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La fede e la fatica nel mio record per i bimbi farfalla

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Credere - pubblicato il 13/11/15

Ha pedalato ininterrottamente per oltre 35 ore abbattendo il muro dei mille chilometri. Obiettivo: sostenere chi soffre di una malattia dimenticata

di Elisa Murgese

Una preghiera in silenzio, casco in testa, a occhi chiusi e in ginocchio accanto alla sua bicicletta. Davanti a lei, una battaglia di mille chilometri. Una sfida che Anna Mei ha vinto dopo 35 ore, 11 minuti e 6 secondi di pedalate. L’ultimo e il primo pensiero prima di conquistare il record mondiale di permanenza su pista? Sempre loro, i bimbi farfalla.

Perché la 48enne di Milano, che nella vita fa la maestra alle elementari Santo Stefano di Lecco, non ha mai avuto dubbi: «Se batterò il mio record sarà grazie ai bambini farfalla», piccoli affetti da una malattia genetica rara, la epidermolisi bollosa, che rende la loro pelle estremamente fragile come le ali di una farfalla, riempiendosi di bolle e staccandosi a un semplice sfregamento. Ed è per aiutare questi bambini che la ciclista ha deciso di trasformare la sua gara – iniziata il 31 ottobre e conclusa il 1° novembre al velodromo bresciano di Montichiari – in un’opera di sensibilizzazione: chiedere che le mille persone affette da questa malattia in Italia possano accedere a cure e servizi.

OLTRE I PROPRI LIMITI
Mille chilometri e 4.000 giri di pista sono una sfida che non era mai stata provata da nessuna donna. «Posso superare i miei limiti solo grazie alla forza spirituale che ho dentro», racconta Anna. «La fatica fisica riesco a vincerla pensando al dolore che ogni giorno devono sopportare i bimbi farfalla. Dio non ci mette mai sulle spalle una croce che non siamo in grado di portare, dobbiamo avere fiducia e pensare che ci sia stata messa per un motivo». Questo la ciclista l’ha scoperto guardando negli occhi i bambini affetti da epidermolisi. «Portano la loro croce sulle spalle con una tale dignità e forza di vivere: sono anime sensibili capaci di elevarsi sempre più vicino a Dio».

Mentre racconta dei “suoi” bambini farfalla, Anna ripensa al penultimo record su pista, nel 2013. Prima di salire in sella alla bici, un bimbo la ferma: «Grazie per quello che fai per noi», si sente dire quando ha già il caschetto infilato sopra i capelli biondi. «Loro non sanno di essere ben più forti e coraggiosi di tutti noi», ricorda di avere pensato in quel momento.

Ogni volta che scende in pista, la maestra-ciclista prega con un’Ave Maria. «Credo nella protezione di Dio. Nel 2012 ho fatto un brutto incidente: ricordo quando il neurochirurgo mi ha detto che ero a rischio di restare sulla sedia a rotelle… e invece sono tornata in sella dopo soli due mesi». Allora scatta il pensiero: «Credo di essermi salvata grazie a un’effigie della Madonna che ho sotto la sella». La sua devozione mariana è anche legata alla Madonna del Ghisallo, la protettrice universale dei ciclisti. «Il santuario del Ghisallo a Magreglio, in provincia di Como, era caro anche a Gino Bartali e Fausto Coppi. Dentro la chiesa ci sono biciclette e maglie di ciclisti importanti. Anch’io ho lasciato in quella chiesa la mia maglia. Ed è il luogo dove mi sono sposata».

A SANTIAGO E MEDJUGORJE
Anna non ha dubbi: «Dentro ogni sportivo c’è la ricerca di dare a quello che sta facendo un valore che vada oltre il gesto atletico». Un significato spirituale che ha voluto dare anche al Cammino di Santiago, compiuto nel 2013, sola e sempre rigorosamente in bici, o portando una piccola farfalla ai piedi della Madonna di Medjugorje. Nella mente, le parole della mamma di un piccolo affetto da epidermolisi che gliela aveva donata: «Portala là per i nostri bambini». E sono proprio loro che Anna cercava durante le brevissime pause che ha avuto lungo le 35 ore di pedalata da record: un abbraccio a bordo pista e poi via verso la meta.

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Tags:
malattiasporttestimonianze di vita e di fede
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