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10 cose che ho imparato dopo la morte di mio figlio

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VIDA NUEVA - pubblicato il 03/11/15

3. “Sono una persona nuova, una persona migliore…”

La morte di mio figlio mi ha reso migliore. Ora ho un altro modo di guardare la vita, di essere. Se io con il mio amore limitato e mortale desidero la vita di mio figlio, so che solo il Dio della vita, l’eterno, colui che ha l’amore pieno ed è il Creatore potrà rispondere a questo desiderio che ho nei confronti dei miei cari: “Ti amerò eternamente”. Solo in Lui sarà possibile rimanere nell’amore, al di là della propria morte. Per questo desidero amore, essere migliore, perché capisco che è la via della vita e dell’incontro quello che vince la morte: “Solo l’amore è più forte della morte”.

4. “La mia scala di valori si è modificata”

Quello che sembrava fondamentale e centrale della vita è rimasto relegato sullo sfondo. A cosa serve avere, tesaurizzare, sapere di più, il successo? Nulla di tutto ciò è paragonabile all’amore, alla vita semplice e quotidiana, alla relazione, alla famiglia, all’incontro amato e amichevole. È fondamentale distinguere la necessità, il desiderio e il capriccio. Distinguere ciò che è autentico, quello che rimane, da ciò che è passeggero, che è caduco: “Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano” (Mt 6, 19).

5. “Non ci educano né educhiamo nella verità”

Nascondiamo la morte, ci inganniamo. Sarebbe la prima lezione che dovremmo imparare dalla vita: moriremo, possiamo morire in qualsiasi momento, i nostri cari se ne possono andare. Solo così possiamo affrontare meglio la realtà della morte nella vita. E questo ci porterebbe a guardare la vita – ogni giorno, ogni minuto – come un incontro con il suo valore unico e trascendente; a valorizzare il vero tesoro della vita che abbiamo tra le mani: la costruzione come persone nell’amore vero. Solo percorrendo la via dell’autenticità si arriva alla pace interiore che produce gioia. Solo i puri di cuore vedranno Dio: “Beati i puri di cuore…” (Mt 5, 8); “Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no” (Mt 5, 37).

6. “Si può morire per amore…”

Si può arrivare ad amare tanto da non resistere a non poter amare o non essere amato, ma di contro è sbagliato non iniziarsi all’accettazione del fallimento, del dolore e della difficoltà. La vita ha anche le sue componenti di limitazione, di dolore e di insuccesso. Integrarle e superarle è saper vivere. Non possiamo educare nascondendo il dolore e il fallimento, dobbiamo aiutare a viverlo. Di fronte al fallimento del figlio perduto, dobbiamo continuare ad amare e a vivere, consolando e costruendo, perché continuano ad esserci ragioni di vita e di scommessa su ciò che rimane di relazione, di storia, di famiglia, di lavoro. Ricostruiamo la persona amata se la teniamo presente vivendo la vita partendo dalle cose positive e scommettendo su ciò che ci augurava con il suo amore. L’amore integra il fallimento: “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 16, 24-25).

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