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Stile di vita

Ripartire dal Vangelo, il messaggio di don Pino Puglisi

Roberta Sciamplicotti - pubblicato il 07/05/13

Un sacerdote “a mani nude”, armato solo della sua fede, prima tra le macerie del Belice e poi contro la mafia a Palermo

“Un ritratto a tutto tondo del parroco di Brancaccio, un uomo pieno di vita, di sogni e di domande”, “un cristiano vero, un siciliano non autoreferenziale né complessato”. È questa l'immagine di don Pino Puglisi che emerge dal libro di Vincenzo Ceruso“A mani nude” (Edizioni San Paolo), spiega il fondatore della Comunità di Sant'Egidio ed ex Ministro Andrea Riccardi, autore della prefazione al testo.

Ceruso ricostruisce l’esperienza di Puglisi tra le macerie: quelle del Belice terremotato del 1968 nei primi anni del suo sacerdozio e quelle umane prima di Godrano, paese distrutto da una faida decennale, e poi del quartiere palermitano di Brancaccio, “se non terremotato certamente incrinato nei fondamenti stessi del vivere civile dalla presenza di Cosa nostra”.

“Puglisi è convinto che si debba ripartire dal Vangelo”, sottolinea Riccardi, ricordando don Pino come un “uomo dell’incontro, dell’ascolto, del dialogo”, che “seppe affrontare con la sola forza delle parole, della cultura e della fede. Senza difese e senza garanzie. Senza fuggire quando avrebbe potuto”.

Tra le tante basi dell'azione del sacerdote spiccano l'attenzione ai giovani e alle donne. Il contatto con i primi ha significato per lui “un saldo ancoraggio alla realtà e un antidoto ad ogni chiusura nei recinti angusti dei dibattiti ecclesiali e intellettuali. I giovani non gli ponevano domande accademiche, ma sul senso della vita, sui problemi che nascono dall’innamorarsi e dal matrimonio, su come realizzarsi dal punto di vista lavorativo, sull’amicizia e su come stare bene con gli altri, cioè sul vissuto di una fede”. La principale preoccupazione di don Pino era l’attrazione che i “valori” mafiosi potevano avere sui giovanissimi, soprattutto sui bambini trascurati dalle famiglie, che la scuola non riusciva a recuperare e che crescevano nutriti di odio e di violenza.

Quanto alle donne, la sua stima nei loro confronti assumeva “accenti quasi rivoluzionari, in una terra profondamente maschilista come il meridione d’Italia”. Nelle figure femminili Puglisi intuiva “una forza dirompente che può scardinare la mentalità mafiosa”. Le donne, del resto, sono fondamentali nel contesto mafioso, essendo il collante del clan, “il principale anello nella trasmissione dell’odio da una generazione all’altra”.

La vicenda di don Pino “marca la distanza incolmabile tra la fede cristiana e realtà mafiosa”. La mafia sapeva bene chi era già molto prima che venisse presa la decisione di ucciderlo, come emerge dal fatto che i boss avevano affidato a un insospettabile professionista al loro servizio, un medico di Brancaccio, il compito di sorvegliarlo e di fornire informazioni sulle sue attività in parrocchia, incaricando poi della sua eliminazione alcuni dei loro migliori assassini.

Il tentativo mafioso di diffamarlo e isolarlo fallì. Il sacerdote “aveva seminato troppa amicizia perché il tentativo di fare terra bruciata attorno a lui andasse a buon fine. Soprattutto, aveva iniziato a seminare speranza, si era incrinato il muro della rassegnazione e dell’omertà, e una rivolta, un mutamento nella mentalità, apparivano possibili a tanti”. Per lui, del resto, il compito del cristiano era proprio questo: “costruire speranza tra la gente, a costo del martirio”.

Don Pino Puglisi ha ribadito che la mentalità mafiosa è “antievangelica e anticristiana, addirittura, per tanti aspetti, satanica”, falsando termini che indicano valori positivi e cristiani, “come famiglia, amicizia, solidarietà, onore, dignità”, che distorce e carica di significati diametralmente opposti a quelli cristiani. Visto che l’odio dei mafiosi “non si rivolge alla fede apertamente professata, ma alla vita che scaturisce da quella fede”, per Ceruso l’assassinio di Puglisi su ordine di Cosa nostra è avvenuto “in odium fidei”.

La testimonianza del sacerdote, aggiunge l'autore, “illumina un limite della Chiesa e ci dice che i cristiani hanno fatto troppo poco per combattere l’organizzazione mafiosa; che la lotta a Cosa nostra è qualcosa che li riguarda sul piano etico e religioso; che va ripensato un modello ecclesiologico e che la pastorale e la stessa formazione del clero devono adeguarsi all’esigenza di giustizia che tanti manifestano”.

“Dal cuore della Chiesa e oltre la Chiesa, don Giuseppe Puglisi si rivolge a coloro che tentano di restare umani in un mondo disumano e li incoraggia nello sforzo di interrompere la catena del male”. Come ha scritto su don Pino il poeta Mario Luzi, la sua vicenda “non è cronaca e noi siamo tenuti a leggerlo nel linguaggio alto, quello inesplicabile della profezia”.

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