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Spese, tasse e denatalità: l’Italia affonda

J. Wills

Big families are fun

La nuova Bussola quotidiana - pubblicato il 08/08/14

Un paese che non investe sulle nuove generazioni non può che declinare

di Gianfranco Fabi

Ci vuole un bel coraggio a sostenere che la mancata crescita dell’Italia in questo 2014 sia dovuta all’euro, alla politica europea di austerità, alle difficoltà che incontra la riforma del Senato o magari alla congiunzione tra Giove e Saturno. Ci vuole un bel coraggio a prendersela (solo) con l’assenza quasi completa di riforme di questo primo semestre dell’anno tanto ricco di parole e tanto povero di interventi concreti. Ci vuole un bel coraggio a dimenticare, magari perché politicamente scorretti, i fattori strutturali che stanno alla base dei risultati più che deludenti non solo e non tanto del prodotto interno lordo, ma anche e soprattutto dell’occupazione, del reddito, delle speranze per i giovani.

Certo, il Governo non solo non ha fatto che timidi passi avanti sui temi centrali del lavoro e del fisco, ma ha anche silenziosamente smontato alcune delle riforme precedenti, come quella delle pensioni firmata dal ministro Elsa Fornero, che pur avevano aiutato a superare i momenti più difficili dell’emergenza economica. Ma come si può pretendere che un Paese come l’Italia possa crescere, se non si iniziano almeno a mettere sul tavolo, di fronte all’opinione pubblica, le vere e profonde cause della stagnazione? E queste sono il fatto che l’Italia è sempre di più un paese vecchio e di vecchi, con il tasso di crescita demografica più basso d’Europa, con un numero di matrimoni costantemente in calo (e di divorzi costantemente in crescita). Se guardiamo alle statistiche vediamo che nella classe di età tra i 20 e i 25 anni ci sono un milione e mezzo di persone in meno rispetto a solo vent’anni fa. Un milione e mezzo di giovani che non consumano, non si sposano, non mettono su casa, non lavorano, non creano ricchezza per sé e per gli altri.

E oltre a questo l’Italia ha il tasso di occupazione femminile più basso d’Europa (solo Malta fa peggio di noi) per una serie molteplice di cause che vanno dalle tradizionali barriere di genere alla mancata realizzazione, salvo benemerite eccezioni, di misure per conciliare la famiglia ed il lavoro.

In questa situazione di depressione sociale non sorprende che le altre difficoltà abbiano un effetto dirompente. E queste sono altrettanto note, quanto difficili da aggredire senza drastici interventi. Al primo posto va sicuramente la condizione di difficoltà in cui sono state poste le imprese, per la crescita dei vincoli burocratici di pari passo con una pressione fiscale che, non solo non ha eguali in Europa, ma sembra fatta apposta per scoraggiare la creazione di nuovi posti di lavoro: basti pensare ad una tassa come l’Irap, tanto più elevata quanto più occupati ha un’impresa. Ci sarà pure un motivo per cui l’Italia è costantemente agli ultimi posti nelle classifiche della competitività: basta sommare il peso del fisco, la rigidità del mercato del lavoro, i vincoli amministrativi, la lentezza della giustizia per ottenere un mix senza uguali che sembra fatto apposta per frenare l’attività economica.

Ma per ridurre il peso del fisco sarebbe necessario un drastico taglio alla spesa pubblica, non certo diminuendo le prestazioni dello stato sociale, ma limitando i costi della politica sia a livello centrale, sia e forse soprattutto a livello regionale dove imponenti sedi di rappresentanza e compensi a consiglieri e consulenti non danno certo un esempio di sobrietà e rigore.

Abbiamo di fronte una classe politica arroccata e inadeguata, tesa a mantenere e incrementare il consenso mantenendo piccoli o grandi privilegi senza un’idea di costruire un futuro al di là dei propri interessi. La mancanza di una politica per la famiglia è un classico caso di miopia politica e di accondiscendenza alle ideologie alla moda. Sarebbero necessarie misure forti per difendere e valorizzare le famiglie "tradizionali", quelle composte da un uomo e da una donna, con finalità principale quella di essere genitori capaci e responsabili. Ma si preferisce preoccuparsi di altre convivenze che famiglie non sono. Sarebbe necessario valorizzare la diversità della presenza femminile, diversità che è un valore complementare con assoluta pari dignità, e invece si sostengono forme di sostanziale indifferenza che vanno ben oltre le giustissime pari opportunità. Sarebbe necessaria un politica non solo economica di sostegno alle famiglie con figli che sono ora, al contrario che in Francia e Germania, sostanzialmente penalizzate nella loro espressione sociale.

Ma tutto questo è politicamente scorretto e ideologicamente fuori moda. Eppure se è vero, come è vero, che la causa della mancata crescita è da anni la stagnazione della domanda interna, bisogna pur tener conto che la domanda non può che essere collegata al numero delle persone che acquistano beni e servizi e che con i loro consumi sostengono la produzione. Non facciamoci illusioni: un Paese che non mette in condizione i giovani di sposarsi e di avere figli non può pensare di avere un futuro di sviluppo.

Qui l’originale

Tags:
crisi demograficacrisi economica
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