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Pigrizia: un peccato confessato raramente, ma molto dannoso

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© Robcartorres/SHUTTERSTOCK

mons. Charles Pope - pubblicato il 23/04/15

Non è quello che pensi...

Uno dei peccati cardinali più incompresi è la pigrizia, perché la maggior parte delle persone lo interpreta semplicemente come non aver voglia di lavorare. La pigrizia, però, è qualcosa di più. Prendiamoci un istante per considerare alcuni aspetti del peccato capitale che definiamo pigrizia.

La parola greca che traduciamo come pigrizia è accidia, ἀκηδία (a = assenza kedos = di attenzione), il che vuol dire indifferenza o negligenza. San Tommaso parla della pigrizia come della pena per il bene spirituale. Per questo, evitiamo il bene spirituale come qualcosa di troppo molesto (cfr. ST II-II 35,2).

Alcuni commentatori moderni parlano della pigrizia come della sensazione del “non mi importa”. Alcuni dicono anche che è una sorta di disamore nei confronti di Dio e delle cose di Dio (cfr. Ap 2: 4). A causa della pigrizia, l’idea di una vita buona e il dono di un’umanità trasformata non ispirano allegria, ma avversione o perfino disgusto, perché vengono visti come troppo pesanti o che esigono di mettere da parte i piaceri o i peccati di cui si gode attualmente. Per via della pigrizia, molti sperimentano tristezza anziché gioia o entusiasmo per il fatto di seguire Dio e ricevere una vita umana trasformata. Sono angosciati alla prospettiva di quello che potrebbe accadere se abbracciassero la fede in modo più profondo.

La pigrizia tende anche a dimenticare il potere della grazia, concentrandosi sul “problema” o sforzo che implica il fatto di essere cristiani anziché intenderlo come una grazia, un’opera di Dio.

Come ho detto in precedenza, oggi molte persone equiparano la pigrizia alla scarsa voglia di lavorare, ma non è solo questo; si intende piuttosto come la tristezza o l’indifferenza. Anche se a volte può avere a che fare con la noia o con la mancanza di voglia di raggiungere il bene spirituale, la pigrizia può anche manifestarsi in un “gettarsi a capofitto” nelle cose del mondo per evitare le domande spirituali o di vivere una vita riflessiva.

In poche parole, si può essere dipendenti dal lavoro ma peccare ugualmente di pigrizia.

Detto questo, la pigrizia in genere si manifesta come una sorta di letargo, una noia per la quale sembra di non poter provare alcun interesse, energia, gioia o entusiasmo per i doni spirituali. Le persone pigre possono essere entusiaste di molte cose, ma Dio e la fede non sono tra queste.

Nei tempi moderni la noia sembra essere aumentata, e questo alimenta la pigrizia. Oggi, in effetti, siamo iperstimolati.




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Il ritmo frenetico, le interruzioni interminabili, l’abbondanza di intrattenimento, i film a ritmo rapido e i videogiochi ci sovrastimolano. Dal momento in cui ci svegliamo a quello in cui ci buttiamo nel letto alla fine della giornata, non c’è quasi mai un momento di silenzio o in cui non veniamo bombardati da immagini, spesso vacillanti e mutevoli.

Questa iperstimolazione fa sì che quando ci troviamo di fronte a cose come la preghiera silenziosa o ci viene chiesto di ascoltare per un periodo prolungato o quando l’immagine non sta cambiando in modo sufficientemente rapido ci annoiamo facilmente.

Peter Kreeft dice che “la pigrizia è un peccato freddo, non caldo, ma questo lo rende ancora più letale. Quando ci si ribella a Dio, si è più vicini a Lui di quando ci è indifferente… Dio può raffreddare più facilmente la nostra ira che accendere la nostra freddezza, pur potendo fare entrambe le cose. La pigrizia è un peccato di omissione, non di commissione. Questo fa sì che sia più letale. Per commettere il male, bisogna stare almeno dentro il gioco… La pigrizia porta semplicemente a non voler giocare, né con Dio né contro Dio… Ci si siede annoiati… È meglio essere freddi o caldi che tiepidi” [Back to Virtue, pag. 154].

La pigrizia dà luogo a molti peccati: non preghiamo, non andiamo a Messa, non ci confessiamo né leggiamo le Scritture. Non cresciamo nella nostra vita spirituale e quindi non siamo capaci di diventare l’uomo o la donna per cui Dio ci ha creati. In un certo senso, ogni peccato contiene un elemento di pigrizia, perché quando pecchiamo mostriamo una sorta di avversione alla grazia che ci offre Dio. Anziché vedere la legge morale di Dio come una grande chiamata alla libertà, rifiutiamo quella chiamata come “una molestia”.

Anche a livello sociale ci sono molte manifestazioni di pigrizia. Le due più comuni nel mondo moderno sono il secolarismo e il relativismo.

1. Il secolarismo: Per secolarismo intendo la preoccupazione per le cose del mondo (più che il significato più attuale di ostilità nei confronti della fede religiosa). È incredibile come ci appassioniamo alle cose del mondo. Può trattarsi del calcio, della politica o del dispositivo elettronico più recente. Forse è la nostra carriera, o il mercato azionario o le notizie. Sì, siamo gente appassionata, e anche il più riservato ha forti interessi che occupano la sua mente.

E tuttavia molti di coloro che tifano una squadra di basket o si dedicano con passione alla politica o ancora si entusiasmano per il programma televisivo preferito sono gli stessi che non mostrano alcun interesse per la preghiera, la Messa o lo studio della Bibbia. E se vanno a Messa, sembra che stiano in agonia finché non termina.

Il secolarismo è questo, ed è una forma di pigrizia. Abbiamo tempo e passione per tutto ciò che non è Dio. Siamo affascinati da molte cose del mondo, ma annoiati e tristi (ovvero pigri) per le cose che riguardano la vita spirituale. Dov’è la gioia? Dov’è lo zelo? Dov’è la fame di Dio?

2. Il relativismo: Molti oggi sostengono l’idea che non esista la verità assoluta e immutabile alla quale siamo chiamati e alla quale dobbiamo conformarci. Questo è il relativismo. E molti di coloro che lo praticano davvero si rallegrano per la loro “tolleranza” e “apertura mentale”.


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Pensano al proprio relativismo come a una virtù. Spesso, però, il relativismo è semplicemente pigrizia camuffata da tolleranza. Il fatto è che se esiste qualcosa di simile alla verità (ed è così), allora dovrei cercarlo con gioia e basare la mia vita su questo.

Molti preferiscono il relativismo perché è una via d’uscita facile. Se non esiste una verità, allora non sono obbligato a cercarla né a basare la mia vita su di essa. Francamente, molti sono riluttanti e la verità dà loro fastidio perché trovano le sue domande scomode. Questa è pigrizia. La loro tristezza si rivolge verso un dono spirituale divino molto prezioso: il dono della verità. Anziché cercare con gioia la verità, il relativista evita il dono, nascondendo la propria pigrizia dietro definizioni come “apertura mentale” e “tolleranza”.

La tolleranza è molto importante, ma la vera virtù della tolleranza in genere è male interpretata: la comprensione adeguata della tolleranza è “l’accettazione condizionata o la non interferenza con le convinzioni, azioni o pratiche che si sa sono negative ma vengono ritenute ‘tollerabili’, di modo che non si devono proibire o limitare irragionevolmente”. Il punto chiave che oggi spesso si perde di vista è che le convinzioni o pratiche tollerate vengono ritenute obiettabili, negative. Se questa componente non è presente, non stiamo parlando più di “tolleranza” (nei confronti del male), ma di indifferenza.

I relativisti che scartano l’ipotesi che la verità esista non possono quindi definire a ragione la propria posizione “tolleranza”. Di fatto, si tratta di indifferenza, ed è una forma di pigrizia.

Tutti i nostri proclami di essere tolleranti e dalla mente aperta spesso nascondono il fatto che siamo semplicemente vaghi e pigri al momento di cercare la verità. Noi (parlando collettivamente) non amiamo la verità, ma la rifuggiamo perché ci richiede troppo per i nostri gusti. Gesù ha detto a ragione che questa è la condanna: che la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre della luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque fa il male, non ama la luce e non viene alla luce, perché le sue azioni non vengano rimproverate, ma chi pratica la verità viene alla luce, di modo che si veda chiaramente che ciò che ha fatto è fatto secondo Dio (Gv 3, 19-21).

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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