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Quanti modi ci sono di abbandonare i figli?

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Orfa Astorga - Revista Ser Persona - pubblicato il 22/01/16

Ci sono varie forme di abbandono, non evidenti ma ugualmente traumatiche

Abbandonare un figlio quando ha più bisogno dei genitori significa lasciarlo senza attenzioni né cure, senza la protezione di cui ha bisogno, trasformandolo così in un essere debole con danni forse irreparabili.

Alcuni genitori ricorrono a elaborati meccanismi di giustificazione, e più lo fanno più induriscono il proprio cuore di fronte alla verità di commettere un’azione disumana, per la quale rifiutano di assumere pienamente l’amore come il dono più grande. È la manifestazione più vile dell’egoismo e della codardia di chi è incapace dell’amore davvero personale.

La maggior parte dei genitori non abbandonerebbe mai il proprio figlio davanti alla porta di una casa, ma ci sono molte forme di abbandono che non sono evidenti e sono ormai accettate da molte coscienze. Forme che hanno una storia comune: generare i figli è stata la parte facile, poi è venuto il crescerli, che richiede un’educazione con un amore di abnegazione e sacrificio per vari anni, e che si nega in vari modi.

Eccone alcuni:

Quando la signora e il signor Di Successo non hanno tempo per il proprio figlio per via della loro importante “autorealizzazione”, per cui il tempo è “oro” e non basta per pensare agli altri, anche se sono i figli. Si risolve tutto, allora, facendo appello al malinteso tempo di qualità e dando ai figli beni non dovuti, come tutti i carissimi dispositivi elettronici, e pagando loro scuole costose con orari 7-19, lezioni extracurricolari incluse.

Quando il tempo che si deve al figlio si investe nel club, nella palestra, in riunioni sociali, lasciando la sua educazione a Internet, alla televisione o alla babysitter.

Quando si lasciano i figli tutto il giorno con i nonni “perché se ne prenderanno cura e vogliono loro molto bene”.

Quando si manda il figlio adolescente per anni a studiare in un collegio di un altro Paese perché è più importante che impari una lingua straniera anziché accompagnarlo in una tappa della crescita in cui ciò di cui ha più bisogno è l’accompagnamento, è la forza affettiva dei genitori, la loro vicinanza personale.

Quando il figlio diventa solo il biglietto da visita dei genitori, che condizionano la sua accettazione personale al fatto che sia uno studente brillante, con un futuro promettente in cui probabilmente avrà una collocazione sicura nel mercato del lavoro, senza rischi di disoccupazione, ben retribuito e con una posizione sociale che gli permetterà di contrarre matrimonio con una giovane altolocata. È il protagonista del romanzo rosa dei genitori.

Quando i genitori dimenticano che la vera educazione è nell’essere dei figli, e la misurano solo nei risultati dell’avere, del sapere, del fare. Quando si rifiutano di ascoltare, di comprendere e di comunicare per aiutarli a dirigere in piena libertà la propria vita, qualunque sia la loro vocazione.

Quando i genitori in conflitto usano i figli come guantoni da boxe nelle loro liti frequenti.

Quando i genitori divorziano e trattano la tutela dei figli come se discutessero per la casa o la macchina, senza considerare il grande danno che arrecano loro.

Quando il figlio aiuta i genitori lavorando, di modo che viene considerano nient’altro che un soggetto utile, produttivo, redditizio.

Quando i figli diventano la valvola di sfogo della pressione che provano i genitori di fronte alle prove della vita, essendo allora violentati, umiliati.

Quando i genitori non sanno che il loro valore più grande è saper amare, accogliendo il figlio solo perché è quello che è. Un amore di questo tipo struttura la personalità armonica dei figli mediante l’identificazione e le esperienze vissute con loro.

Per questo, nel bene o nel male, i genitori saranno sempre il principale punto di riferimento dell’identità dei figli.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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