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All’interno della Chiesa possono esistere delle sette?

sectas en la Igglesia

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Luis Santamaría del Río - pubblicato il 08/08/22

Attenzione: è fondamentale distinguere tra “sette” e “atteggiamenti settari”. Non è la stessa cosa, e vi spieghiamo perché

Molto spesso si parla dell’esistenza di sette all’interno della Chiesa cattolica. A volte le accuse provengono da persone che sono appartenute a istituzioni ecclesiali e che, quando le abbandonano, dicono di essere state vittime di sistemi chiusi in quella che se non è una setta le assomiglia molto.

Altre volte sono alcune famiglie a lamentarsi del fatto che uno dei loro membri è cambiato radicalmente dopo essersi imbattuto in un movimento o in un ordine religioso. Possiamo parlare di sette all’interno della Chiesa? “Setta” è lo stesso di “settarismo”? Quali criteri distinguono ciò che è legittimo da quello che non lo è a livello o di conversione, apostolato, rinuncia…?

Radicalità e radicalismo

Se guardiamo la storia della Chiesa, vediamo che fin dall’inizio questa ha sempre riconosciuto il valore delle persone che, appassionate della loro esperienza di incontro con Cristo e di conversione, hanno lasciato tutto per seguirlo con radicalità (che non è lo stesso di radicalismo).

Il primo modello di riferimento è stato quello del martire, soprattutto all’epoca delle persecuzioni. Il martire (termine che in greco significa “testimone”) è colui che assomiglia maggiormente a Gesù, perché non solo ha vissuto come lui, donandosi agli altri, ma è anche morto come il suo Signore.

Quando le persecuzioni non erano così generalizzate, e soprattutto da quando c’è stata libertà religiosa per il cristianesimo, si sono cercate forme alternative di radicalità: la verginità, la vita monastica e quella eremitica. Chi assumeva questo stile di vita controcorrente lo faceva basandosi sulle parole di Gesù: “Vendi tutto ciò che hai, dai il denaro ai poveri e seguimi”. Così ha fatto, ad esempio, Sant’Antonio abate, padre della vita monastica in Egitto.

La chiave è la libertà

Per la fede cristiana, Gesù si presenta come qualcosa di più di un maestro di morale o un interprete della Legge ebraica. Sa di essere Dio fatto uomo, e questo spiega la Sua pretesa di esclusività (che non è esclusivismo). La confessione dei primi cristiani è chiarissima: “Gesù è il Signore”, al di sopra di qualsiasi culto e di ogni altra autorità. Come segnalava Benedetto XVI, “all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva” (Deus caritas est 1).

È di questo nuovo orizzonte che parliamo, ed è in questo che consiste la conversione. A volte si verifica nella persona in modo individuale, altre volte il processo o il momento di cambiamento è orientato da una realtà di gruppo o dalla testimonianza di un leader carismatico.

Si tratta allora di una setta? No, e qui è fondamentale l’aspetto della libertà: ogni passo che compie la persona, per quanto possa essere radicale, è un passo compiuto sulla base della libertà illuminata dalla ragione e dalla fede? È un atto libero o un esercizio di obbedienza cieca a una persona o a una dinamica di gruppo? Arriviamo così alla domanda fondamentale.

Ci sono sette all’interno della Chiesa?

Per poter parlare di setta, qualsiasi definizione usiamo, dobbiamo trovarci di fronte a una realtà di gruppo, e questo gruppo o movimento deve godere di indipendenza nelle sue convinzioni e nelle sue pratiche. Come indica Manuel Guerra, membro della Rete Latinoamericana di Studio delle Sette (RIES) e autore del Dizionario Enciclopedico delle Sette, una delle chiavi per delimitare il fenomeno settario è riferirsi, parlando di una setta concreta, a un “gruppo autonomo”.

Una realtà di gruppo in cui si verifica un comportamento settario (o abuso psicologico, come dicono alcuni autori), non diventa automaticamente una setta. Non dobbiamo concentrarci solo sulla sua dinamica interna, ma anche sulla sua situazione, sul contesto. Se quel gruppo dipende da un altro o si trova in una realtà più ampia che gode di autorità su di lui, non possiamo parlare di setta sulla base di una semplice constatazione sociologica.

Se parliamo in concreto della Chiesa cattolica o di qualsiasi altra confessione religiosa con struttura e funzionamento simili, dobbiamo accettare quanto segnalato dal cardinale Christoph Schönborn: “Le sette sono isolate, e per la loro autocomprensione non vogliono vedersi sottoposte a un esame da parte dell’autorità ecclesiastica”. È così.

Si sono verificati casi in cui la gerarchia ha dovuto intervenire in qualche istituto di vita consacrata o in qualche associazione di fedeli di fronte alla devastazione del suo proposito originario e della sua dinamica interna, arrivando a deporre il leader e modificando il governo dell’istituzione per garantire le libertà e i diritti dei suoi membri.

Schönborn sottolinea la necessaria distinzione tra sette e settarismo, tenendo conto del fatto che “in fondo il concetto di fondamentalismo viene spesso usato come slogan per attaccare qualcuno più che come espressione per descrivere un fenomeno spirituale chiaramente determinato. In questo contesto, a volte si parla anche di dogmatismo, di integrismo, di tradizionalismo”.

Ci sono atteggiamenti settari all’interno della Chiesa?

Dopo quello che abbiamo detto, dobbiamo riconoscere che ce ne sono, o almeno che possono esserci casi di comportamento settario in realtà approvate e riconosciute dalla Chiesa cattolica.

Un esempio recente è quello dell’Ordine e Mandato di San Michele Arcangelo. Era stato approvato come associazione pubblica di fedeli di diritto diocesano dal vescovado di Tuy-Vigo, e l’autorità ecclesiastica è intervenuta destituendo il leader e fondatore.

Una precisazione importante, nel caso di presunte “derive settarie”, riguarda la necessità di distinguere se si tratta di un comportamento isolato di una persona o di alcune persone o di un centro concreto di quell’associazione oppure se è un elemento tipico di quel movimento o gruppo.

Che fare di fronte a questo? Seguendo linee di azione basate sul buonsenso, bisognerà presentare la questione alla conoscenza del superiore corrispondente, e poi, su istanza di questo o per iniziativa propria, denunciare i crimini o le mancanze che si stanno commettendo di fronte alle corrispondenti autorità civili.

Quando si tratta di casi di presunta manipolazione o di “abuso psicologico”, e conoscendo le limitazioni e le carenze della Giustizia riguardo a queste accuse, è importante conoscere le possibilità del proprio ordinamento giuridico della Chiesa per poter agire.

Credo che sia necessario esporre alcuni elementi da analizzare per aiutare il discernimento ecclesiale sulle possibili “derive settarie” in associazioni o gruppi cattolici.

Aspetti di gruppo di cui tener conto

Senza pretendere di stilare un elenco esaustivo di aspetti di cui tener conto nel funzionamento di qualsiasi gruppo appartenga alla Chiesa, possiamo segnalare i seguenti, sotto forma di decalogo, come un riferimento importante per tastare il polso della sua “salute”.

1 Qual è il concetto di leadership e di obbedienza che si ha nel gruppo? Si lascia un margine adeguato alla libertà del singolo membro? Si tiene conto del carattere sacro delle decisioni prese in coscienza? Qual è la considerazione del fondatore o del leader e dei dirigenti?

2 La fedeltà dottrinale alla Bibbia e al Magistero della Chiesa sarà un altro aspetto fondamentale: è reale, abbraccia tutto o si scelgono solo le cose che interessano al gruppo?

3 Insieme a questo, è fondamentale la fedeltà ai propri statuti, approvati dall’autorità ecclesiastica.

4 Com’è il rapporto con gli ex membri? In esso si verifica in modo reale e concreto l’autoconsapevolezza del gruppo, al di là delle idee teoriche. A volte si verificano casi di disprezzo, rottura totale della relazione, considerazione totalmente negativa…

5 Un elemento irrinunciabile è il rispetto scrupoloso della distinzione dei fori interno ed esterno. Non può avere decisioni di governo su una persona colui a cui questa deve aprire la propria coscienza.

6 Bisogna anche tener conto del carattere delle procedure disciplinari, della loro proporzionalità e dello stile evangelico o meno.

7 Un buon indicatore della salute del gruppo è lo stile del suo inserimento nelle strutture ecclesiali comuni; quelle in cui si deve vivere l’ecclesialità, tenendo conto della peculiarità del gruppo. Fondamentalmente, stiamo parlando della parrocchia e della diocesi.

8 Bisogna osservare il comportamento con i minori, soprattutto al momento dell’apostolato e dell’orientamento vocazionale. Non si può fare tutto questo di nascosto dalla famiglia, e bisogna rispettare la crescita della persona, aiutandola a scoprire il suo cammino, senza imposizioni né orientamenti illegittimi.

9 Se prima abbiamo parlato dell’inserimento nelle strutture ecclesiali locali, bisogna anche tener conto dell’apertura del gruppo ad altre realtà ecclesiali e del mondo.

10 Un elemento negativo è l’esistenza di libri o materiali che si utilizzano ad intra e che non abbiano l’approvazione ecclesiastica, siano essi regolamenti, libri di spiritualità o qualsiasi altro documento a cui si dia autorità nella vita personale dei membri o nel funzionamento di gruppo.

Visto tutto questo, quali possibilità ha la Chiesa di agire? In un articolo successivo spiegheremo come il suo ordinamento giuridico conta sugli strumenti non solo per correggere, ma anche per prevenire questi comportamenti settari che possono verificarsi in realtà che fanno parte della Chiesa cattolica.

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