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L’amicizia e la distanza

© Public Domain

don Fabio Bartoli - Aleteia - pubblicato il 15/09/14

Sembra quasi che l’uomo di oggi nel tentativo velleitario di ricolmare la solitudine che si è autoinflitto, abbia intrapreso una battaglia senza speranza contro la realtà stessa, arrivando fino a cercare di negare appunto le quattro distanze fondamentali che ci identificano.

Come spiegare altrimenti il clamoroso successo dei social network, che hanno trasformato la Rete da strumento di lavoro a divertimento di massa? L’amicizia è ben altra cosa dall’avere un contatto su Facebook, eppure lo strumento virtuale abolisce il primo principio dell’identità, quello del qui, consentendoci di legarci a persone che sono ovunque nel mondo, cancellando la distanza con un mero click.

Purtroppo però per ottenere questo risultato deve anche abolire tutto ciò che rende interessante un’amicizia, che inevitabilmente riguarda la fisicità: l’andar a bere una birra insieme, il sudare insieme dietro a un pallone (o qualsiasi cosa preveda il sudare, sudare insieme è un elemento essenziale per l’amicizia maschile) eccetera.

Così per poter dire che quella virtuale è un’amicizia bisogna di fatto svuotare la parola amicizia di ogni senso.

E che dire della distanza legata all’adesso? Le palestre sono piene di cinquantenni che si illudono di essere adolescenti, strizzandosi in pantaloni improponibili o esibendo messe in piega imbarazzanti. È come un modo per negare la propria storia, per dire: non è vero che io ho vissuto, che ho fatto questo, questo e questo… ma il prezzo di questa illusione di eterna giovinezza è l’abolizione di ciò che rende davvero interessante un uomo, ovvero la sua esperienza, le sue cicatrici, tutte cose legate inevitabilmente ala storia.

Anche per il sesso vale lo stesso discorso, il gigantesco tentativo di abolire la differenza tra maschi e femmine a cui stiamo assistendo da circa un secolo è arrivato al suo estremo: la creazione dell’androgino.

E così dopo aver privato l’amore della cosa che lo rende più affascinante e desiderabile, cioè l’avventura meravigliosa e inquietante della fecondità, giungiamo con un colpo da maestro dialettico a chiamare amore un pallido surrogato sterile e infecondo che sarebbe assai più corretto chiamare egoismo di coppia.

La realtà resiste, la realtà non si lascia abolire per decreto, appunto perché c’è la quarta differenza che non può essere abolita e custodisce le altre tre: noi non siamo Dio e quindi non possiamo trasformare l’essere a nostro capriccio. E poiché la realtà resiste, si vendica dei tentativi di manipolarla e ce li ritorce contro in termini di nevrosi e insoddisfazioni.

Che dire dunque? Siamo condannati alla solitudine? La distanza che ci identifica ed identificandoci ci separa è dunque incolmabile? L’aspirazione all’unità che ci portiamo dentro dovrà restare eternamente insoddisfatta?

No, in realtà ci sono due vie per superare questa distanza e costruire una vera unità, liberante e non costrittiva, una naturale ed una soprannaturale.

La via naturale è quella dell’amicizia.

L’amicizia non vuole abolire la distanza, non fa finta che non ci siano differenze, ma se ne accolla il peso in un lavoro necessario a superarle. Questo lavoro non nega la distanza, anzi, implicitamente l’afferma e la riconosce come buona, proprio nello sforzo di colmarla.

La fatica con cui due amici testardamente ricominciano continuamente una discussione nello sforzo di trovare un intesa è un buon esempio di questo: non possono rassegnarsi ad essere divisi, ma neppure vogliono violentarsi a vicenda e quindi limano e affinano continuamente il proprio pensiero nella estenuante ricerca di una verità comune che consenta di salvaguardare l’unità senza sacrificare la libertà e la coscienza di ciascuno.

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Tags:
amiciziaideologia gender
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