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Io gesuita turco faccio da ponte tra due culture

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Chiara Santomiero - Aleteia - pubblicato il 17/03/16

P. Antuan Ilgit lancia l'appello su Fb: "Dopo i fatti di Ankara, anche la bandiera turca sui profili social"

“Vorrei che per qualche giorno cambiaste la foto del vostro profilo con una bandiera turca come avete e abbiamo fatto quando erano Parigi, Madrid, Londra ad essere colpite”. P. Antuan Ilgit si è rivolto agli amici di Facebook dopo l’attentato di Ankara del 13 marzo per chiedere ai giovani europei e occidentali di esprimere solidarietà verso le vittime e verso i loro coetanei turchi che vivono un tempo di grandi contraddizioni. P. Ilgit è il primo sacerdote gesuita di nazionalità turca in un Paese dove il clero è quasi esclusivamente straniero. Oggi è negli Stati Uniti per il dottorato in Teologia Morale al Boston College, ma il pensiero non può non correre alla Turchia e ad Ankara, in particolare, dove ha compiuto gli studi universitari e maturato la conversione al cristianesimo e la vocazione sacerdotale.

E’ il terzo attentato che colpisce la città in cinque mesi: cosa provi?

Ilgit: È difficile leggere i giornali o guardare i Tg che aggiornano il conto delle vittime e dei tanti feriti: studenti universitari, il papà del giocatore del Galatasaray Umut Bulut, operai, poliziotti… Io sono di Mersin, a 25 chilometri da Tarso, ma Ankara è l’amata città in cui ho vissuto anni significativi della mia vita. Quattro anni di università a Scienze economiche e amministrative, durante i quali di sera vendevo dei gettoni per i telefoni pubblici proprio sulla strada dell’attentato e poi due anni di servizio militare, durante il quale prendevo i pullman dell’esercito nello stesso posto colpito nell’attentato precedente. Sono stato battezzato ad Ankara, ho celebrato la mia prima Messa sempre lì. Ho iniziato il mio dottorato che ora continuo qui a Boston, sempre lì ad Ankara vivendo circa un anno nella comunità dei gesuiti.

La tua famiglia è musulmana e tu sei cresciuto in questa fede. Come è iniziato il tuo percorso verso il cristianesimo?

Ilgit: Se anche i miei genitori sono di fede musulmana la loro appartenenza non è mai stata profondamente religiosa bensì socio-culturale. Dentro di me c’era un’inclinazione verso aspetti spirituali e profondi che non riusciva a trovare corrispondenza. La svolta che mi ha portato a incontrare Gesù come Figlio di Dio è stata la malattia di mia madre che abbiamo perso a 51 anni per un tumore. Mio padre faceva il pescatore e la mia famiglia non aveva i mezzi per pagare le spese sanitarie. Io avevo 20 anni e ho cominciato a pormi sull’ingiustizia, la sofferenza, la vita. Ho cercato risposte nel sufismo, nell’ebraismo, nel protestantesimo. Ogni incontro mi rimandava ad un altro.

E poi cosa è successo?

Ilgit: Sono entrato nella chiesa cattolica di sant’Antonio a Istanbul. Nella messa celebrata in turco ho incontrato un Dio che si era fatto uomo, un Dio onnipotente e umile, un Dio che metteva la sua tenda in mezzo all’umanità, al contrario di un Dio che aveva delle distanze invalicabili e tendeva sostanzialmente a giudicare e punire come ero stato istruito nei corsi coranici che da bambino frequentavo nella moschea del mio quartiere.

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