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Staminali adulte contro le malattie: un connubio tra ricerca e fede

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Al Meeting di Rimini un incontro per capire a che punto sono le ricerche e le applicazioni cliniche delle staminali non embrionali

L'organizzazione del Meeting aveva scelto una sala piccola, quella delle “Mimose”, convinto forse che la tradizionale ostilità per le materie scientifiche dell'italiano medio fosse comune anche ai visitatori dell'annuale incontro di Rimini di CL. Invece hanno dovuto allestire in fretta e furia una seconda stanza con proiettore per permettere ad oltre mille persone di ascoltare l'incontro su un tema di grande importanza e delicatezza: le cellule staminali adulte e il loro impiego medico.
 
“Il successo di pubblico e di attenzione è stato enorme, dentro di me speravo questo – commenta Luana Piroli, presidente della Fondazione InScientiaFides, tra gli organizzatori – perché è davvero indispensabile portare intorno alle cellule staminali un contributo di chiarezza. Da decenni si conoscono le loro potenzialità, le applicazioni riguardano settanta patologie: a fine 2012 s’è raggiunto il milione di trapianti col loro utilizzo, 50.000 ogni anno e ormai 20.000 con le cellule estratte da sangue cordonale. Nel 53% dei casi sono trapianti autologhi, in cui donatore e ricevente sono la stessa persona mentre il rimanente 47% riguarda trapianti allogenici, dove donatore e ricevente sono persone distinte. La ricerca avanza, anche quella italiana compie passi quotidiani ed il tema di rendere disponibili staminali da nuove fonti, come il cordone ombelicale che in Italia viene raccolto nello 0,4% dei parti. L’UE ritiene inaccettabile la media europea che è dell’1%. E’ chiaro che tutti siamo attesi ad un grande lavoro per diffondere una cultura della conoscenza e a migliorare la collaborazione fra Pubblico e Privato”  (Zenit, 21 agosto)
 
Questo per capire che il potenziale di queste terapie è alto, e ancor più ampia è la possibilità di acquisire risultati apprezzabili superando il problema etico della distruzione delle cellule embrionali. Spezzare il nesso causale tra il sacrificio di una vita per salvarne un'altra è un traguardo che sembra meno lontano, almeno da quando nel 2012 il Nobel per la medicina è stato vinto  dal giapponese Yamanaka che con il britannico Gourdon ha condiviso il premio per aver scoperto che le cellule adulte possono essere riprogrammate da specializzate a “totipotenti”, riaprendo una strada che una parte del mondo scientifico non voleva intraprendere. (il Sussidiario, 9 ottobre 2012).
 
Ma torniamo al Meeting e all'incontro di mercoledì 21, che ha visto intervenire: il biotecnologo Daniele Mazzocchetti (di InScientiaFides), Luca Pierelli, dell'Università la Sapienza di Roma, Giuseppe Ragusa della Luiss e la testimonianza del pallavolista Giacomo Sintini che proprio dalla terapia cellulare è stato guarito da un tumore al sistema linfatico e ha potuto riprendere una vita piena, al punto di poter tornare al professionismo agonistico. Oggi – dice – “Il mio desiderio è dare fiducia alle persone malate di cancro una mano a chi affronta questa malattia” 
 
“Le cellule staminali adulte hanno una potenza molto inferiore a quelle embrionali ma possono essere riprogrammate tornando alla potenza originaria”. È Luca Pierelli, docente dell’Università La Sapienza e direttore del dipartimento Medicina trasfusionale al San Camillo Forlanini a Roma, a parlare. Oggi le malattie curate con queste cellule sono oltre settanta, tra cui leucemia, talassemia, linfomi e mielomi. Prima di questa scoperta si riteneva che solo le staminali embrionali, quelle che durante il concepimento formano le cellule dei diversi organi, avessero una facoltà di sviluppo e fossero le uniche capaci di rigenerare tessuti e organi. Invece le cellule per così dire lavorate “hanno la stessa potenza di quelle embrionali senza la distruzione dell’embrione e senza dover affrontare problemi etici”, ha spiegato Pierelli riferendosi proprio ai lavori di Yamanaka e Gourdon. 
 
Poter fare affidamento su cellule “adulte” per autotrapianto o per la donazione spiega lo sforzo di molti nella conservazione dei cordoni ombelicali dei neonati. Lo spiega Daniele Mazzocchetti, dottore in biotecnologie di InScientiaFides. “Il Parlamento europeo ha decretato l’importanza della raccolta e conservazione del cordone ombelicale per la cura di numerose malattie”. Il problema è che di fatto in Italia nel 2012 sono nati circa 550mila bambini ma i campioni di cordone ombelicale raccolti sono stati 2426, appena lo 0,4% meno della metà della media europea che è all'1%. Tutto questo è frutto di due fattori :scarsa informazione e l'assenza di una rete di raccolta, ma anche un cambio dell'attuale normativa, troppo restrittiva secondo i moderni standard scientifici. “Occorre una collaborazione tra sistema pubblico e privato – propone Giuseppe Ragusa, docente di economia all’Università Luiss Guido Carli di Roma – per la raccolta e conservazione dei campioni”. 
 
 
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