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“In God We Trust… and Ride!”. Quando l’evangelizzazione si muove “on the road”

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MOTOCICLETTA

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Emiliano Fumaneri - pubblicato il 22/02/23

Negli Usa c’è un gruppo di centauri che non rinuncia a testimoniare la propria fede anche in sella a una Harley Davidson.

Pensate a un cavaliere. Sono sicuro che la prima cosa che vi verrà in mente è un uomo in scintillante armatura impegnato a battagliare in sella a un poderoso destriero. Uomo di virtù e coraggio, emblema della forza giusta, il cavaliere mette la sua spada al servizio di Dio, delle vedove e degli orfani.

Roba da Medioevo, direte. Fino a un certo punto. Prima o poi potreste vedervi sfrecciare accanto, magari in autostrada, un moderno cavaliere che a una bronzea armatura preferisce il cuoio del suo giubbotto di pelle. In fin dei conti cavalca sempre al servizio di Dio e del prossimo: in sella a una fiammante Harley Davidson però.

Potrebbe capitarvi soprattutto in Michigan, nello Stato dei Grandi Laghi. Loro si fanno chiamare Knights on Bikes, «Cavalieri in moto» (nel senso di motocicletta). È una confraternita (consacrata a San Giuseppe) di membri dei Cavalieri di Colombo, ma con un animo da rider. A accomunarli, oltre alla fede, la passione per la motocicletta.

Il loro motto? «In God We Trust and Ride», naturalmente. La fondazione del gruppo risale al 2015, in Texas. Da lì i Knights on Bikes si sono diffusi in altre zone degli Stati Uniti e in Canada.

Cavalieri di Colombo «on the road»

Se l’immagine può richiamare la romantica – oltre che psichedelica – cavalcata del Jack Kerouac di On the road, diciamo subito che i Knights on Bikes hanno tutt’altra fonte di ispirazione: il nobile codice dei Cavalieri di Colombo, certo non il manifesto della Beat Generation. Uomini rudi e vestiti di pelle, senz’altro. Ma innanzitutto figli del beato Michael McGivney, il sacerdote del Connecticut che fondò i Cavalieri di Colombo. «Siamo Cavalieri in Moto, ma prima di tutto siamo membri dei Cavalieri di Colombo» tiene a specificare il vicepresidente dei Knights on Bikes, James Kubinski.

«Molte cose che facciamo sono le stesse che facciamo come membri dei Cavalieri di Colombo». La differenza è che lo fanno in sella a una moto. Un format, assicurano, che non passa inosservato.

Quattro pilastri per evangelizzare

In Michigan, una ventina di Cavalieri di Colombo fanno parte dei Knights on Bikes, nove dei quali provenienti dall’Arcidiocesi di Detroit. Qual è la loro missione? Evangelizzare la comunità dei motociclisti. Puntando soprattutto sui quattro pilastri dei Cavalieri di Colombo: carità, unità, fratellanza e patriottismo.

«Facciamo tantissimo lavoro di carità» spiega Kubinski a Detroit Catholic, il sito dell’Arcidiocesi. Il gruppo include anche seminaristi, diaconi, sacerdoti. Tra loro c’è perfino un membro dell’episcopato che ama spostarsi «on the road»: monsignor Robert Dwayne Gruss, vescovo di Saginaw (Michigan).

Una presenza che attira l’attenzione

Con la sua sola presenza, il gruppo di motociclisti riesce a catalizzare l’attenzione delle persone, fa notare Kubinski. Nessuno resta indifferente all’entrata in scena di un gruppo di biker. «Entriamo in chiesa e le persone guardano. A volte alcuni si preoccupano quando vedono entrare un gruppo di motociclisti». «Ci sono successe alcune cose buffe grazie alle quali abbiamo cambiato in fretta l’opinione che la gente aveva di noi. Una volta ci siamo presentati alla Messa ad Assumption Grotta (parrocchia nel nord est di Detroit) e abbiamo semplicemente cominciato a dire il rosario. Ben presto avevamo tutta la chiesa a fare la stessa cosa», afferma Kubinski.

Kubinski, 32 anni, padre di tre figli, è maestro di banda alle scuole medie e superiori di Southlake a St. Clair Shores. Racconta di aver comprato la sua prima moto – una Road King Classic del 2004 – nel 2014, insieme a suo padre, Brian Kubinski, presidente del capitolo Knights on Bikes dell’arcidiocesi di Detroit, che da solo comprende più della metà dei quasi 200 membri presenti in tutto lo Stato.

Quando la carità viaggia in sella a una moto

I cavalieri motorizzati di Detroit fanno regolarmente volontariato nella parrocchia di San Carlo Borromeo, cucinando un pasto per la comunità dopo aver assistito alla Messa. Spesso fanno opera di volontariato anche a Camp Cavell, sul lago Huton (Lexington), un campo estivo per adulti malati di distrofia muscolare dove i cavalieri preparano ai campeggiatori una cena a base di bistecche per rompere la monotonia del cibo da campo.

Un’altra attività dei Knights on Bikes a Detroit è “adottare” alcune caserme dei vigili del fuoco e cucinare per loro dei pasti in occasione del memoriale dell’11 settembre, per onorare i primi soccorritori caduti nell’attentato alle Twin Towers. Accompagnano anche i cortei durante funerali e processioni.

Biker ribelli e fuorilegge? Non è detto

Prima di tutto Cavalieri di Colombo, i Knights si sentono anche parte della comunità motociclistica. Una comunità che intendono difendere dallo stereotipo del biker fuorilegge reso popolare da vecchi film hollywoodiani come The Wild One (Il selvaggio in italiano), pellicola del 1953 con un giovane Marlon Brando alla guida di una banda di motociclisti ribelli, e soprattutto Easy Rider. Un’immagine negativa rafforzata poi dalla notorietà di gang truci e rissose come gli Hells Angels, gli «angeli dell’inferno» che negli States sono considerati «un’organizzazione criminale» da parte di alcuni procuratori federali e statali, oltre che dalle organizzazioni delle forze dell’ordine e dai servizi di sicurezza.

Una nomea che per James Kubinski però è ingiustificata, se non falsa. La realtà è che, a parte l’aspetto coreografico (giacconi in pelle con tanto di immagini di teschi appiccicate qua e là) la comunità dei biker è fatta perlopiù da persone estremamente gentili e accoglienti. I centauri anzi sanno essere estremamente generosi. Non è inusuale ad esempio che organizzino raduni improvvisati in qualche minuscolo bar per raccogliere denaro a favore di qualche ente di beneficenza.

Tutto quel che fanno i Knights on Bikes, che sia andare in moto o mettersi al servizio della comunità, è in qualche modo legato alla loro fede, aggiunge Kubinski. Sul loro sito peraltro è possibile inviare la propria intenzione di preghiera. Li si vede impegnati anche in pellegrinaggi e a partecipare alle marce pro-life.

In sella a una moto per ritornare al reale

«C’è qualcosa nel guidare una motocicletta che è diversissimo da un’auto: sei più connesso con ogni cosa», sottolinea Kubinski. «Quando sei in macchina, in qualche modo è come guardare la TV. Ma quando ti trovi in moto sei un protagonista attivo: senti il vento, annusi odori differenti, cose che non noti in macchina». Certo, ci sono anche i rischi e gli inconvenienti che ogni motociclista conosce bene, come un improvviso «vuoto d’aria» o i bruschi sbalzi di temperatura (anche di 10 gradi in meno in un attimo) prima che tutto torni com’era prima.

Ma è esattamente questo dover fare i conti con gli elementi naturali a rendere così vitale – potremmo dire più organica – l’esperienza del viaggio in moto. Così la macchina, prodotto dell’intelligenza umana, mantiene un contatto con la natura. Come a celebrare l’incontro tra la pura natura e la natura umana (che è come dire la cultura, l’artificio), con la prima che adatta la seconda alle esigenze dello spirito dell’uomo. Un rapporto che si mantiene ancora «caldo» e vicino, dove l’uomo signoreggia sì sulla strada e sul vento senza rinunciare al corpo a corpo con la natura.

A questo proposito ci sono pagine bellissime di Romano Guardini nel suo breve scritto Lettere dalLago di Como. Quando la cultura, spiega Guardini, supera la natura senza però separarsi dalla natura stessa, «l’uomo … rimane ancora vivente, è un corpo permeato di spirito e d’anima. Per la forza di questo spirito egli si impone incontestabilmente alla natura, ma, quanto a lui stesso, rimane ancora “naturale”». In questo modo la cultura è il prolungamento della natura, una specie di seconda natura che si distacca dalla pura natura – la natura non umana – senza però tagliare i ponti con essa.

C’è un limite – impossibile da fissare con precisione matematica – superato il quale il progresso materiale e tecnologico porta a perdere il contatto vivente con la natura, fa osservare Guardini. Ma lo possiamo avvertire soltanto quando da tempo lo abbiamo sorpassato.

Guardini – che scrive le sue lettere nella prima metà degli anni venti (i famosi Roaring Twenties, i «ruggenti anni venti») dello scorso secolo – fa il confronto tra una barca a vela, ancora in armonia con la forza del vento, e i moderni piroscafi dove i marinai non si distinguono più molto dai meccanici e dagli impiegati di uno stabilimento industriale.

Un’esperienza che ricorda quanto fa notare in conclusione Kubinski. In sella a una moto, avvolto dal vento, «sei molto più connesso a tutto ciò che ti circonda ed è quasi come un’esperienza spirituale», spiega il biker. D’altronde la ruah, lo Spirito Santo regolarmente associato alla potenza di Dio, non vuol dire forse «vento» e «respiro»?

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