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L’uomo può discendere dalla scimmia ma un figlio da un uomo e una donna no?

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Il blog di Costanza Miriano - pubblicato il 27/01/16

di Nicoletta Tiliacosper Il Foglio

Che cos’è una famiglia? Dalla risposta che daremo a questa domanda dipende il futuro dell’umano e dell’umanità. E’ questo il senso del libro del filosofo francese Fabrice Hadjadj, che in “Qu’est-ce qu’une famille? Suivi de ‘La Transcendance en culottes’ et autres propos ultra-sexistes” (Salvator) ha raccolto, ampliati, i suoi interventi pubblici più importanti dell’ultimo anno sui temi della famiglia, della filiazione, dei loro rapporti con la tecnoscienza. Nato a Nanterre nel 1971, sposato con l’attrice Siffreine Michel, con la quale ha avuto sei figli (undici anni la più grande, due il più piccolo), Hadjadj è figlio di ebrei tunisini. Dopo una giovinezza che egli stesso definisce “atea e anarchica”, a ventisette anni si è convertito al cattolicesimo, e ora dirige l’istituto europeo di studi Philanthropos di Friburgo, in Svizzera, fondato dieci anni fa con lo scopo di studiare e far conoscere l’antropologia cristiana. Ed è rimarchevole e visibile in tutta l’opera di Hadjadj – ricordiamo, tradotto in italiano, “Mistica della carne. La profondità dei sessi”, Medusa – la presenza di entrambe le radici, ebraica e cristiana.

La questione di “che cos’è una famiglia” può sembrare “così elementare da farci chiedere se è il caso di porsela”, scrive il filosofo, ed è forte il pericolo di ripetere banalità o di complicare ciò che è semplice. Ma è diventato necessario riscoprire l’evidenza, come aveva profetizzato lo scrittore inglese Gilbert K. Chesterton, da che siamo passati dall’avvenimento della nascita come conseguenza dell’incontro amoroso tra un uomo e una donna, come portato “logico e genealogico” della differenza sessuale, a un’impostazione di tipo aziendal-tecnologico di “produzione del figlio”. Tutti noi proveniamo da una famiglia, e la famiglia è un fondamento che “si situa al principio delle nostre vite concrete” al punto che “diventa impossibile giustificarla o spiegarla, perché bisognerebbe ricorrere a un principio anteriore, e allora la famiglia non sarebbe che una realtà secondaria e derivata, e non più una matrice”. Per questo, dice Hadjadj, spiegare che l’uomo discende da una scimmia è diventato più facile “che spiegare che un bambino discende da un uomo e da una donna”, perché nel primo caso la tesi reclama delle lunghe e laboriose argomentazioni, mentre nel secondo non c’è niente da capire e niente da rivelare, ma un dato iniziale di cui prendere atto, come quello dell’esistenza del mondo esterno. Per questo, rispondere alla domanda “che cos’è una famiglia” diventa, ammesso che non lo sia sempre stata, “la questione filosofica per eccellenza”, in quanto ricerca dell’essenza della realtà. L’essenza della famiglia sfugge tuttavia a ogni ambizione descrittiva, perché rinvia a qualcosa che non può essere “fabbricato”, che non può nemmeno essere “scelto”, e che “sfugge alla premeditazione come all’ideologia”. E’ per questo che “decostruire” la famiglia – come pretende chi oggi parla di molte forme intercambiabili, dove all’artificio si attribuisce lo stesso rango della filiazione naturale – significa in realtà distruggerla. Hadjadj fa notare che “stiamo assistendo da qualche decennio, da parte degli stessi che volevano sbarazzarsi della famiglia, a uno strano ritorno del rimosso famigliare”. Coloro che la denunciavano come luogo di tutte le oppressioni e nefandezze “ora vogliono fare dei figli il prodotto di una manipolazione genetica (poiché l’égalité reclama che due uomini o due donne possano averli con i loro gameti); il che va ben al di là dell’oppressione e della repressione”, perché si traduce in fabbricazione pura e semplice.

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