del limite […]. È l’immagine, in fondo, recuperata dalla tradizione, dalla mistica e al contempo dalla giuridicità del papato medievale, ma innestato nella modernità tramite il servizio operoso della preghiera. La tradizionale dualità tra ecclesia mystica e ecclesia iuridice perfecta con la rinuncia di Benedetto XVI pare incamminata sulla via del ripensamento se non addirittura del superamento […].

Ibid.

La sottile distanza tra fare il padre ed essere padre

Il gesto di Benedetto XVI è stato così grande e dirompente – benché a giudicare dalla composta e minuta persona del suo agente si tenda a non farci caso – che avere un sentore della sua portata storica ed ecclesiologica è davvero difficile. Quel 13 febbraio i media telefonarono a degli ignari “opinionisti cattolici” i quali, certamente presi alla sprovvista, balbettarono di un eventuale “rientro nel Sacro Collegio” (si segnalò per onestà, quella volta, l’onesto “non ne ho idea” di Vito Mancuso). Tra gli effetti del Concilio Vaticano II, tramite la ricezione e l’elaborazione canonistica, la Chiesa ha visto istituire l’episcopato emerito (una re-istituzione, se si guarda all’antichità), e per questa ragione padre Lombardi disse che per Benedetto XVI pensava a un titolo come “Vescovo emerito di Roma” – ma Benedetto XVI avrebbe scelto “Papa Emerito”, a segnalare insieme l’appartenenza del Papa all’episcopato e la sua eccezionalità fra quei pari. Se dunque la Chiesa ha già ben chiaro in che senso e con che limiti un vescovo possa essere il “vescovo emerito” della tale comunità, non è altrettanto ovvio come questo si applichi al Vescovo che gode di primazia piena, ordinaria, suprema e universale su tutta la Chiesa. Opportunamente Vitale ricorda lo storico articolo di don Virgilio Levi comparso su L’Osservatore Romano del 2 settembre 1977, commissionato come risposta al clima teso (e parzialmente avvelenato) che proponeva (o pretendeva) le dimissioni di Paolo VI:

Un papa anziano, per il solo fatto di essere anziano, non ha il dovere e neppure il diritto di allontanarsi dal suo ministero e comunque il papa – che se di salute e costituzione solida, sarà sempre un anziano – non ha motivo di lasciare il suo posto, se non per sopravvenuta incapacità fisica o mentale.

Certamente Benedetto XVI avrà riletto anche queste parole, nei mesi in cui è maturata la sua decisione, e in tal senso non ci è illecito vederne un riverbero nel “non abbandono la croce” del 27 febbraio 2019. Poiché non mancano, anche oggi, «dei maldestri tentativi di strumentalizzare la rinuncia di papa Benedetto e di creare una maggiore confusione nella Chiesa e tra i fedeli» (Ivi, 93), resta tuttavia di capitale importanza comprendere che senso abbia la permanenza del Papa emerito «nel recinto di san Pietro». Proprio a Paolo VI fa efficace riferimento Vitale, riferendo che al ritorno da un viaggio in India il pontefice bresciano avrebbe confidato all’amico Jean Guitton:

Credo che di tutte le dignità di un papa, la più invidiabile sia la paternità. La paternità è un sentimento che invade lo spirito e il cuore, che ci accompagna a ogni ora del giorno, che non può diminuire, ma che si accresce, perché cresce il numero dei figli, che si allarga, che non si delega, che è forte e leggero come la vita, che cessa solo all’ultimo respiro: se un papa non ha l’abitudine di andare in pensione prima della fine, è perché non si tratta tanto di una funzione quanto di una paternità. E non si può cessare di essere padre. […] Ci si può dimettere da una carica. Ma mai da uno stato, come l’essere figlio, padre…

Cit. ivi, 78

Alcuni saranno stupiti di cogliere Papa Ratzinger in così flagrante contrasto con le parole dei suoi immediati predecessori (è ricordato nel saggio anche Giovanni Paolo II che fino all’ultimo «non scese dalla croce»): in realtà il Papa tedesco deve aver meditato lungamente su quelle parole, poiché ne ha illuminato un senso fino ad ora inespresso ma assolutamente coerente (e complementare). Vitale raccoglie quella pagina dalle Ultime conversazioni con Seewald e la riconsegna al lettore:

[…] Io qui devo però replicare che anche un padre smette di fare il padre. Non cessa di esserlo, ma lascia le responsabilità concrete. Continua a essere padre in un senso più profondo, più intimo, con un rapporto e una responsabilità particolari ma senza i compiti del padre. E questo è successo anche con i vescovi.

Peter Seewald, Ultime conversazioni, 39

E così Vitale sintetizza la lezione di Benedetto XVI, sulla scorta di canonisti del calibro di Fabrizio Grasso:

Il munus mysticum non scompone l’unità e non crea una diarchia, ma, integrando l’esercizio dei tria munera che convergono nella sola persona del Romano Pontefice (regnante), l’emerito rimane disgiunto giuridicamente dalla Vicaría di Cristo essendovi congiunto in modo nuovo. Ciò permette di considerare il pontificato di Benedetto XVI concluso giuridicamente ma non misticamente.

Rosario Vitale, Benedetto XVI…, 78

Parole ardite ma pesate: se prese per ciò che esse esprimono, niente di eterodosso può esservi inteso. E a lumeggiare le possibili oscurità di simili espressioni interviene il bel saggio di Valerio Gigliotti, posto a mo’ d’introduzione:

Potrebbe essere questo l’approdo ultimo del magistero papale di Benedetto XVI che, nel momento stesso in cui con la rinuncia ha cessato giuridicamente la propria funzione di governo della Chiesa, ha contemporaneamente aperto la via ad una valorizzazione della dimensione mistica – accanto e a complemento di quella “di governo” – nell’esercizio del ministerium petrino; dimensione assolutamente non “personalistica” o “soggettiva”, ma privata e comunitaria al contempo, del servizio al Popolo di Dio nella preghiera e nella carità. Un servizio non certo esclusivo del papa, e tanto meno del papa emerito, che passa attraverso l’éffacement de soi, che ha come presupposto l’umiltà e che innerva la più feconda tradizione della mistica medievale e moderna.

Valerio Gigliotti, La renuntiatio papae: governo e servizio nella chiesa, in ivi 16

E a proposito della mistica medievale e moderna, mi sovviene un paradosso di Benedetto XVI – dell’uomo che a Peter Seewald rispose “entrambe le cose” quando il giornalista gli chiedeva: «Lei è la fine del vecchio o l’inizio del nuovo?» – assimilato spesso in via esclusiva al patrono d’Europa di cui ha scelto il nome. In realtà quest’ultima pagina del suo Magistero – parzialmente e sfumatamente ancora in corso di scrittura – indica piuttosto un’indole francescana. Proprio ieri su questa pagina riportavamo in versione italiana l’intervista a Michel Sauquet circa il suo recente saggio sulla spiritualità francescana. E diceva, lo studioso:

Riparare la Chiesa è anche vivere una certa povertà in senso francescano. Ed è una povertà che non è solo materiale: sono un essere capace di spossessarmi di una parte dei miei beni, ma lo sono anche di privarmi del mio status sociale, della forma di potere che esercito sugli altri? Francesco, da parte sua, ne è stato capace. Penso in particolare al momento in cui decise di abbandonare la direzione dell’Ordine da lui fondato a vantaggio di un altro frate.

Ecco, anche Benedetto XVI ne è stato capace, aprendo per tutti un modello, una via nuova innervata di tradizione. Come Francesco.

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