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La malattia, un tempo di grazia o una maledizione?

WOMAN IN HOSPITAL BED

KieferPix | Shutterstock

Edifa - pubblicato il 03/01/20

Una malattia grave, come il cancro, che si manifesta improvvisamente o progressivamente, è spesso percepita come una prova molto dura o una punizione divina. Per quanto rivoltante possa sembrare a prima vista, può diventare anche un tempo di grazia…

La malattia è di per sé un male che “s’insedia certe volte come potenza estranea e vittoriosa” diceva san Giovanni Paolo II. Questo male ci sembra particolarmente inconcepibile e inaccettabile quando colpisce un bambino. Daremmo qualsiasi cosa per poter prendere su di noi la sua malattia, per soffrire al suo posto; tuttavia il più delle volte siamo come spettatori impotenti, divorati dall’angoscia, dalla ribellione o da un senso di colpa. Ciò nonostante, la malattia non è un male assoluto, così come la salute non è un bene assoluto.

La malattia, una punizione divina?

“La salute”, scriveva san Basilio di Cesarea, “nella misura in cui non rende migliore chi la subisce, non fa parte delle cose buone per natura”. Un altro padre della Chiesa, san Gregorio di Nazianzo: “Non ammiriamo ad ogni costo la salute, e non detestiamo ad ogni costo la malattia”. In altre parole, tutto dipende dall’uso che facciamo della salute o della malattia. Più ancora, tutto dipende da come consideriamo la malattia, dalla prospettiva in cui ci poniamo.

La malattia non è una maledizione. Pur essendo una conseguenza del peccato originale, non è un castigo personale inviato da Dio. Ricordiamo la domanda dei discepoli sull’uomo cieco dalla nascita: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?” Rispose Gesù: “Né lui ha peccato né i suoi genitori” (Gv 9,1-2). Gesù ci ripete la stessa cosa ogni volta che nella malattia ci chiediamo: “Che cosa ho fatto per meritare questo?” Ce lo dice anche quando, di fronte alla disgrazia altrui, mi viene da pensare: “Ben gli sta, ha avuto quel che si meritava”.

“Quando sono debole, è allora che sono forte”

Anche Gesù ha sofferto e soffre con noi. La malattia diventa occasione per avvicinarsi a Dio, per entrare più profondamente nel mistero del Suo Amore. Certo, è facile da dirsi, è infinitamente più difficile da vivere, sia per la persona malata che per la sua famiglia. Ma è possibile solo perché Dio lo rende possibile, anche per i bambini molto piccoli, e anche quando il dolore è così violento e la fatica così pesante che non si può più fare altro che soffrire.

Dio non ci chiede altro che dire “sì” a ciò che ci sta accadendo, attimo dopo attimo, senza rimpiangere il passato e senza temere il futuro. Un “sì” che prende radice nella forza di Cristo: “Quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor 12,10). Di fronte alla malattia, soprattutto quando è grave, supplichiamo Dio di fare un miracolo e Lui spesso sembra non sentire. Eppure, è Lui che non ci ascolta o noi che non sappiamo ascoltarLo? Nonostante le apparenze, non è Lui a volere il meglio per noi?

Christine Ponsard

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