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Nove modi per non parlare di Dio

R.Panikkar

Remise de dipl&ocirc;me &agrave; Raimon Panikkar Alemany, au cours de la session acad&eacute;mique solennelle de son investiture, en qualit&eacute; de <em>Docteur Honoris Causa</em> de l&rsquo;Universit&eacute; de Girona, pr&eacute;sent&eacute;e par le Professeur Joseph-Maria Terricabras, parrain du nouveau docteur.

Dimensione Speranza - pubblicato il 30/04/14

Ciò significa che cercare di limitarlo, definirlo o concepirlo è un’impresa contraddittoria e produrrebbe solo una creazione mentale, una creatura.

«Dio è più grande del nostro cuore» dice san Giovanni in una delle sue epistole.

8. Dio non è l’unico simbolo che indichi ciò che la parola "Dio" vuole trasmettere.

Il pluralismo è inerente, in ultima analisi, alla condizione umana. Non possiamo "capire" o significare ciò che la parola "Dio" vuol dire nei termini di una singola prospettiva, nemmeno partendo da un singolo principio di intellegibilità. La stessa parola "Dio" non è necessaria.Ogni tentativo di assolutizzare il simbolo "Dio" distrugge non solo i legami con il mistero (che allora non sarebbe più assoluto, ossia oltre ogni relazione), ma anche con gli uomini e le donne di quelle culture che non sentono la necessità di quel simbolo. Il riconoscimento di Dio procede sempre in tandem con l’esperienza della contingenza umana e della nostra propria contingenza nella conoscenza di Dio.

Il catechismo cristiano riassume questo concetto dicendo che Dio è infinito e incommensurabile.

9. È un discorso che inevitabilmente si completa ancora in un nuovo silenzio.

Un Dio che fosse completamente trascendente, oltre che contraddittorio della speranza, sarebbe superfluo, se non un’ipotesi perversa. Un Dio completamente trascendente negherebbe la divina immanenza e nello stesso tempo distruggerebbe l’umana trascendenza. Il divino mistero è ineffabile e nessun discorso può descriverlo.

È una caratteristica dell’esperienza umana riconoscere di essere limitata, non solo in denso lineare dal futuro, ma anche intrinsecamente dal fondamento che le è dato. Se amore e saggezza, corporeità e temporalità non sono uniti non c’è esperienza. "Dio" è una parola che compiace alcune persone e dispiace ad altre. Questa parola, rompendo il silenzio dell’essere, ci permette di riscoprirlo ancora una volta.

Noi siamo l’ex-sistenza di una "sistenza" che ci permette di prolungarci (nel tempo), estenderci (nello spazio) di essere sostanziali (col resto dell’universo) quando noi in-sistiamo, allo scopo di vivere, nell’andare avanti con la nostra ricerca, resistendo alla viltà e alla frivolezza e sus-sistendo precisamente in quel mistero che molti chiamano Dio e altri preferiscono non nominare.

«Fermati, e sappi che IO SONO Dio», canta un salmo.

Alcuni obietteranno che, a dispetto di tutto quel che ho detto ho, invece, una precisa idea di Dio. Risponderò che ho, piuttosto, una idea molto precisa di ciò che Dio non è e che anche quest’idea cade sotto l’attacco di questa critica in nove punti. Cionondimeno ciò non costituisce un circolo vizioso, ma piuttosto un nuovo esempio del circolo vitale della Realtà. Non possiamo parlare della Realtà ponendoci fuori di essa, o fuori dal pensiero, proprio come non possiamo vivere senza amore. Forse il divino mistero è ciò che da’ significato a tutte queste parole. L’esperienza più semplice del divino consiste nel divenire coscienti di ciò che scuote il nostro isolamento (solipsismo) e che nello stesso tempo rispetta la nostra solitudine (identità).

http://dimensionesperanza.it/aree/formazione-religiosa/teologia/item/7900-nove-modi-per-non-parlare-di-dio-raimon-panikkar.htmlqui l’articolo originale

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bibbialinguaggioreligionescienzasilenzio
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