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Le statistiche offrono speranza in un futuro cattolico

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Tom Hoopes - pubblicato il 17/01/23

Una serie di fraintendimenti ci ha fatto pensare che la situazione del cristianesimo sia peggiore di quella che è in realtà

In un nuovo video intitolato 4 Ways to Grow the Church (4 modi per far crescere la Chiesa), il vescovo Robert Barron sostiene che sia ora di far crescere la Chiesa e che ciascuno di noi dovrebbe invitare una persona a Messa quest’anno.

Ha ragione, e penso che possiamo farlo con più fiducia che mai. Per troppo tempo, i cattolici in America si sono in un certo senso rassegnati ad accettare che la Chiesa, sia in declino, il secolarismo aumenti e siamo destinati ad essere un piccolo gruppo residuo che lotta per andare avanti.

Questo non è vero. Vorrei condividere una dozzina di ragioni per le quali essere speranzosi. Inizierò con tre.

In primo luogo, in tutto il mondo la religione non sta morendo, il secolarismo sì.

Per sostenere questa affermazione in genere citavo la ricerca del XXI secolo tratta dai libri God Is Back e The Next Christendom. Di recente, ho aggiunto Il Trionfo della Fede, testo del 2015 in cui il sociologo Rodney Stark dimostra, come indica il sottotitolo, “Perché il mondo è più religioso che mai”.

“I sondaggi condotti su più di un milione di persone in 163 Nazioni mostrano che… l’81% afferma di appartenere a una fede religiosa organizzata”, ha scritto Stark. “Il 74% afferma che la religione è una parte importante della sua vita quotidiana”.

C’è una storia molto positiva da raccontare al riguardo. Nel 2030, ci saranno probabilmente più persone che andranno in chiesa in Cina che in America.

L’India ha il quintuplo dei cattolici dell’Irlanda. È un dato che colpisce, ancor di più se si ricorda che gli Indiani sono i “nuovi Irlandesi”, che viaggiano in tutto il mondo come imprenditori, scienziati, agenti di commercio e altro.

La storia più grande di tutte riguarda probabilmente l’Africa, dove i cristiani di ogni denominazione, compresi i cattolici, sono aumentati enormemente nel XX secolo, passando dai 10 milioni del 1900 ai 400 del 2000 – e stanno ancora aumentando.

In secondo luogo, in America il cristianesimo non sta collassando.

Una serie di fraintendimenti ci ha fatto pensare che la situazione del cristianesimo sia peggiore di quella che è in realtà.

Iniziamo esagerando la religiosità dell’America del passato. È vero che dopo la II Guerra Mondiale ci sono stati uno o due decenni fortemente religiosi e che poi è iniziato il declino, ma non era una cosa tipica del nostro passato.

Alla fine del XX secolo, Rodney Stark ha pubblicato The Churching of America, in cui ha condiviso statistiche notevoli, tra cui un grafico che mostra la decisa ascesa del cristianesimo in America, da meno del 20% negli anni Settanta del Settecento al 61% degli anni Novanta del Novecento.

Se ci pensate, è ragionevole. La letteratura popolare, da La Lettera Scarlatta a Huckleberry Finn e oltre, non rispettava la religione, e il rifiuto illuminista nei confronti di questa era forte tra i leader americani, dai fondatori della Nazione agli ideatori del nostro sistema scolastico.

I dati Gallup mostrano però che la frequentazione della Chiesa nel 2015 era più o meno quella dell’inizio degli anni Qauranta del Novecento. Dal 2015 la questione è peggiorata, ve lo garantisco, ma la storia è molto diversa da quello che pensiamo.

In terzo luogo, il cristianesimo nominale sta morendo.

Sul The New York Times, Ross Douthat ha sottolineato in The Overstated Collapse of American Christianity”che “il cristianesimo tiepido declina in modo molto più deciso rispetto alla religiosità intensa”, e che “il declino del cristianesimo può essere una storia dababy boomer come una da millennial”.

Mi piace il modo in cui Ed Stetzer affronta la questione prendendo in considerazione tre gruppi di cristiani.

I “cristiani congregazionalisti” sono quelli che si identificano con una denominazione particolare, e stanno declinando da anni.

I “cristiani culturali” sono coloro che non praticano la propria fede, ma segnano “Cristiano” sui sondaggi. Uso sempre l’esempio della famiglia Cleaver della serie tv Leave it to Beaver e de La famiglia Brady. Se fossero state reali, queste famiglie avrebbero sicuramente segnato “Cristiano” sui sondaggi, ma non le abbiamo mai viste pregare, menzionare la chiesa o esporre alcun tipo di opere d’arte religiosa. I Cleaver e i Brady di oggi sono esattamente gli stessi, soltanto non sentono più la necessità di segnare “Cristiano” sui sondaggi.

I “cristiani convinti” sono coloro che hanno impegnato la propria vita con Gesù e il Suo servizio. Non sono problematici quanto le prime due categorie, come hanno sottolineato Robert Knight su The Christian Post nel 2020 e John Chalberg su Crisis magazine nel 2021. 

Rodney Stark ha detto a Knight che “il cambiamento totale [verso il ‘Nessuna’ a livello di religione] ha avuto luogo con il gruppo non frequentante”, e che “questo cambiamento segna solo un declino dell’affiliazione nominale, non un aumento della mancanza di religiosità”.

Questo rappresenta una buona e una cattiva notizia per i cattolici.

Quella cattiva è che, come indica Douthat, “c’è la forte possibilità che qualsiasi crisi riguardante le istituzioni cristiane sia più una crisi cattolica che una protestante”.

La buona notizia è che è chiaro perché si sta verificando: i cristiani evangelici hanno coltivato l’abitudine di invitare la gente nelle loro chiese, noi no.

E allora facciamo nostra la richiesta del vescovo Barron, per il quale ogni cattolico dovrebbe invitare un’altra persona a Messa e avviare un dialogo sul motivo. Se lo faremo, i numeri cambieranno in modo deciso – e in meglio.

Tags:
cattolicesimocristianesimovescovo robert barron
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