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Cosa si intende per scelta preferenziale per i poveri?

© Andrew Holbrooke

Aggiornamenti Sociali - pubblicato il 15/06/15

Il magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI
Sembra oggi possibile trovare un accordo sull’importanza evangelica di una scelta per i poveri e sul fatto che essa sia necessaria da parte di tutti i cristiani. Si riconosce più facilmente che tale scelta può tradursi in comportamenti diversi e fare riferimento a modelli di società differenti. Ci si può tuttavia chiedere se questa scelta, guadagnando in estensione e in consenso ecclesiale, non abbia perduto di intensità e di potere di mobilitazione evangelica. 802 Alain Durand Chi sono i poveri? Innumerevoli testi del magistero precisano che i poveri sono quanti soffrono di condizioni disumane per quanto riguarda il cibo, l’alloggio, l’accesso alle cure mediche, l’istruzione, il lavoro, le libertà fondamentali. La povertà è dunque una privazione grave di beni materiali, sociali, culturali che minaccia la dignità della persona. «“Poveri”, nelle molteplici dimensioni della povertà, sono gli oppressi, gli emarginati, gli anziani, gli ammalati, i piccoli, quanti vengono considerati e trattati come “ultimi” nella società» (VC, n. 82). La povertà non si limita dunque alla deprivazione materiale. La dimensione sociale della povertà è essenziale: i poveri sono “gli ultimi”. Benedetto XVI parla di «emarginazione, povertà relazionale, morale e spirituale», di «persone interiormente disorientate» (Messaggio per la giornata mondiale della pace 2009, n. 2), manifestando così la complessificazione della conoscenza della povertà, che del resto è propria di molti ricercatori. A seconda delle circostanze sono ugualmente menzionati le donne vittime di discriminazione e di violenza, i bambini, i senza terra, i senza alloggio, i migranti, i rifugiati, le minoranze etniche, ecc. Le giustificazioni di questa scelta prioritaria per i poveri appartengono – sottolinea il magistero – al cuore stesso della fede. Vivendola, il cristiano si fa «imitatore della vita di Cristo» (SRS, n. 42). La Chiesa «dimostra un amore preferenziale per i poveri e i senza voce, perché il Signore si è identificato con loro in modo speciale» (Ecclesia in Asia, n. 34). Infatti, «stando alle inequivocabili parole del Vangelo, nella persona dei poveri c’è una sua [di Cristo] presenza speciale, che impone alla Chiesa una opzione preferenziale per loro» (NMI, n. 49). È il Signore stesso, secondo il cap. 25 del Vangelo di Matteo, che ci interpella di fronte ai drammi della indigenza totale (cfr SRS, n. 13). Poiché «Gesù è venuto ad “evangelizzare i poveri”» (Matteo 11, 5; Luca 7, 22), occorre sottolineare con decisione «l’opzione preferenziale della Chiesa per i poveri e gli emarginati» (TMA, n. 51). Essa è «testimoniata da tutta la Tradizione della Chiesa» (SRS, n. 42). La scelta per il povero è radicata nella fede in un Dio che si è fatto povero in Cristo. Come ha sottolineato Benedetto XVI, «l’opzione preferenziale per i poveri è implicita nella fede cristologica in quel Dio che si è fatto povero per noi, per arricchirci con la sua povertà» (Benedetto XVI 2007, n. 3). Si tratta dunque di una scelta che è al tempo stesso teocentrica e cristologica. Tale scelta, tuttavia, «non è mai esclusiva né discriminante verso altri gruppi» (CA, n. 57). Non implica rifiuto o disinteresse nei confronti di coloro che non fossero poveri, ma sottolinea chiaramente che i poveri hanno diritto al primo posto nelle preoccupazioni dei credenti. Inoltre non è riservata ad alcuni soltanto, poiché «si riferisce alla vita di ciascun cristiano» (SRS, n. 42). In questo senso non è una opzione facoltativa, ma una scelta, una decisione, a cui ogni credente è invitato. Si fonda sulla vocazione cristiana da tutti condivisa, anche se ciascuno – persone o gruppi – può contribuirvi in maniera differenziata: «La Chiesa […] invita i credenti in Cristo a manifestare, in modo concreto e in ogni ambito, un amore preferenziale per i poveri» (Messaggio per la giornata mondiale della pace 2005, n. 8). Questa scelta costituisce «una forma speciale di primato nell’esercizio della carità cristiana» (SRS, n. 42; cfr CA, n. 11), ovvero l’attuazione del principale comandamento del Signore. L’uso del termine “carità” è sgradito ad alcuni, che preferirebbero parlare di giustizia. Ma la carità non è estranea alla giustizia, perché la ricerca della giustizia si radica per il credente nella carità (cfr CV, n. 6). Mentre Giovanni Paolo II ricorreva più voScelta preferenziale per i poveri 803 cristiani e cittadini lentieri ai termini giustizia e solidarietà, Benedetto XVI si esprime più immediatamente in termini di carità, senza per questo ignorare il posto essenziale della giustizia (cfr DC nn. 26-31; CV, n. 6 ).

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