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Il mio problema è la debolezza o la malizia?

© Marco Bellucci

Javier Ordovás - pubblicato il 03/01/15

A volte usiamo perfino i nostri difetti per richiamare l'attenzione. Ci spaventa non spiccare in qualcosa

Spesso ci chiediamo se compiamo un'azione scorretta per debolezza o per malizia. Non vale la pena complicarci troppo la vita compiendo un'analisi introspettiva che non ci darà una risposta esatta. Basta accettare che nei nostri errori c'è un miscuglio di entrambi gli elementi: la debolezza diventa complice della malizia.

Ricordiamo il western “Il buono, il brutto e il cattivo”, con la semplicità dei suoi personaggi con profili dall'identità molto definita. Tutti, in generale, preferiamo identificarci con il buono o il cattivo, mentre non ci piace il ruolo del brutto, ma la realtà è che non riusciamo a uscire dalla mediocrità.

C'è una malizia occulta, camuffata, simulata o sconosciuta che è quella della semplice comodità e dell'egoismo quasi infantile che ci accompagna fino alla tomba. E c'è poi una malizia sfacciata e accettata che è quella del presuntuoso che si vanta della crudeltà.

Come ci spaventiamo quando individuiamo cattivi sentimenti nel nostro cuore, dovremmo rallegrarci quando troviamo desideri buoni e nobili anche se ci sembrano ingenui e sognatori. Tutto questo si trova nel fondo del cuore umano e appare in diversi momenti.

Siamo anche capaci di pensare che non siamo cattivi per mancanza di coraggio, anziché accettare che ci sia un seme di buoni sentimenti dentro di noi.

Vorremmo essere brillanti e spiccare con i nostri valori, e perfino con i nostri difetti.

Essere solo uno della massa, un personaggio grigio, non deve umiliarci. Non abbiamo bisogno di richiamare l'attenzione, ma solo di saperci utili e di lasciare una buona impressione alle persone che incrociamo nella nostra quotidianità. Accontentarci di avere empatia e leadership nel nostro ridotto contesto sociale più prossimo. Abbandonare l'infantilismo di voler spiccare in ogni luogo.

Conoscere la nostra debolezza è un grande vantaggio se siamo capaci di identificare e definire i nostri punti deboli.

Per questo bisogna essere drasticamente sinceri con se stessi, senza dipendere da ciò che pensano gli altri. Conoscere la debolezza, i punti deboli, individuarli, non ignorarli, accettarli, combatterli.

Mettersi “faccia a faccia” con Dio è la via per conoscersi; dialogo, preghiera con Dio Padre. Saperci conosciuti in modo assoluto da Dio ci dà una profonda serenità perché sappiamo che comprende tutta la nostra persona, le nostre debolezze e i nostri buoni desideri e le intenzioni più recondite; sappiamo che Dio ci vede in modo assoluto, con piena chiarezza e con uno sguardo di bontà paterna, ci guarda senza invidia, con amore. Ci comprende meglio di noi stessi.

Anche se non siamo sinceri con gli altri, il primo passo è esserlo con noi stessi mettendoci di fronte a Dio, in una conversazione da figlio a Padre. Questa sincerità ci porta all'autenticità di accettare che in genere non abbiamo grandi difetti né grandi virtù, ma una somma di errori e aspetti positivi non di gran peso che accompagnano la nostra personalità.

Il grande vantaggio di questo peso leggero degli errori è che combatterlo è alla nostra portata, con uno sforzo piccolo ma costante.

Combattere la debolezza rafforzando il carattere, mediante la ripetizione di atti (acquisire abitudini positive), ci rende forti ed evita che la malizia trovi un complice debole per comodità o codardia.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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