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Edmondo, ex tossicodipendente, salvato da una famiglia fallita

PAOLO, CEVOLI, CAPRIOLE

Paolo Cevoli - SemiTV | Youtube

Annalisa Teggi - pubblicato il 01/04/22

Nella serie web "Capriole" Paolo Cevoli racconta storie di fallimenti e rinascite: una famiglia con 5 figli sul lastrico riparte accogliendo in casa un ex tossico e detenuto.

Capriole

Una serie web dedicata a storie di fallimenti e di rinascite, nessuno più di un vero comico può riuscire a farla bene. La scommessa di Paolo Cevoli, intitolata Capriole, è vinta alla grande. Ci auguriamo vivamente che veda la luce una seconda e una terza stagione, e così via.

L’ironia ribalta la prospettiva, come quando ci si trova a testa in giù facendo una capriola. Ed è una cosa seria, questo genere di ironia, perché prelude all’ipotesi di una gioia non passeggera. Cevoli ha la mira di un cecchino, fissa l’immagine giusta: Dante nel fondo dell’inferno.

Arrivato nel punto più basso della voragine infernale, Virgilio invita Dante ad andare oltre, a fare una capriola che permetterà al pellegrino dell’aldilà di risalire dalla parte opposta della terra «a rivedere le stelle». Si dice che, toccato il fondo, non si può che risalire. Vero, ma come? Non si torna indietro per la stessa strada, si deve andare oltre, capovolgendo tutto. Dante intitolò il suo poema Commedia e non Tragedia proprio dopo quella capriola in fondo all’inferno. Non tornò indietro dalla stessa strada, trovò un’altra strada possibile nel punto più infimo dell’umano.

Così sono i fallimenti raccontati da Paolo Cevoli: storie di persone distrutte che si capovolgono in bene proprio lì, dove tutto sembra più misero. Ecco l’ironia che ribalta.

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Una famiglia fallita

Si fa presto a dire che nella vita si impara dalle sconfitte. Può essere una bella frase motivazionale, ma la sua verità è a prova di un impatto devastante sulla vita reale?

La capriola di Paolo Cevoli dedicata alla storia della onlus Homo Faber comincia dalla famiglia di Patrizia e Fabio, un nucleo domestico numeroso e agiato nella Lombardia imprenditoriale. Un fallimento aziendale toglie loro tutto. Racconta Patrizia:

Io sono fallita. Cinque figli molto piccoli. Abbiamo dovuto fare i conti con il non riuscire a fare la spesa, chiedere a tutti una mano, dai genitori fino agli amici. È stato educativo passare dentro questo fallimento, dentro questa fatica. Educativo anche per i miei figli perché hanno avuto la possibilità di fare i conti con il nulla, con la fatica di andare a lavorare sin da giovani.

E qui verrebbe di nuovo da citare Dante, perché la prima ferita dolorosissima che sentì durante l’esilio fu il dover chiedere il pane ad altri. Il fallimento è un esilio, il repetino strappo da ciò che credevi noto e acquisito. Patrizia ripete la parola dentro. La sconfitta può essere una voragine simile all’inferno, un buco in cui si sprofonda. Ma starci dentro davvero porta in dote quell’esperienza di nullità che Patrizia dice essere stata educativa per i suoi figli.

Siamo capaci di una retorica zuccherosa anche sull’essere nulla, un bel discorso sul lato luminoso dell’umiltà che non conosce il vero humus, l’umiliazione di sé. Dentro il fallimento della propria famiglia, Patrizia ha conosciuto il volto meno fotogenico di se stessa.

A me aveva tolto anche il desiderio di stare dentro questa famiglia, e questo è il peccato più grande che io mi porto dentro. Dicevo: “Io me ne vado”. Mi ha fatto stare in casa il fatto che vedevo arrivare mio marito a casa la sera e lui era contento nonostante io fossi inc*** e i miei bambini gli correvano incontro. E così ho cominciato a riprendere in mano me stessa”.

Questo è il nulla che diventa educativo: stare dentro la tristezza di riconoscersi capaci di tradire chi sia ama. Il ribaltamento fecondo che una persona può incontrare nel fallimento è quello di cambiare completamente orizzonte. Prima si credeva di poter costruire grazie alle proprie capacità, dopo – incredibilmente – il punto d’appoggio su cui si regge tutta la vita è l’anello più debole della catena: ogni gesto si compie sullo sfondo della consapevolezza di essere fragili e capaci di male, incapaci di stare soli e bisognosi di essere amati.

Edmondo, prima l’eroina e poi il carcere

La onlus Homo Faber si occupa da più di 17 anni di formazione e reinserimento nel mondo lavorativo di categorie svantaggiate. Per stare nell’ambito paradossale dell’ironia possiamo riassumere la storia di quest’impresa dicendo che la famiglia di Patrizia e Fabio ha cominciato ad accogliere in casa propria degli ex detenutimentre ancora il fallimento pesava come un macigno sul loro vissuto.

Qui l’anello di congiunzione che tiene legata questa storia (altrimenti degna non tanto degli sketch comici di Cevoli ma proprio di un racconto distopico) è la solidarietà che s’impara stando tra gli ultimi.

Cedo alla tentazione di citare Chesterton per introdurre la figura di Edmondo, che a un certo punto fa irruzione nella vita in crisi di Patrizia e Fabio. Il nulla è davvero un’esperienza che può metterci – tutti – sulla via della santità. Nel fare il ritratto di San Francesco Chesterton s’immedesimò in lui al punto di dirci che la vera povertà sconfina nella gratitudine:

Si dice comunemente in senso un po’ cinico che «fortunato è colui che non si aspetta nulla, perché non sarà deluso». San Francesco ha detto in senso assolutamente felice ed entusiastico che «fortunato è colui che non si aspetta nulla, perché tutto gli darà gioia». È stato partendo da questa idea ponderata di ricominciare da zero, dall’oscuro nulla del proprio deserto, che riuscì a godere anche delle cose terrene come pochi altri ci sono riusciti; e queste cose sono di per se stesse i migliori esempi pratici di questo concetto. Perché è impossibile che un uomo possa guadagnarsi una stella o meritarsi un tramonto.

G. K. Chesterton, San Francesco
ASCEZA PRAWDZIWA I POZORNA

L’oscuro nulla del proprio deserto è ciò che un uomo come Edmondo ha vissuto per gran parte della vita: nell’incubo dell’eroina a 16 anni e a 40 anni in carcere. Mentre è detenuto conosce Patrizia, che aveva accettato di lavorare nel penitenziario di Como per “fare la spesa”, cioé per sostenere la famiglia ancora in seria indigenza.

Dopo aver scontanto la sua pena, Edmondo esce dal carcere e viene rifiutato dalla sua famiglia. Ma Fabio e Patrizia lo accolgono in casa loro. Quel nucleo familiare diventa spropositatamente numeroso: oltre ai cinque figli e al neoarrivato Edmondo, si aggiungono una nonna malata di Alzheimer e un suocero rimasto vedovo. Dieci scarti sotto lo stesso tetto, persone fallite, malate, in crisi. Cosa potrà mai venire fuori di buono da una trama – apparentemente – senza eroi?

Mi faccio bella per te

Le serie TV che ci fanno più ridere sono ambientate in famiglia. Anche i comici sguazzano con piacere nell’universo sconfinato che è il matrimonio, il divario incolmabile tra figli e genitori, le fissazioni domestiche quotidiane. Essendo il vero centro del dramma, la famiglia è anche la cosa più ironica che ci sia.

Forse perché solo l’ipotesi dell’accoglienza non lascerà mai il mondo a digiuno di battute, risate e soprattutto sorprese. Paolo Cevoli è un maestro di risate e, da uomo di fede, sa che il tocco di Dio si manifesta sempre con una leggerezza che mostra la gioia vera in una posa bizzarra. Capita anche nella storia di questa famiglia fallita e così troppo allargata. Si tratta di un episodio quasi irrilevante che Patrizia racconta nel modo giusto:

La mia mamma, malata di Alzheimer, pensava che Edmondo fosse il suo moroso e allora si metteva tutte le sere gli orecchini e il rossetto e lo aspettava. E questa attesa ha fatto sì che Edmondo si sentisse voluto bene.

Nessun ragionamento, in fondo, spiega davvero cos’è il bene, soprattutto quando non ce ne sentiamo degni. La gratuità dell’amore è un’esperienza ironica fino alla follia. Un’anziana smemorata che si fa bella per un ex detenuto, in questo sussurro di vita è nascosto il seme folle dell’amore di un Dio che diede la vita per tutti. A pensarci bene, è da matti che qualcuno possa amarci così come siamo. Recidivi negli inciampi, ingrati, egoisti.

Da 10 anni Edmondo non si droga più e non beve – “neanche un Mon Chery” – e lo fa come dono, per ringraziare di questa esperienza di vita che lo ha fatto sentire accolto, preferito e amato quando lui aveva da offrire solo un nulla segnato dal male.

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