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Gianluca Firetti, un “santo della porta accanto”

Pixabay.com/Public Domain/ © Unsplash
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L’esperienza di malattia e di fede di “Gian”, raccontata da don Marco D’Agostino

smezzami la croce”. (…) Gian è molto simile al primo Adamo. Non vuole stare da solo. Non è bene che l’uomo sia solo (Gen 2,18). Ha intorno una famiglia, i suoi parenti, una parrocchia, un oratorio, degli amici che vivono e pregano con lui e per lui. Lo aiutano e si sentono aiutati. Per questo il luogo del dolore, come la via del Calvario per Gesù, diventa terra di grazia e di luce. Profuma di vita e di speranza. (…) una mèta e un pozzo, dai quali attingere forza per la vita, coraggio per la giornata. (…) Gian attira. Porta la croce pesante di Gesù, sente quei chiodi entrare nella sua carne attraverso chemio, morfine e medicazioni. Ma si verifica anche il contrario perché Gian permette, con estrema libertà, a chi vuole, di aiutarlo a portare quella croce che, da solo, sente impossibile sorreggere. E Gesù si prenota per primo. Lo aiuta. Lo solleva. Gli fa tornare il sorriso anche quando l’osteosarcoma gli spacca lo sterno. Anche quando il respiro viene meno. Le gambe non si muovono. (…) Una presenza singolare, quella del Signore crocifisso, che si manifesta in un giovane speciale. Proprio per questo la stanza di Gian non è mai vuota e diventa un piccolo cenacolo, una chiesetta raccolta nella quale si prega, ci s’incontra, si parla, si dialoga, si sta zitti, ci si rivela, s’invocano la misericordia e la grazia di Dio. (…)In ospedale si va per lottare. Così aveva scritto al Papa. Ma non ci va da solo. Sempre col Signore. E, quando non ce la fa più, proprio a Lui non chiede di guarire, ma «se puoi, smezzami la croce. Spaccala a metà, perché per me è troppo pesante»”.

Sono molti i ricordi preziosi che il “Don”, come lo chiamava Gianluca, riporta nel libro. C’è un episodio particolarmente significativo, “liturgico”, di enorme affetto e devozione, avvenuto la domenica prima che Gian morisse. I due dopo aver parlato a lungo, pregano insieme l’Ave Maria e poi don Marco si piega a baciare il capo e le mani di Gian, come il venerdì santo ci si china a baciare il Crocifisso.

«È stata la domenica delle grandi domande (…) Gian si è posto davanti alla morte con coraggioso timore. Aggrappandosi, fino all’ultimo, a quella croce pesante che non ha mai mollato. “Don, ma secondo te come sarà la morte? Che cosa troverò? Il Signore che cosa mi mette davanti?” (…) Davanti a lui, steso sul letto e affaticato, mi è venuta questa intuizione. “Gian, pensa alla tua vita. È stata bella quando stavi bene. È ed è ancora più bella nella malattia. Pensa a tutto il bene che tu hai fatto in questi due mesi”. (…) L’ho visto sorridere. (…) “Gian, pensa a quanto bene stai facendo e a quante persone”. E a quanti ancora… non sapevamo che ne avrebbe fatto!  Lui chiudeva gli occhi. Come a dire: “Mi fido, don, se lo dici tu”. E anche queste erano parole che “spaccavano”, aprivano il cuore, chiedevano conversione. Gian ci crede, si affida, spera e prega. Insieme lo facciamo, per l’ultima volta, con un’Ave Maria. “Sento la Madonna vicina”, ripete. La sente veramente. Per questo preghiamo. Poi la benedizione. E, al termine, mi è venuto naturale baciarlo. Sulla testa prima, sulle mani dopo. Baciarlo come si bacia il Crocifisso, nell’azione liturgica del venerdì santo. (…) Gian mi guarda, spalancando quegli occhi che sembrano sorridere. “Perché Don?” mi chiede, in attesa di risposte esaustive. La mia non si fa attendere. “Perché baciare il Signore è un privilegio di pochi”. Annuisce con la testa. Non per presunzione. Perché comprende il mistero di passione e morte. E in quell’atmosfera di commozione ci salutiamo».

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Pagine: 1 2 3

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