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Quando l’accidia può essere una tristezza corrosiva del desiderio di Dio

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Aimee Heart-(CC BY 2.0)

Dimensione Speranza - pubblicato il 02/02/18

Può essere un male che interferisce, blocca e fa deviare dalla ricerca e dall’incontro con Lui

di Dom Bernardo Olivera *

Durante questi ultimi mesi, a causa del mio incidente cerebro-vascolare, ho avuto il tempo e l’opportunità di leggere e meditare, sperimentare e combattere, analizzare e riflettere su di un vizio classico, conosciuto da tutti: l’accidia. In questa lettera, vorrei condividere le mie riflessioni, perché penso si tratti di un male tipicamente monastico che, in seguito ad alcuni eccessi o carenze culturali è molto diffuso, in forme diverse, nel mondo attuale.

Mi affretto a dire subito che non è facile parlare dell’accidia: si tratta di un’esperienza complessa, molto più della golosità, della lussuria, dell’avarizia, dell’ira, della tristezza o dell’orgoglio. Per questo è importante chiarire innanzitutto il punto di vista in cui ci poniamo. Di fronte al fenomeno e all’esperienza dell’accidia, ci possono essere almeno, quattro opinioni diverse. Vediamole nella loro estrema semplicità:

Un medico potrebbe diagnosticare uno scompenso di energia di natura organica.

Uno psicologo parlerebbe di un quadro depressivo dovuto a cause endogene o traumatiche.

Un moralista penserebbe che potrebbe trattarsi di un peccato la cui gravità dipende dalla piena coscienza e dalla volontà deliberata

Un accompagnatore spirituale potrebbe forse discernere se si tratta o no di uno degli otto Iogismoi (pensieri) che tentano coloro che cercano Dio con tutte le forze del loro cuore.

Tutte queste persone si trovano di fronte allo stesso fenomeno e ciascuna esprime la propria opinione a partire dal proprio punto di vista. In parte, tutte hanno ragione, ed è per questo che, nel discernimento di un caso specifico, è necessario tener conto tutti gli aspetti che sono stati segnalati. In una cultura come la nostra, tanto marcata dalla psicologia, è forse necessario ricordare la realtà del male, oggettiva e personalizzata, ostile e lucida, che chiamiamo demonio o satana.

La mia angolatura si pone nella prospettiva della spiritualità, intesa come fede incarnata e vissuta. Considero quindi l’accidia come un male che interferisce, blocca e fa deviare.., dalla ricerca e dall’incontro con Dio. L’accidia mina la perseveranza nella vita cristiana e monastica. È duro e triste riconoscerlo, ma più di un abbandono della vita consacrata ha inconsciamente come causa questo vizio corrosivo.

Mi pongo, inoltre, nel contesto del combattimento spirituale, nell’ambito dell’ascesi monastica che conduce alla purezza del cuore nel nostro pellegrinaggio verso la vera patria, il cuore del Padre.

Comincerò accogliendo la tradizione relativa ai «vizi o peccati capitali» in generale e all’accidia in particolare. Cercherò quindi di sottolineare alcuni aspetti della tradizione e, forse, di arricchirla, per poterla trasmettere soprattutto ai più giovani.

1. La tradizione che abbiamo ricevuto

1.1. I peccati capitali

I monaci del deserto di Egitto ci hanno insegnato che ci sono delle tendenze disordinate da cui derivano delle altre, come da una fonte. Siamo così agli inizi della dottrina tradizionale sui «peccati capitali».

Evagrio il Pontico (+ 399) fu il primo a sistematizzare questa dottrina: egli parla così di otto pensieri o tendenze viziose, che l’eremita deve affrontare e sconfiggere. Giovanni Cassiano (+ 425) ha tradotto questa dottrina nel contesto cenobitico occidentale.

Tutti conosciamo la sorte che ha avuto questa classificazione di vizi o peccati capitali dopo le Istituzioni Cenobitiche di Cassiano. San Gregorio Magno (+ 604) svolse un ruolo fondamentale in tale evoluzione. Gregorio segue Cassiano, ma con qualche elemento specifico che gli è proprio: cambia l’ordine dei vizi; l’accidia scompare dall’elenco, anche se alcune delle sue manifestazioni vengono incorporate alla tristezza; aggiunge l’invidia e toglie dall’elenco la superbia, considerando che è la radice e l’inizio di ogni peccato. Segue in questo la letteratura sapienziale secondo la versione della Vulgata: «Inizio di ogni peccato è la superbia» (Sir 10,15). Più tardi, la vanagloria e l’orgoglio verranno fusi in un solo vizio e arriviamo così alla lista tradizionale dei sette peccati capitali, che si è imposta in occidente a partire dal secolo XIII. Giovanni Climaco (+ 650) e Giovanni Damasceno (+ 749) trasmetteranno questa dottrina alle Chiese di Oriente.

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accidiaspiritualità
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