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I regali di Natale? Una volta, erano destinati ai bisognosi

UNA PERSONA TIENE IN MANO DEI REGALI DI NATALE

Jose y yo Estudio | Shutterstock

Lucia Graziano - pubblicato il 17/12/22

Fu il Secolo dei Lumi a diffondere la moda dei regali di Natale scambiati tra parenti e amici: fino ad allora, i doni di Natale esistevano sì, ma erano indirizzati a chi realmente ne aveva bisogno.

Incredibile ma vero: ci fu un tempo non lontano in cui ricevere un regalo di Natale da un proprio pari sarebbe stato, potenzialmente, considerabile grave offesa. Difficile crederlo, ma è proprio così: la moda di scambiarsi regali tra amici è relativamente recente: vale a dire, inizia a diffondersi nel XVIII secolo. Prima di quella data, esisteva certamente la consuetudine di fare regali di Natale (o comunque di far regali nel periodo di dicembre: in molte zone d’Europa, era san Nicola a portare i doni a inizio mese), ma lo scambio di presenti assumeva sfumature decisamente diverse da quelle che conosciamo oggi. Nella stragrande maggioranza dei casi, le persone con pari potere economico non si scambiavano regali fra di loro: i doni dicembrini erano intesi come un atto di generosità disinteressata, da far arrivare a quegli individui che avevano minore potere economico.

In origine, i regali di Natale erano destinati a chi non aveva abbastanza soldi per comprarseli da sé

Naturalmente, i bambini hanno potere economico pari a zero – sicché, è attestata fin dal Medioevo l’usanza di far arrivare loro piccoli pensieri nel giorno di san Nicola (non a caso, il santo patrono dell’infanzia): in un’epoca in cui i bambini nati nelle famiglie povere avevano ben poche occasioni per essere viziati dei genitori, piaceva l’idea di riservare ai piccoli qualche attenzione speciale nel giorno della loro festa. 

Era piuttosto raro che san Nicola portasse giocattoli ai bambini; significativamente, il regalo più gettonato era il cibo: agrumi e noci, nelle famiglie più modeste, oppure biscotti della festa per i bimbi più fortunati. E, in molte case, la situazione rimase tale fino al XIX secolo circa: solo in quel periodo cominciò a diventare realmente diffuso il desiderio di viziare i propri figli con piccoli balocchi (a patto di poterselo permettere, naturalmente).

Ma, in realtà, non erano le famiglie i luoghi in cui venivano scambiati i regali di Natale più importanti. Le vere strenne di Natale erano quelle che avevano luogo sul posto di lavoro: i datori premiavano i dipendenti con generosissimi “cesti aziendali” che, di fatto, erano spesso sufficienti a sfamare una famiglia intera per settimane, sostituendo così la nostra moderna tredicesima. I commercianti non perdevano l’occasione di ringraziare i clienti più fidati con generosi omaggi di fine anno; ma erano soprattutto i mendicanti a beneficiare di quel clima di generosità contagiosa che (già allora!) si respirava sotto Natale. Le omelie dei sacerdoti toccavano nel vivo, ricordando che anche Maria e Giuseppe s’erano visti sbattere la porta in faccia da individui così crudeli da non volerli aiutare nel momento del bisogno: e, orripilati al solo pensiero di poter ripetere quel peccato antico, i parrocchiani ritenevano loro fermo dovere fare l’elemosina secondo possibilità, nei giorni che precedevano il Natale. E capitava anzi che in quel periodo i mendicanti andassero a chiedere la carità di casa in casa, bussando alla porta proprio come avevano fatto Maria e Giuseppe! Quasi mai se ne andavano a mani vuote, sdebitandosi con qualche regalo immateriale: una promessa di preghiere, innanzi tutto; e poi, il canto di qualche canzone natalizia per accomiatarsi con un sorriso dai loro benefattori.

I moderni regali di Natale? Un prodotto del secolo dei Lumi

Insomma: con buona pace di chi li immagina come un prodotto del consumismo novecentesco, in passato i regali di Natale esistevano eccome (anzi, in alcuni casi erano molto più consistenti rispetto a quelli che riceviamo oggi). Ciò che non esisteva (o quantomeno, era decisamente irrituale) era lo scambio di doni tra parigrado: i genitori non facevano regali ai loro figli ormai adulti, e ricevere un pensiero da parte di un amico sarebbe stata una bizzarria ai limiti dell’offensivo (potenzialmente latrice di un sottinteso sulle linee di «ti faccio un po’ d’elemosina perché sei visibilmente più povero di me»).

Le cose cominciarono a cambiare nel secolo dell’égalité e della fraternité. 

A quanto pare, i primi a imprimere un cambiamento di rotta furono i commercianti, che un po’ ovunque, a partire dalla seconda metà del Settecento, ritennero superflui quei regali di fine anno che tradizionalmente premiavano i clienti più fedeli e cominciarono a esporre cartelli in cui avvisavano preventivamente circa il fatto che, quell’anno, non sarebbe stato distribuito alcun dono di Natale (patti chiari, amicizia lunga). Tra i datori di lavoro, cominciò lentamente a farsi strada la consapevolezza che i dipendenti avrebbero volentieri rinunciato al loro “cesto dono” a favore di un aumento in busta paga, decisamente più pratico; e ai sottoposti cominciò improvvisamente a sembrare umiliante il servilismo con cui, fino a quel momento, avevano spasmodicamente atteso i regali aziendali di fine anno, manco fossero dei bambini piccoli che aspettano di ricevere un balocco dal papà. E, mentre i nascenti sindacati cominciavano a lottare per contratti con maggiori garanzie, capaci di tutelare i lavoratori per tutto l’anno (e non solo a ridosso delle feste), la crescente diffusione di enti assistenziali dedicati al sostegno dei bisognosi fece gradualmente sparire anche l’abitudine di essere particolarmente generosi coi mendicanti nel periodo di Natale. 

E così, sparita la consuetudine di fare regali basati sulle gerarchie sociali, nacque la moderna usanza di donare oggetti alle persone cui si voleva bene: parenti, amici, colleghi, vicini di casa. A giudicare da quanto suggeriscono le inserzioni pubblicitarie che già cominciavano ad apparire nelle ultime decadi del Settecento, in Olanda era di gran moda regalare ai propri amici le sanctjes, quadretti riccamente decorati con immagini di san Nicola o di altre figure sacre; in Francia, i libri erano il dono più gettonato per quella crescente fetta di popolazione che era alfabetizzata. Quanto all’Inghilterra, piccoli gioielli e cibi di un certo pregio erano i regali prediletti nelle famiglie benestanti.

Naturalmente, i moralisti dell’epoca non mancarono di criticare questa nuova moda. Verrebbe da dire che non avevano tutti i torti: le elemosine di un tempo erano state sostituite da regali superflui, scambiati per convenzione; e se certo non sfuggiva la bellezza di ricorrere a un piccolo dono per esprimere affetto e vicinanza ai propri cari, è da inizio Ottocento che, a intervalli regolari, si levano critiche sul consumismo eccesivo del Natale. Entro la fine di quel secolo, nel 1897, George Bernard Shaw poteva affermare con disappunto che «il Natale ormai è diventato nulla più di una festa commerciale!»: sembra una di quelle frasi che potremmo pronunciare noi oggi!

Ed è difficile non notare un fondo di verità dietro a queste parole, soprattutto se si conoscono i presupposti di partenza: se si riflette cioè su quell’abitudine antica di far regali innanzi tutto a chi ne ha bisogno, su imitazione della generosità con cui i pastori di Betlemme donarono parte di quel poco che avevano a una famiglia in difficoltà.

E in un’epoca in cui va di moda riscoprire tradizioni antiche, forse potrebbe essere il caso di riportare in auge anche questa. Chiaramente, non c’è nulla di male nel festeggiare il Natale scambiando doni coi propri cari; ma abbiamo mai pensato di fare un regalo a chi realmente ne ha bisogno, anche se è uno sconosciuto?

Se la risposta «è no», abbiamo ancora qualche giorno per provvedere. Non lasciamoci sfuggire l’occasione di rivivere il Natale di una volta.

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