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L’educazione nell’era dei social media

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Ai@rt - pubblicato il 07/11/13

e istintivo rispetto a quello razionale. «Il medium è il messaggio»4 diceva McLuhan riferendosi al messaggio implicito determinato dal semplice uso di uno strumento: oggi più che mai possiamo considerare questa affermazione l’invito ad utilizzare i media come “ponte formativo” in grado di catturare l’attenzione, intercettando e facendo emergere le domande pedagogiche implicite che i ragazzi inconsapevolmente portano con sé. La media education, dunque, potrebbe rappresentare il trait d’union tra istruzione ed educazione nelle diverse discipline previste dai curricula dei vari ordinamenti scolastici, ivi compreso l’insegnamento della Religione Cattolica, come nelle attività di oratorio o dell’ora di catechismo. È certamente sbagliato additare i media come i principali responsabili della così detta emergenza educativa: i mezzi di comunicazione sono lo specchio della realtà; ad esempio, la superficialità delle relazioni su internet non è altro che il riflesso dell’individualismo che affligge la vita reale per cui, per diffidenza, si tende a preferire il semplice “contatto”. Tuttavia i media, sociali e non, amplificando, diffondendo, ridimensionando o ignorando determinati contenuti possono alimentare pregiudizi, distorcendo la verità, manipolare le coscienze e trasformarsi da straordinari strumenti di conoscenza ad “armi di distrazione di massa”.

Genitori, insegnanti, catechisti e quanti hanno a cuore l’educazione delle giovani generazioni possono acquisire – anche grazie alla rete – competenze chiave per smascherare le insidie della comunicazione moderna, approfittando appieno delle risorse oggi “a portata di clic”. Le giovani generazioni, iperconnesse, perennemente di fronte a un display, rischiano di vivere un’esistenza “schermata”: scrive lo scrittore e professore Alessandro D’Avenia «Mi sembra di avere a che fare con una generazione che è stata generata biologicamente, ma non culturalmente e quindi è privata di un ordine simbolico e narrativo grazie al quale interpretare esperienze ed emozioni. Se manca il senso si perdono i significati. Dolore senza significato, vita senza significato, sesso senza significato… Ecco cosa cercano: una capacità di lettura della realtà, che se viene a mancare oscilla tra labilità delle emozioni (più forti sono più mi sento vivo) e dipendenza dal più forte, dal così fan tutti (conformismo). Entrambi gli atteggiamenti scavano un pozzo di dolore nei loro cuori, una prigione interiore di noia e incertezza.»5 Sono gli adulti ad avere il dovere morale di dire ai giovani il loro “Effatà” evangelico6, per aprirli allo stupore e alla contemplazione della vita, che si può anche alimentare di relazioni su Facebook, twitter o WhatsApp, senza che esse rappresentino il fine o, peggio ancora, la fine della propria vita relazionale! Ma c’è bisogno di una visione pedagogica integrata che, valorizzando l’opinione oramai consolidata secondo cui i media non vanno più considerati dei semplici strumenti bensì ambienti in cui si possono realizzare infinite esperienze, porti alla predisposizione di azioni educative mirate alla prevenzione del rischio che gli strumenti della comunicazione si trasformino in una “prigione” relazionale, affettiva o culturale, come
nel caso degli Hikikomori giapponesi7. L’educatore, per essere tale, deve continuamente imparare ad esercitare la maieutica socratica8 in un modo profetico; il profeta, infatti, non è tanto una persona capace di presagire il futuro, ma colui che osservando in maniera critica e non superficiale la realtà riesce a prevedere quali possano essere le conseguenze di determinate scelte9. Dunque, occorre osservare gli attuali fenomeni mediatici attraverso una visione convergente da due posizioni distinte ma per niente distanti: la prima tesa a smascherare comportamenti e messaggi subdoli o pericolosi per segnalarli e, se necessario, denunciarli; la seconda per valorizzare, promuovere e condividere attraverso la tecnologia il bello, il buono e il vero della vita. In questo senso anche l’attività di denuncia e pressione da parte dell’AIART sui contenuti discutibili trasmessi dai media, specialmente dalla tv, va considerato come un Servizio di alta valenza educativa, poiché in più di un caso ha indotto modifiche nella programmazione dei palinsesti delle varie emittenti locali e nazionali portando alla cancellazione di alcuni programmi, o allo spostamento in orario più appropriato. Sono molti gli autori che riconoscono l’importanza del determinante ruolo delle Associazioni a favore di una moral suasion dell’opinione pubblica al fine di non dover subire passivamente la programmazione radio-televisiva10. Ma
nell’era del web 2.0, in cui la maggior parte dei contenuti sono generati dagli utenti stessi senza alcuna possibilità di controllo preventivo, la tecnica “push” dei media tradizionali che “spingevano” i contenuti verso gli utenti è stata quasi completamente soppiantata dalla filosofia “pull” per mezzo della quale l’utente estrapola contenuti a piacimento secondo il proprio gusto e il proprio interesse11. Allora l’attività di denuncia potrà progressivamente cedere il passo al ruolo di “bussola” che orienta, guida, accompagna alla fruizione libera e responsabile dei principali fenomeni mediatici, attraverso una visione critica, capace di andare oltre il criterio del “mi piace”. A titolo esemplificativo, bisogna sapere e far sapere che attualmente nel web, major come Google e Facebook rischiano, di fatto, di fagocitare l’intera rete (la maggior parte dei contenuti, per avere successo, deve passare attraverso essi), ma a molti ne sfugge la preminente vocazione pubblicitaria. Google intercetta le ricerche online, memorizzandole e utilizzandole per offrirci una pubblicità “su misura” mentre Facebook, registrando commenti o apprezzamenti sui vari link presenti nella piattaforma, porta in luce le domande latenti di acquisto oppure sfrutta la nostra identità per promuovere la vendita di prodotti e servizi agli “amici”. Questa attività di profiling12, accettata esplicitamente al momento del primo accesso e registrazione, necessaria per l’accesso ai vari servizi, non è esente da rischi: la privacy non sempre viene rispettata (anche per la relativa difficoltà per l’utente, inesperto o ingenuo, d’impostare i vari parametri), la nostra identità inconsapevolmente utilizzata per finalità commerciali, ma il pericolo maggiore è rappresentato dal rischio di vivere, secondo l’azzeccata definizione di Eli Pariser, come all’interno di una “bolla filtrata”13. I contenuti a noi più accessibili, a portata di link, sono quelli più vicini alla nostra personalità definita dagli algoritmi che registrano la nostra attività online e regolano l’offerta informativa-commerciale sul web. Di conseguenza, se non si svolgeranno azioni educative adeguate, potremmo finire per essere “circondati” soltanto da pensieri omologhi al nostro, trascurando paradossalmente le infinite occasioni di confronto che da sempre contraddistinguono la rete come luogo dell’informazione libera per eccellenza. La sfida è proprio questa: partire dai social media usati con competenza, per promuovere e diffondere piattaforme per l’approfondimento e il dibattito, realizzare iniziative formative in grado di generare reti e alleanze tra agenzie educative14, per orientare le scelte degli spettatori e farli diventare, finalmente, i veri protagonisti della comunicazione15.

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Tags:
cyberbullismoeducazioneludopatiasocial network

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