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La subordinazione delle donne non è un precetto religioso

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Chiara Santomiero - pubblicato il 30/09/13

All'incontro internazionale di Sant'Egidio un confronto sulla risposta delle religioni alla violenza sulle donne

La violenza contro le donne che conosce oggi una sorta di nuova virulenza a tutte le latitudini attinge anche alla cattiva coscienza delle religioni che probabilmente non hanno fatto abbastanza per correggere cattive interpretazioni dei testi sacri che suggeriscono un ruolo subalterno delle donne. Si è parlato di questo nel panel "La violenza sulle donne: la risposta delle religioni" dell’incontro internazionale “Il coraggio della speranza” organizzato a Roma dalla Comunità di Sant’Egidio. Prendiamo per esempio la questione della costola di Adamo da cui, secondo il racconto biblico, è stata tratta la donna. "Dio non ha stabilito la disuguaglianza delle donne" ha affermato Tamara Chikunova, fondatrice di "Madri contro la pena di morte e la tortura" in Uzbekistan. Anzi, l'immagine stessa di una donna tratta dal fianco dell'uomo sta a significare che Dio l'ha pensata "a fianco dell'uomo, pari a lui". Di più, ha aggiunto il rabbino David Rosen, dell'American Jewish Congress, che ha espresso il "mea culpa" della sua tradizione religiosa per "i torti che non hanno riconosciuto alle donne la pienezza dell'immagine di Dio": nel commento rabbinico, Adamo è nome sia maschile che femminile, quindi non di costola si tratta, ma di uomo e donna insieme che costituiscono l'immagine di Dio. Di conseguenza ogni atto di mancato rispetto a un essere umano, uomo o donna che sia, è mancanza di rispetto a Dio.

Non c'è dubbio che le donne sono troppo spesso oggetto di mancanza di rispetto. E' una violenza antica ma che ha trovato nuove espressioni, ha sottolineato Katherine Marshall, dell'Università di Georgetown, coordinatrice del panel. Un terzo delle donne del mondo è oggetto di violenza tra le mura domestiche ma il 50% di loro non trova il coraggio di parlarne con nessuno. Assistere alle violenze perpetrate contro la madre spinge i ragazzi ad imitare questi comportamenti e abitua le ragazze ad essere picchiate, con conseguenze devastanti che si perpetuano tra le generazioni. Violenza sessuale e stupro sono usati come arma di guerra, come è stato drammaticamente evidente nel conflitto in Bosnia. L'aumento dei matrimoni di bambine di 10 anni costituisce "la faccia comune della povertà" che si conclude spesso con il suicidio delle premature spose. Sempre più spesso le donne sono trafficate e vendute per arrivare sui marciapiedi delle città europee. La politica dei figli unici in Cina sottopone le donne ad aborti forzati quando si accerta che il nascituro è femmina oppure le piccole sono soppresse dopo la nascita. In Uzbekistan, ha denunciato Tamara Chikunova, le autorità per ridurre il tasso di crescita della popolazione hanno introdotto con un decreto la sterilizzazione forzata delle donne definita come “la più efficace forma di contraccezione”. Così migliaia di donne uzbeke in età fertile sono state sterilizzate spesso a loro insaputa: “L’operazione  – ha detto la Chikunova – è stata effettuata di solito con la legatura delle tube dopo il taglio cesareo, ma in alcuni casi è stato asportato anche l’utero”.

Le religioni, spesso, non sono "amiche delle donne" o, meglio, ha sottolineato Siti Musdah Mulia, presidente della Conferenza indonesiana delle religioni per la pace, "c'è un grande gap tra religione e comportamenti dei religiosi che discriminano le donne". Nella tradizione islamica ci sono aspetti molto patriarcali e una grande disuguaglianza tra i generi per cui la società riserva alle donne – considerate una minaccia per la purezza dell'uomo – un ruolo sottomesso. La violenza, secondo la studiosa dell'Istituto di scienze indonesiano – è un "meccanismo legato alla subordinazione della donna" e a un'interpretazione errata dell'"idea di mascolinità". Gli uomini non nascono violenti, ma lo diventano in seguito all'influenza della società e a ciò che si ritiene connaturato a "l'essere uomini". "L'Islam – ha affermato Siti Musdah Mulia – è incompatibile con tutto ciò che riguarda la violenza"; per questo la religione va reinterpretata "alla luce dei diritti dell'uomo" e la società va ricostruita includendo nella cultura i "concetti di pace e inclusività".

In India c'è una grande repressione e umiliazione delle donne, ha raccontato Didi Talwakar, leader del Movimento Swadhyaya (organismo impegnato per la salvaguardia della dignità dell’uomo e la promozione della dimensione religiosa nella vita personale e nella società, diffuso soprattutto nelle campagne dell'India). Eppure nei testi ci sono molti riferimenti che affermano una grande dignità della donna tanto da dire che "gli dei dimorano dove vengono venerate le donne". "Ciò avveniva nell'antica India – ha sottolineato Didi – ma non più oggi", in un Paese in cui, come nel resto del mondo, il messaggio di uguaglianza delle religioni è stato "oscurato dalla pretesa della superiorità dell'uomo" e da un "orientamento sessista" delle religioni stesse. Queste devono ritrovare la natura di pensiero puro orientato verso Dio" e non solo predicare la pace ma "porre fine alla violenza contro le donne" che spesso non si accorgono nemmeno di essere vittime di una discriminazione e tentano di conformarsi alla cultura dominante oppure al contrario si maschilizzano. Occorre loro spiegare che la sottomissione agli uomini "non è parte dei loro doveri religiosi".

Ma cosa possono fare le donne stesse per tentare di cambiare questa situazione? Alla domanda di Aleteia, Didi (che significa "sorella maggiore") ha risposto che: "la donna costituisce il centro per molte persone: è legata ai propri genitori e alla famiglia del marito oltre che al marito e ai figli". La donna, secondo Didi "deve avere la consapevolezza di essere al centro di questo intreccio di relazioni. Se lei avrà un concetto chiaro della situazione e della sua dignità, potrà cambiare il suo contesto e quindi il mondo. Lo speriamo. Occorre tempo per cambiare il cuore, ma la donna è il cuore potente del mondo".

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comunità sant'egidiodiritti umanireligioniviolenza sulle donne
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