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8 tappe per vivere l'amore e la sessualità nella coppia

Marina Svetlova

Roberta Sciamplicotti - Aleteia - pubblicato il 11/05/15

Lasciamoci guidare dal libro “Sesso senza tabù. Dal Cantico di tutti i cantici”

“Aiutare le coppie/famiglie a innamorarsi della Parola di Dio, a trovare in essa la lampada che illumina i loro passi, a gustare l’inesauribile ricchezza di un Dio che si prende – sempre di nuovo – cura di noi nel rivelarci Se stesso”. Il tutto sulla base del Cantico dei Cantici, che “canta l’amore nuziale con un respiro universale che immediatamente lo collega all’Amore divino trinitario”. Questo il significato del libro di Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini “Sesso senza tabù. Dal Cantico di tutti i cantici” (San Paolo), che in otto tappe vuole approfondire il senso dell'amore in un legame sponsale.

I Tappa: La differenza sessuale

Negli Stati Uniti, Facebook ha reso disponibile la scelta fra 56 diverse “opzioni di genere”, mentre in Germania è concesso ai genitori che dichiarano in comune la nascita di un neonato di non indicarne il sesso. Tutto questo conferma la crescente tendenza, anche nei documenti internazionali e nella letteratura scientifica, a eliminare il riferimento al “sesso”, maschile o femminile – legato al corpo con cui un essere umano viene al mondo – in favore della “identità di genere”, riferita alla percezione di sé e definita in modo indipendente e discontinuo rispetto al “genere assegnato alla nascita” e quindi slegata dal corpo sessuato.

Eppure, osservano gli autori, “a questa pervasiva teoria del gender dobbiamo molto, non solo perché siamo chiamati a riscoprire il significato della differenza sessuale, ma perché non possiamo non disincrostarla da tutta quella congerie di attribuzioni al maschile e al femminile di tratti che sono inequivocabilmente datati secondo le culture”.

Che cosa rimane della differenza sessuale, spogliata dalle incrostazioni culturali, alle quali anche gli uomini di Chiesa hanno dato man forte? “Un dato irrinunciabile, secondo la Scrittura, e cioè che vi sono due modi di essere umani, quello maschile e quello femminile. Pari in dignità, non subordinati né complementari, se per complementari si intende l’uno in funzione dell’altro”; “due modi irriducibili di guardare il mondo. Due modi voluti dal Signore Dio, in tutta la sua forza creativa. E interessanti, perché ne va dell’identità”.

II Tappa: Esporsi all’Amore

La Sulammita del Cantico dei Cantici si descrive dicendo “Bruna sono, ma bella”.

Qual è il segreto per non imbarcarsi nella competizione con le altre donne? Sta nel non porre sulle spalle dell’amato l’onere della prova: “è lui che deve provarmi di essere degna, bella, amata e – nell’escalation propria della nostra cultura – unica, eccezionale, fuori competizione. È lui che deve sorreggere la mia bassa autostima, provarmi ciò che io non sono stata in grado di provare a me stessa. Naturalmente, una simile prospettiva può esser svolta anche dal punto di vista maschile:
è lei che mi deve far sentire prestigioso, eccezionale, unico (nel senso di vincitore sugli altri!)”.

L’esordio della Sulammita, spiegano gli autori, è invece “una rottura radicale alla sequela di richieste di prova: 'Sono bella, anche se bruna'. Il mio essere bruna, e cioè i miei limiti, non è una ragione che depone a mio sfavore, men che meno è una ragione per mettermi in competizione. Il 'come sono fatta' (inestetismi compresi!) è – invece – una ragione per l’amore. In altre parole, se la persona (maschio o femmina) non è giunta a un minimo di autoaccettazione, non può esporsi all’evento dell’amore”.

“Non sono perfetta, ma ho accettato di essere io. Nel crogiolo dell’amore metterò me stessa, e non ciò che aspirerei ad essere, non i miei miti e nemmeno ciò che vorrei nascondere”.

III Tappa: Fare l’amore o fare sesso?

In genere, ricordano gli autori, l’amor sacro è rappresentato da “una umile e scipita fanciulla in un composto raccoglimento che pare dire: 'Non toccatemi, per favore'”, mentre l’amore profano è simboleggiato da “una donna procace, perfino sguaiata e, in ogni caso, gaudente. È una distinzione orribile che ha portato a tante distorsioni: al profano si addice il piacere, al sacro l’inerte rinuncia; profano è contiguo con peccato e malizia, sacro è contiguo con ascesi meritoria”.

Nel Cantico dei Cantici “l’amore è umano (e quindi anche buono, anche bello, anche vero, anche sacro) nel senso che vi partecipa tutta la persona, a partire dalla sua fantasia, dal suo mondo interno”.

Il Cantico insegna dunque che “l’amplesso erotico, bellissimo e soddisfacente, non si riduce al sesso: occorre imparare a 'fare l’amore', a dire il vero espressione comune eppure pregnante; l’amore 'si fa' cioè lo si costruisce, lo si nutre, lo si cura”.

“Il rapporto sessuale, lasciato a se stesso, si identifica con il piacere del momento e poi lascia più soli di prima”. Quando è esclusivamente rapporto sessuale, “ciascuno aderisce al proprio godimento come prioritario e perfino esclusivo”, mentre nel fare l’amore “prioritario è il godimento dell’altro, che si esprime nella dedizione”.

IV Tappa: La bellezza come totalità

Nel Cantico dei Cantici, la descrizione della sposa lascia senza parole tanta è la pregnanza emotivo-sessuale che ne scaturisce.

“La prima percezione che ne abbiamo è che viene descritto-narrato-visitato-gustato il suo corpo. Immediatamente dopo ci rendiamo conto che viene descritto soltanto il suo corpo e, abituati come siamo alle catene di riflessioni che c’imprigionano, siamo pronti alla critica: perché soltanto il corpo? Ma questa donna non ha anche un’anima, delle qualità personali e uniche che la distinguano da ogni altra donna? Così presentata, non è forse una donna cosificata, resa oggetto di piacere?”.

Per Zattoni e Gillini, il dualismo che ha segnato le radici della nostra cultura occidentale, a partire dal platonismo, ci è costato “assai caro”. “Abbiamo relegato lo spirito nei sentimentalismi o nel rigore conventuale oppure abbiamo flagellato 'la carne' come luogo del peccato o pretesto per distruggere l’anima, vanificandola nell’esaltazione della materia”. Nel Cantico, invece, “la persona è restituita all’intera sua dimensione”.

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