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La povertà è lo stile della condivisione

© ALESSIA GIULIANI/CPP

Chiara Santomiero - Aleteia - pubblicato il 05/02/14

L'esperienza di Anna Zumbo e Davide Dotta, operatori Caritas ad Haiti con tutta la famiglia

Anna Zumbo e Davide Dotta e i loro figli Giona e Tobia, quattro e otto anni: una famiglia come tante? In realtà non molte hanno vissuto la loro esperienza. Coraggiosi (per alcuni) o incoscienti (per i parenti), sono partiti tutti e quattro per Haiti dopo il terremoto che ha devastato la grande isola caraibica nel 2010 per realizzare dei progetti per conto di Caritas italiana. In seguito alla tragedia che ha devastato un Paese già poverissimo, Caritas italiana ha infatti messo a disposizione circa 9 milioni di euro dei quali circa 3,5 per fronteggiare l’emergenza e 5.5 per progetti nell’ambito della ricostruzione, della ripresa economica e sociale e per la formazione. I coniugi Zumbo-Dotta hanno raccontato la loro esperienza nella sala stampa della Santa Sede in occasione della presentazione, da parte del cardinale Robert Sarah, presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum, del messaggio per la Quaresima di Papa Francesco “Si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà” nel quale povertà e condivisione sono una il corollario dell’altra. E infatti la sfida della Caritas ad Haiti, ha raccontato Zumbo, è stata quella di sviluppare progetti condivisi, non calati dall’alto dagli “occidentali” e con un respiro ampio che andasse oltre l’emergenza.

Per questo la famiglia Zumbo-Dotta ha deciso di lasciare la zona residenziale per stranieri dove era alloggiata nei primi mesi della sua permanenza a Port-au-Prince, durata complessivamente tre anni e mezzo, e si è trasferita in un quartiere periferico e in una casa molto sobria, senza elettricità e la porta sempre aperta ad accogliere i vicini dei quali hanno imparato la lingua, mentre i bambini hanno frequentato la scuola locale. Perché, come ha detto Anna “solo passando dalla condivisione si apre la porta della fiducia del povero che non tenta più di approfittare, di rimanere nella condizione permanente di assistito, lasciando gli operatori in quella di ‘assistenti’, in una relazione che non cambia nessuno dei due”. Con più fatica, ma con risultati più veri e duraturi, come ha raccontato Anna Zumbo ad Aleteia.

L’esperienza che avete vissuto ad Haiti era diversa da ciò che vi aspettavate?

Zumbo: Prima di partire non avevamo la minima idea di cosa fosse realmente Haiti. Siamo entrati ad operare in un contesto dove era del tutto nuova anche Caritas italiana che negli anni precedenti aveva solo finanziato qualche piccolo progetto. Abbiamo scelto di andare come famiglia pensando che il contesto in cui inserirsi fosse più semplice di come si è rivelato. Tuttavia la difficoltà maggiore è stata lo scarto tra il nostro desiderio di essere lì e lavorare con la logica della Chiesa sorella, in spirito di comunione e accompagnamento della comunità locale e la fatica dei partners haitiani di concepirci ed accoglierci in questo modo, come era nelle nostre aspettative. Abbiamo impiegato anni a costruire una relazione autentica e solo attraverso la scelta radicale di andare a vivere fuori dai quartieri dedicati agli stranieri.

Tu hai detto che per accompagnare qualcuno bisogna conoscerlo: non dovrebbe essere scontato per degli operatori di una organizzazione ecclesiale e umanitaria?

Zumbo: In certi contesti non lo è. Gli stranieri che arrivano a volte sono costretti dall’urgenza di fronteggiare le emergenze a fare da soli e forse è necessario quando la persona che ti chiede di aiutarlo non è in grado di farlo con te, non è pronto, non ha i mezzi per farlo. Però se vuoi costruire qualcosa che si radichi per l’avvenire, l’esperienza nostra è stata che ha più senso farlo se lo fai insieme. E per farlo devi conoscere l’altro, sapere esattamente cosa vuole fare, altrimenti sei nella posizione di chi elargisce un favore. Magari senza preoccuparti di camminare insieme all’altro riesci a costruire qualcosa nell’immediato che ti dà anche più soddisfazione perché è più rapido, risponde meglio a ciò che avevi in testa o che gli standard affermano sia meglio, però non sempre produce un cambiamento reale. A volte succede che chi ti corrisponde lo faccia nella logica della sottomissione o dell’apparenza, logiche che non creano mai un cambiamento reale nel territorio. Ma è vero ciò che dice Papa Francesco: se sei Chiesa e ciò vale per Caritas italiana, per la Caritas locale haitiana, per gli operatori, è importante capire qual è il tuo specifico di Chiesa che lavora nell’emergenza, nel sociale, rispetto a una organizzazione qualsiasi. Sebbene questa distinzione non sia facile perché i contesti sono complessi e niente è immediatamente “bianco o nero”.

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caritas italianacondivisionemessaggio per la quaresimapapa francescopovertàterremoto haititestimonianze di vita e di fede
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