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Reddito minimo? Un buon passo. Garantisce dignità alle fasce deboli

Reddito minimo? Un buon passo. Garantisce dignità alle fasce deboli

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Gelsomino Del Guercio - Aleteia Team - pubblicato il 27/11/13

Campiglio: le fasce povere indeboliscono il sistema economico, provvedimento in linea con quanto insegnato dalla Chiesa

Il reddito minimo garantito è una forma di sostegno al reddito, presente in tutti i Paesi europei tranne che in Italia e in Grecia, destinata a tutti i residenti in età lavorativa che si trovano sotto la soglia di povertà. La forma sperimentale doveva essere introdotta nel maxi-emendamento alla Legge di Stabilità e chiamarsi Sia, Sostegno per l'inclusione attiva. Ma la misura alla fine non è passata per gli alti costi con cui doveva essere supportata (circa 7 miliardi di euro).

«Con la Manovra per la quale il governo ha richiesto la fiducia, sono stati assegnati 40 milioni per tre anni (finanziati con il contributo di solidarietà delle pensioni sopra i 90mila euro) al Fondo per la povertà. Si tratta di uno strumento che nel passato ha operato con la vecchia carta acquisti, che si è poi trasformata nella Social Card». I 120 milioni nel triennio della manovra «serviranno a portare a mezzo miliardo le risorse disponibili per estendere la sperimentazione della nuova Social Card e che finora è limitata a Mezzogiorno e alle grandi città del Centro-Nord, su tutto il territorio nazionale» (La Repubblica, 28 novembre).

«Nessun reddito minimo, né ipotesi di sperimentazione a livello nazionale del Sostegno per l’inclusione attiva voluto dal ministro del Welfare, Enrico Giovannini: nel testo della legge di stabilità 2014 votato ieri si parla solo dell’estensione della Nuova social card». Non mancano le reazioni delle associazioni alla legge di stabilità. «Per Marsico (Caritas) sul reddito minimo si è registrato uno “sgradevole incidente”. Per il presidente nazionale delle Acli, Gianni Bottalico, “sulla povertà sono state stanziate risorse insufficienti. Non c’è un Piano di contrasto”. Per la Fondazione Zancan, si è trattato di “una brutta giornata per la lotta alla povertà”. Pietro Barbieri, portavoce del Forum Terzo settore, ha evidenziato come “la nostra idea di costruire un sistema di welfare a lungo termine, solido e inclusivo non ha trovato effettivo riscontro tra le priorità di questo governo”. E Cristiano Gori, uno degli accademici del team che contribuito alla nascita del Sia, ha amaramente sottolineato come il sostegno di inclusione attiva sia stato bocciato in primis a livello politico» (Redattore Sociale, 28 novembre).

Aleteia ha intervistato il professore Luigi Campiglio, ordinario di Politica Economica nella Facoltà di Economia nell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, secondo cui reddito minimo e Dottrina sociale della Chiesa guardano invece nella stessa direzione.

Il reddito minimo è una forma di assistenzialismo o un diritto della persona?

Campiglio: «E' un richiamo che si ritrova in più parti e in diverse forme nella storia della Dottrina sociale della Chiesa: ma è anche un elemento costitutivo del welfare, nella gran parte dei Paesi occidentali, seppur sotto diverse forme. Il principio è che a ogni cittadino, soprattutto a causa delle forti difficoltà occupazionali che si stanno registrando in questo momento storico, venga comunque riconosciuto il diritto a vivere un'esistenza dignitosa e libera. Si possono discutere le forme per utilizzare al meglio le risorse, ma è evidente che in assenza di una rete di protezione, tanto più in un periodo prolungato di crisi come quello che stiamo vivendo, le categorie che pagano le peggiori conseguenze sono quelle più povere».

Dunque, il reddito come intervento necessario per sostenere le fasce deboli?

Campiglio: «Diventate deboli senza colpa, perché fino a dieci anni fa molte più famiglie erano invece in grado di garantire una vita dignitosa a sé e un futuro ai propri figli. Nel corso di pochi anni il loro potere di acquisto ha registrato l'impatto negativo di crescente pressione tributaria e fiscale. E poi è arrivata questa crisi che dura ormai da cinque anni e che non dà ancora segni tangibili di miglioramento. Proprio in questa fase sarebbe indispensabile ricordare che il contributo di ogni cittadino dovrebbe essere commisurato alla sua capacità contributiva, come sancisce la Costituzione».

Un principio che, nei fatti, vale in Italia?

Campiglio: «Purtroppo no, perché viene contraddetto in misura rilevante sia per le imposte dirette, che sono nettamente regressive rispetto al reddito, sia per quanto riguarda per le imposte dirette che hanno un profilo di progressività solo a partire dal terzo decimo di reddito. Colgo l’occasione per citarle quello che è appena avvenuto in Germania».

Si riferisce all’accordo tra Spd e la Cdu di Merkel, sull’intesa relativa ai salari minimi?

Campiglio: «Sì. I tedeschi avranno il salario minimo a 8,50 euro l’ora a partire dal 2015, ma le parti sociali potranno concordare deroghe fino al 2017. La Germania ha compiuto una scelta importante a favore dei suoi cittadini, perché la riforma Schröder aveva avuto un riflesso negativo sui cosiddetti mini-jobs, cioè lavori pagati molto poco e che sono all’origine di una quota rilevante di working poors, cioè persone che lavorano a condizioni salariarli così basse da restare povere. Quindi il salario minimo è la prima forma con cui si concretizza un diritto al vivere civile, ma che poi va certamente arricchito, Questo accordo si muove nella direzione di poter garantire una vita dignitosa a famiglie e persone in Germania, ma ogni paese europeo trova la sua strada migliore per raggiungere il medesimo risultato: quello di sforzarsi affinché le condizioni di vita non scendano sotto un determinato livello minimo». 

E’ un monito all’Italia?

Campiglio: «Non dico questo. Ma sarebbe opportuno che l’Italia si muovesse in quella direzione, evitando così manovre di politica economica che vanno a danneggiare categorie sociali per le quali questo diritto va affermato in modo indiscutibile, per esempio alle persone disoccupate, disabili o non autosufficienti. E mi permetta di aggiungere un ultimo aspetto che è in realtà primario».

Prego.

Campiglio: «Una visione legata alla Dottrina sociale della Chiesa consente l'esistenza stessa del mercato, oltre che mettere al centro del suo meccanismo il benessere delle persone. E' teoricamente possibile dimostrare che il meccanismo di mercato può produrre risultati socialmente desiderabili, ma a certe condizioni. Un'ipotesi fondamentale è che tutti i soggetti economici abbiano risorse sufficienti iniziali per realizzare scambi di mercato: se una persona ha come sole risorse il lavoro, la sua sussistenza dipende dal fatto che le sue capacità vengano domandate dalle imprese e remunerate. Altrimenti non può vivere: si tratta per l'appunto della cosiddetta "ipotesi di sopravvivenza", con il che si ipotizza che a condizioni appropriate tutti dispongono di un reddito minimo per una vita dignitosa. Ma il meccanismo di mercato non soddisfa in modo spontaneo questa condizione: è necessario un intervento esterno, una garanzia, che può prendere appunto la forma di un "diritto a una vita dignitosa" di cui l'esistenza di un salario minimo è l'implicito riconoscimento. L’accordo tedesco va incontro a questo principio: la questione cruciale, di cui bisogna avere piena consapevolezza, è che il soddisfare l'ipotesi di sopravvivenza è anche una condizione essenziale per consentire al mercato di produrre risultati efficienti e socialmente desiderabili».

E’ meglio l’introduzione di un salario minimo o di un reddito minimo?

Campiglio: «Nel caso italiano l'introduzione del salario minimo avrebbe un impatto centrale, ma minore di quanto potrebbe avere in Germania e ciò per un motivo specifico al nostro paese. In Italia si registra la più elevata quota in Europa di lavoratori autonomi: circa il 20% degli occupati. E' una categoria vasta ed eterogenea di lavoratori, a cui molto spesso corrispondono situazioni di pseudo-lavoro dipendente (i parasubordinati). In queste situazioni il salario minimo sarebbe inefficace per definizione, perché i lavoratore autonomo "vende" un certa prestazione a un dato prezzo: nel caso italiano il riferimento a un reddito minimo appare perciò più appropriato al nostro contesto istituzionale e sociale. Il meccanismo decentrato a livello locale attraverso cui garantire questo reddito dovrebbe soddisfare alcune condizioni, su cui qui non entro, per utilizzare in modo appropriato le limitate risorse disponibili». 

Quindi ok al reddito anche se c’è chi gli preferirebbe, ad esempio, lo stop all’aumento dell’Iva.

Campiglio: «Questa obiezione è fondata, ma occorre forse qualificarla meglio: ci si attende una diminuzione dei prezzi per le categorie più deboli? Temo che l'effetto sarebbe troppo diluito e scarsamente apprezzato. E' quindi forse meglio ragionare a saldi invariati di entrate fiscali e individuare soglie di reddito minimo e target sociali. L’Iva è nel suo complesso un’imposta regressiva, cioè l'aliquota media diminuisce all'aumentare del reddito: penso che un obiettivo già ambizioso sarebbe il trasformare l'aliquota regressiva in una proporzionale, articolando in modo più fine i prodotti soggetti all'imposta. In questo modo si otterrebbe una maggiore equità dal lato delle entrate a cui si sommerebbe un ulteriore elemento di equità se dal lato delle uscite, l'erogazione fosse legata all'obiettivo di colmare il divario fra il reddito esistente e quello minimo per vivere una vita dignitosa».

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