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Elena Carrer, la fotografia è la preghiera che sconfigge il mio buio

ELENA CARRER

Elena Carrer

Annalisa Teggi - pubblicato il 04/01/22

Elena è una fotografa di Treviso. Da anni combatte con l'anoressia, ora attraversa un momento di profondo buio spirituale: "So di avere delle ferite profonde, ma la fotografia è il modo in cui Dio mi conferma che vado bene così. Fotografando prego e cerco di rendere visibile Dio agli altri".

Quest’intervista è stata fatta negli ultimi giorni di dicembre, ma parla più di inizio che di fine. Bisogna scegliere di iniziare in ogni istante, ci ricordò Pavese. Ogni momento è il tempo opportuno per dire sì all’ipotesi creativa di Dio, separare la luce dalle tenebre.

Il buio grava su di noi, ognuno ha la sua battaglia. Elena Carrer è una fotografa di Treviso che seguo sui social, nutrendo una sanissima invidia per le sue fotografie. Mi spiego: chi, come me, per mestiere scrive rincorre il bisogno della sintesi come fosse un pozzo nel deserto. Le parole sembrano sempre troppe, e non completamente adatte, e sempre un po’ autoreferenziali. Invece il fotografo dice tutto con uno scatto e stando zitto.

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Avrei voluto parlare con Elena della sintesi potente che è la fotografia, una lode silenziosa e potente alla bellezza sovrumana del reale. Parlando con lei, si è aperto un orizzonte molto più vertiginoso. Lo leggerete, e io la ringrazio di aver condiviso anche la parte più ferita della sua vita. Prendere in mano la macchina fotografica e uscire di casa è la sua battaglia, la preghiera quotidiana con cui chiede che il sussurro luminoso con cui Dio ci chiama alla speranza ogni mattina sia (ed è) più reale delle ombre che abbiamo dentro.

Cara Elena, sai che io seguo con passione il tuo mestiere e nutro un’ammirazione profonda per il modo in cui inquadri il mondo quando fotografi. Vorrei presentarti ai nostri lettori di Aleteia For Her, da dove cominciamo? Possiamo partire dal perché hai scelto la fotografia come “voce” per esprimerti?

Sono arrivata alla fotografia grazie ai miei genitori che mi hanno fatto apprezzare il gusto dell’arte. All’epoca in cui frequentavo le medie mi portavano a vedere le mostre, soprattutto degli Impressionisti come Monet. Proprio Monet è diventato un grandissimo amore per me. In particolare mi piacciono i quadri in cui rappresenta i riflessi della luce sull’acqua. Quindi, a dire il vero, la mia prima passione è stata la pittura.

Poi crescendo mi sono ammalata di anoressia e ho lasciato la scuola. Sono uscita da quel periodo prendendo in mano la macchina fotografica di mio padre. Ho cominciato a girare per Treviso che è una città piena di acqua. Riconoscevo nelle acque della mia città i riflessi di Monet. La prima mostra fotografica che ho fatto era sui riflessi d’acqua di Treviso. E c’è questo dettaglio: le foto di questi riflessi d’acqua le pubblico capovolte, sembrano proprio quadri. Le chiamo ‘pennellate di luce sull’acqua’ perché quelle che si fissano sulla pellicola sono le pennellate del vero artista, Dio.

Mi pare di capire che questa scoperta della luce come segno di Dio sia arrivata passando dentro la camera oscura della malattia e del dolore.

Questa camera oscura c’è ancora, anche ora sto vivendo un momento brutto. Questo Natale è stato più simile alla Via Crucis di Pasqua. La malattia si ripresenta, ho trovato un equilibrio ma ci sono dei momenti in cui rialza la testa e io mi trovo in difficoltà. All’anoressia si aggiunge un problema legato alla vessazione spirituale. Ho avuto una conversione molto forte e molto sofferta 7 anni fa. Per 4 anni ho patito a causa di una vessazione molto pesante. Avevo perso ogni speranza, ero convinta di essere irrimediabilmente dannata. Era il periodo in cui anche mia madre è stata molto malata, prima di morire. Pochi mesi prima che morisse sono uscita dal baratro della disperazione grazie alle sue preghiere. Mi ha salvata lei.

L’altro grande aiuto è arrivato dal mio fidanzato Diego. La conversione è arrivata grazie a lui. E quando ho capito che la cosa più importante è la salvezza delle anime, mi sono detta che volevo essere insieme a Dio in questo scopo. Volevo aiutare Gesù a salvare le anime. E mi sono messa a pregare, a far dire messe, a impegnarmi. In coincidenza con questa scelta, è cominciata la vessazione. Ero già fragile e questo colpo ha peggiorato tutto. Ripensavo a tutta la mia vita e non ci vedevo nulla di buono, non salvavo niente.

Sono stati i dialoghi con mia madre prima che morisse a tirarmi fuori dal buio, parlando con lei ho rimesso a fuoco il fatto che avevo fatto anche delle cose buone. Le mie fotografie erano il segno concreto del buono che avevo fatto. Dal punto di vista lavorativo avevo ottenuto riconoscimenti importanti come documentazione del territorio. A quel punto ho alzato la testa e mi sono detta: ora ricomincio a vivere.

Se ci pensi è commovente e bellissimo che tua madre sia stata il tuo aiuto in un momento di sua estrema fragilità, no?

Mia madre è stata la chiave di volta della mia vita fina dalla nascita. Sono nata prematura e da piccola ho avuto molti problemi per questo motivo, per cui tra noi si è creato un rapporto molto simbiotico. Ci siamo amate veramente tanto. E l’amore per Dio e per il creato me lo ha trasmesso lei. Si chiamava Maria e mi ha consacrato alla Madonna prima che nascessi. Durante la sua malattia vedeva soffrire anche me, ma mi diceva: «Io sono tranquilla, perché la Madonna non ti molla». Quando mi veniva il terrore che sarei finita all’Inferno, lei mi diceva che era impossibile perché mi ci avrebbe portato lei in Paradiso. E infatti dopo che mia madre è salita in Cielo, ho avuto un momento di rinascita, proprio come se andandosene mi avesse dato alla luce di nuovo. Ho conosciuto me stessa, la Elena vera e felice.

Ed Elena è davvero se stessa quando ha la macchina fotografica in mano. La fotografia è silenzio e sguardo. Tu come la vivi?

Amo molto fotografare la natura, intesa come le piccole cose. Mi piace dare visibilità alle cose piccole che nessuno nota. Penso che mi sia stato dato questo talento non tanto per me ma per glorificare il Signore. So di avere delle ferite profonde, ma la fotografia è il modo in cui Dio mi conferma che vado bene così. Fotografando prego e cerco di rendere visibile Dio agli altri.

I momenti di prova che ho attraversato a causa della malattia mi hanno fatto davvero sentire cosa significa perdere la Speranza. Quindi da qualche anno a questa parte ho cominciato a usare i social networks per accompagnare alle mie foto un messaggio di speranza di Dio. Pubblico post positivi sulla vita, sulla fede, sull’amore.

Infatti le tue fotografie traboccano di speranza, nei tuoi occhi c’è la speranza anche se il tuo cuore sta attraversando un deserto di buio. Quando esci di casa con la tua macchina fotografica hai un progetto o semplicemente guardi?

Dipende. Ci sono lavori che faccio per documentare la vita della mia città, Treviso. Altre volte esco senza progetti e guardo quello che mi si palesa di fronte. Quando scatto le fotografie così, cogliendo quello che ho davanti, per me è come pregare. Un’esperienza spirituale intensa con la fotografia mi è capitata in Toscana, lì tante volte ho pianto di fronte a un filo d’erba o alle spighe di grano. Sentivo dentro Dio. Ecco, quello era come il Cantico delle creature di San Francesco. Avevo in mente di fare un progetto fotografico proprio dedicato al cantico delle creature, il lockdown ha bloccato quest’idea perché non sono riuscita a tornare in Toscana dove avrei voluto fissare sulla pellicola i verdi di quella terra.

Oltre alla natura quali soggetti ti attirano?

Ad esempio sono fissata con le biciclette. Mi piace fotografarle nel contesto cittadino. Secondo me hanno una poesia intrinseca perché raccontano molto dell’uomo. Quanto sono vecchie, come sono tenute, cosa c’è nel cestino, appoggiate a un muro, attaccate a un palo. Le guardo e le immagino che se ne stanno lì in attesa dei loro padroni, fedeli come cani. Le biciclette rappresentano per me la fedeltà e un riverbero vivo di storie.

Ci sono dei punti ciechi attorno a noi, sempre. Angoli su cui non buttiamo lo sguardo e che invece potrebbero parlarci, darci degli indizi di salvezza.

Hai presente quando noi giriamo per strada e ogni tanto vediamo quei fiorellini che sbocciano in mezzo all’asfalto? Credi che siamo stati messi lì a caso? No. Sono una carezza di Dio per riempirci il cuore di bellezza. È fermare lo sguardo sulle piccole cose che ci cambia. Pensa anche la rugiada sull’erba. Cosa si nasconde dentro una di quelle gocce? C’è il mondo lì dentro. Se la fotografi è come una biglia in cui è riflesso il mondo circostante.

Siamo nel tempo dei selfie e tu continui a puntare l’obiettivo sulla realtà. Perché?

Ti dirò che ogni tanto è terapeutico puntare l’obiettivo anche su noi stessi. Per me lo è stato. C’è stato un periodo, lo scorso anno, in cui stavo molto bene e ho fatto delle foto a me stessa. Leggere la serenità nei miei occhi dopo avere sofferto molto è stato come dare a me stessa la prova che non era solo un’illusione lo stare bene. Mi sono detta che avevo una bella faccia. E poi ho detto grazie a Dio di quella serenità ritrovata.

Lo dico adesso che di sofferenza ce n’è tanta di nuovo. E ho smesso di fotografare. Questo è serio, perché quando fotografo io sono felice.

Mi dici qualche parola in più sulla tua anoressia?

Mi crea grossi problemi e nel mio caso c’è anche una dispercezione corporea. Significa che mi vedo più grassa di quel che sono, ed è tipico di chi soffre di questi disturbi. Di recente hanno scoperto che c’è proprio un’area del cervello che non si attiva quando ci si guarda allo specchio. Si chiama “sindrome del cervello cieco”. Mi basta mettere su due chili e vado completamente in tilt. Detto così sembra stupido, ma riguarda proprio un blocco totale della volontà, dell’emotività. È una vulnerabilità fortissima.

Non conosco bene tutte le implicazioni profonde che ci sono nell’anoressia, però proprio il modo in cui tu guardi la realtà e poi la fermi in immagini mi dice che sei una persona che è affamata di vita, di felicità.

Sì, è vero. Con questa fame di vita ci sono nata. Ti ho già detto che sono nata prematura e quando ero in incubatrice mi trovavano sempre girata, non stavo mai ferma. Le infermiere ribaltavano il famoso modo di dire e sostenevano che ero più viva che morta. Questa fame di vita però ha sbattuto contro tanti problemi. Oltre all’anoressia, a 4 anni mi sono ammalata di un’infezione alle vie urinarie e sono guarita solo quando avevo 12 anni. Sono stata spesso in ospedale e questo mi ha portato a soffrire di depressione anche da piccola. I bambini sanno essere cattivi con i più fragili e mi sono sentita presa in giro proprio quando vivevo una situazione di male reale. Sono tutte ferite che mi sono rimaste addosso.

Da questi colpi brutti non riusciamo mai a salvarci da soli. Mi chiedevo se accanto a te c’è qualcuno che ti ricorda quanto è bella e preziosa la tua vita. All’inizio hai citato di sfuggita un fidanzato, Diego?

Sì, la sua presenza è fondamentale. Il nostro sogno è di sposarci. Senza di lui sarei morta tante volte.

Anche adesso che la crisi è tornata, è alla sua voce che mi aggrappo. Quando gli incubi mi fanno venire il terrore dell’Inferno, lui mi ricorda che sono fatta per il Paradiso. È davvero brutto avere nella testa dei pensieri sbagliati riguardo all’amore degli altri. Respingere il bene che viene dagli altri è la parte peggiore di questo momento di buio. Perché io adoro amare gli altri. Mi chiamano ‘l’aiutante di Babbo Natale’, nella camera oscura ho un armadio pieno di regali che potrei distribuire fino al 2023. Quando vado in giro compro di tutto pensando agli amici a cui potrei fare regali. Metto via in quell’armadio un sacco di regali. Adoro amare le persone.

Mi è capitato di ricevere del male da persone a cui avevo fatto del bene, credo capiti a tutti. Per molto tempo ci ho sofferto. Ma poi mi sono resa conto che chi fa il male è vittima del male. Per questo il perdono è la misura che disinnesca il cortocircuito e sconfigge il diavolo.

Forse in questa prova terribile di buio, che vivi anche adesso, tu sei alleata di Dio proprio come quando fotografi. Il peso che porti non lo porti solo per te.

Me lo dice anche un sacerdote che mi segue. Mi dice che il rifiuto che sento del bene non è frutto di una mia volontà, ma posso viverlo come un modo per immedesimarmi nel rifiuto che Dio sente da parte del mondo. È faticoso viverlo e vedere in questo modo la mia sofferenza, però la offro. Faccio fatica a dire un’Ave Maria, vado a messa la domenica solo per obbedienza al mio padre spirituale. La mia condizione attuale è questo deserto buio.

In questo momento il tuo dolore è la tua preghiera. Proprio alla luce di questa fatica, voglio osare chiederti uno sguardo sull’anno nuovo. Di solito si leggono gli oroscopi, noi li mettiamo da parte. Si fanno anche dei buoni propositi, ma non ti chiedo neanche questo. Voglio chiederti di cosa dici grazie.

Grazie che ogni giorno apro gli occhi, dico questo. E grazie anche di tutto l’amore che ho attorno e che adesso non riesco a ricambiare. Torno col pensiero a mia madre che morendo mi ha riempito la vita di amore. Prima stavo chiusa nella mia stanza e quando lei non c’era più ho cominciato a uscire, piano piano. Adesso sta ricapitando la stessa cosa. Anche se ogni mattina appena apro gli occhi sono travolta dall’angoscia, voglio sperare di riuscire a fare la volontà di Dio che è l’amore.

La cosa più bella di mattina per me è il canto del primo merlo. Arriva verso le 5 di mattina. E chi me lo fece ascoltare le prime volte? Mia mamma. La mattina ci bevevamo il caffè insieme alle 5 in terrazza. Se ci badi, è un cip appena accennato a cui gli altri uccellini cominciano a rispondere. E poi c’è il silenzio. E poi dopo ancora ricominciano a cinguettare tutti insieme. C’è alla fine questo tripudio al giorno che è un coro, però il primo cip è un sussurro. Il Signore arriva così, è dolce e tenero.

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