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«L’Ordo virginum è l’abito più bello che Dio ha cucito sulla mia persona»

GIUSY ZINNARELLO

Giusy Zinnarello

Annalisa Teggi - pubblicato il 24/09/21

Abbiamo intervistato Giusy Zinnarello, psicologa e mediatrice familiare. La consacrazione nell'Ordo Virginum è stato un sì alla certezza che Dio prepara una casa adatta a ciascuno, un posto in cui, proprio perché siamo fatti in un certo modo, possiamo amare di più.

Ho conosciuto Giusy Zinnarello a un corso di scrittura. Essendo in tempo di pandemia ci si dava appuntamento online, quindi il verbo conoscere non sarebbe del tutto appropriato. Però senza la modalità virtuale forse non ci saremmo mai incrociate, perché lei vive a Reggio Calabria, molto lontano da me.

La sua presenza a quel corso me l’aveva fatta sentire vicina proprio perché le sue parole erano poche, quasi centellinate. Ma non sentivo distanza, piuttosto un’anima che ponderava. Ricordo un racconto in cui il suo sguardo era riuscito a stanare certi dettagli meravigliosi sulla vita di clausura. Non sapevo niente di lei, eppure sentii che era una donna che si era svelata nella sua tensione a un rapporto totale con Dio. Rimase tutto sospeso, mi rimase la curiosità di entrare in una storia solo accennata.

Mesi dopo ho visto una foto pubblicata da Giusy su Facebook (sì, a volte ci sono risvolti positivi) in cui festeggiava con una bella torta un incontro con le sue consorelle dell’Ordo virginum. Ecco, l’ho colto come un invito aperto a bussare alla sua porta, a chiederle su quale sentiero di vita stesse camminando. E, come capita nelle migliori storie scritte dalla Provvidenza, cercavo argento e sono stata inondata di diamanti.

Cara Giusy, cominciamo a presentarti ai lettori di Aleteia For Her raccontando chi sei.

Sono una psicologa e lavoro a Reggio Calabria. Sono mediatrice familiare, di orientamento sistemico relazionale. Come psicologa sono un clinico e mi occupo di tutte le età e di tutto il ciclo di vita, dall’infanzia agli anziani. Come mediatrice familiare e coordinatrice genitoriale incontro famiglie in fase di separazione, per sostenere gli ex coniugi nel difficile compito di andare ancora d’accordo come genitori.

GIUSY ZINNARELLO

E quale finestra sull’umano ti si apre incontrando queste persone?

È molto difficile, perché se si arriva alla separazione è sempre un percorso dolorosissimo. Nessuno si sposa per separarsi, anche se non c’è una scelta di fede all’origine. Anche chi celebra un matrimonio totalmente laico, si sposa portando dentro una promessa di ‘un per sempre’. Le coppie che arrivano alla separazione, ci arrivano con dolore. Ma il dolore è spesso anticipato dalla rabbia. Il conflitto sovrasta tutto. Eppure in questi casi, anche quando viene meno la coppia coniugale, la coppia genitoriale resta. Quello che spesso ricordo alle coppie che incontro è: “Pensate che voi resterete i genitori dei vostri figli almeno per tre generazioni. I figli dei vostri figli vi ricorderanno come la coppia dei nonni, insieme”. È impossibile togliere questo dato.

Ci sono coppie disposte a farsi aiutare in questo percorso e nella prima fase li aiutiamo soprattutto ad assumersi la responsabilità del fallimento. Grazie a ciò viene meno la rabbia esclusiva, proiettata sull’altro coniuge. Li aiutiamo a capire che ciò che non ha funzionato è il legame, quel terzo di cui spesso non ci si prende cura nel rapporto di coppia. Ed è un terzo importante, cioé: siamo io, tu e il nostro legame di coppia. Il legame va curato, cioé custodito e preso a cuore.

Una volta fatto questo passo, proviamo a capire dove si sono fermate le loro dinamiche relazionali rispetto alle loro famiglie di origine, utilizziamo un’intervista trigenerazionale e risaliamo fino ai nonni. Fatta questa traversata indietro che aiuta la compresione, arriva l’accettazione. La comprensione aiuta l’accettazione della fine. Quando è accettata la fine del legame, allora si può ritornare al legame genitoriale ed è più facile trovare gli accordi.

Ma la maggior parte del mio lavoro è dedicato alla clinica, quindi mi occupo di pazienti di ogni età e questo momento storico di pandemia ha moltiplicato i sintomi legati all’ansia anche molto traumatici.

Ecco, proprio in merito a questo, cosa vedi e ascolti?

A un congresso fatto lo scorso anno un gruppo di psicoterapeuti di tutte le scuole ha messo in evidenza che allo scadere del 2021 avremo sotto gli occhi la cosiddetta psico-pandemia, vedremo gli effetti a lungo termine delle chiusure e del terrore informatico che è stato messo in atto durante questo anno e più. C’è un aumento notevole dei disturbi di ansia e delle fobie. E questo riguarda soprattutto i giovani, i ventenni. Si pensava che fossero gli adulti a pagare il prezzo più alto dei lockdown, quelli che erano sempre fuori per lavoro. E si è anche pensato che i ragazzi fossero più abituati alle dinamiche virtuali, ai canali di socialità sul web. E invece, anche se è vero che i ragazzi si incontrano spesso sulle piattaforme online, proprio per loro il contatto e la presenza vis a vis è vitale.

Quindi ci stiamo rendendo conto a rovescio di quanta fame di realtà hanno, anche se li abbiamo (malamente) definiti nativi digitali …

Esatto, ora vediamo quanto sia esposta la loro ferita.

Voglio farti una domanda in modo brutale. Ho pensato a questa chiacchierata soprattutto per raccontare il tuo percorso di fede e ora mi hai aperto una bella finestra sulla tua esperienza di psicologa. La psicologia è incompatibile con la fede?

Ti rispondo innanzitutto con un mio primo amore scientifico. Ho scelto di studiare Psicologia per assecondare un carisma, cioè quello di occuparmi dentro la Chiesa dello smarrimento del cuore. Non è stata la mia prima scelta universitaria, ci sono arrivata dopo. E quando ho cominciato a studiare Psicologia, uno dei primi esami che ho fatto è stato quello di Psicofisiologia del sistema nervoso. Ecco, la prima cosa che ho pensato dopo aver letto il manuale di psicofisiologia è stata questa: se io non avessi avuto la fede, mi sarei convertita grazie a questo manuale.

Mi sono trovata di fronte a qualcosa di bellissimo e grandioso che non può essere dovuto solo al caso e all’evoluzione. C’è dietro una sapienza e c’è anche un mistero, perché non abbiamo ancora spiegato tutto sul sistema nervoso. Ma già quel poco che sappiamo è da mozzare il fiato, e mi riferisco proprio a come funziona il nostro cervello.

Ti rispondo aggiungendo anche un’altra osservazione. La fede si appoggia sull’umano, Sant’Ireneo diceva “veri uomini, veri santi”. Dell’umano fa parte anche la dimensione spirituale, ma questa si appoggia in maniera integrata sulla struttura della personalità, su modalità relazionali, sulle dinamiche apprese. Aiutare a liberarsi di alcune resistenze è un grande contributo alla fede, e non sto parlando di casi gravi connessi alla psicopatologia, sto parlando di come la psicologia può aiutare la fede attraverso il conoscersi. Conoscersi significa essere più liberi, essere più liberi significa amare di più. Amare con consapevolezza.

Quindi la psicologia non si sostituisce alla fede, ma è a servizio della fede. Per me lo è. Anche quando i miei pazienti non sono cattolici e non sanno che io sono una consacrata, sento che sto lavorando a servizio di quel mistero che è l’essere umano, che è chiamato a un’apertura all’altro e a un Altro, a stare in relazione. E tutte le sue dinamiche psicologiche sono funzionali a questa relazione. L’essere umano è stato creato per entrare in relazione con Dio e come entri in questa relazione? Con la tua struttura umana, perciò le dinamiche umane sono fondamentali in questo rapporto. Poi, naturalmente, la psicologia non spiega tutto e da sola è una visione parziale. Per questo la intendo ‘a servizio di…’.

E’ un po’ come nel capitolo 13 di Giovanni, quando Gesù lava i piedi ai suoi discepoli. Ecco, non voglio entrare nel merito del contenuto teologico di questo brano, dico solo che Gesù compie un gesto umano. Metaforico e bellissimo. Lava i piedi e aggiunge rivolto a Pietro: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gesù è entrato in contatto con la polvere di quella storia, con le ferite di quella storia. E le ferite raccontano come ‘funziona’ una persona, perché agisce e reagisce in un certo modo. Raccontano anche cosa una persona riesce a godere del proprio rapporto di fede, che visione ha di Dio. E’ un Dio severo perché il papà era spesso arrabbiato e autoritario? Che Dio ho in testa e perché, questo ci dicono le nostre ferite. La visione che io ho di Dio è sicuramente legata alla mia storia.

Tutto di noi è rapporto con Dio. E proprio per approfondire ciò che hai appena detto, vorrei tornare a una cosa che ti è ‘scappato di detto prima’: la tua chiamata rispetto allo smarrimento del cuore. Mi racconti meglio come sei arrivata a questo discernimento?

È una Parola ricevuta, una domanda fiorita a partire da un brano di Isaia (35,4):

Dite agli smarriti di cuore: «Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi».

Questa parola mi ha segnato profondamente nel corso degli anni, innazitutto perché apparteneva alla mia storia. Mi sono detta: è vero, questo è successo a me, ero una smarrita di cuore e il Signore mi ha salvata. Poi è diventato anche ‘luogo’ di una restituzione, gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Nel tempo è diventato scelta di vita, carisma. Questa domanda è diventata ricerca dentro il percorso vocazionale.

E come è stato questo percorso vocazionale? Come sei arrivata all’Ordo virginum?

La scelta vocazionale è trovare il posto dove posso amare di più. Noi pensiamo alla vocazione come a una chiamata che arriva puntuale e precisa sul dove andare, cosa fare. Ogni tanto cadiamo in una visione deterministica anche rispetto a questo tema. E invece non è così. La chiamata è un irrompere nella vita della persona della Grazia di Dio. E l’iniziativa è Sua. Ma c’è una parte di risposta nostra.

GIUSY ZINNARELLO

Se dovessi dire quando questa Grazia è arrivata a me, direi che ero un’adolescente. Allora mi sono resa conto che c’era una Presenza che riempiva di bellezza la mia esistenza. Ho nutrito questa relazione con Dio, pur facendo anche tutte le scelte normali tipiche degli adolescenti. Pensa che inizialmente avrei voluto fare il Presidente della Commissione Antimafia di Palermo. Ero partita lanciatissima, respirando l’aria pesante di tutte le ingiustizie legate ai fatti di mafia e ‘ndrangheta. Erano gli anni della strage di Capaci, per intenderci. Respiravamo questo bisogno di legalità e di giustizia. Sulla scia di questo impegno mi sono iscritta a Giurisprudenza.

Avevo già iniziato alla fine del liceo a chiedermi: “Che cosa vuole Dio da me?”. E tutto procedeva molto bene, ero felice: avevo delle amicizie belle e importanti, soddisfazione negli studi. Però mancava qualcosa. Quindi la ricerca è partita da una nostalgia che sentivo nel profondo, nel cuore. Poi è arrivato un momento difficile e sono i momenti difficili che ci costringono a rispondere a certe domande che restano latenti nel cuore. È la crisi che ti obbliga a guardare quello che ti porti dentro, e bisogna rispondere.

È capitato che una delle amiche con cui condividevo gli studi universitari si è ammalata di tumore. Ed è stata lei a mettere a tema delle nostre chiacchierate la questione della vocazione. La mia risposta era: “Ma no, io devo fare il magistrato”. Non conoscendo ancora l’Ordo virginum, nella mia testa c’era una divisione netta: se avessi una vocazione religiosa dovrei andare in convento, fare il magistrato è un’altra cosa.

Tuttavia, nonostante ancora oggi sia convinta che il diritto sia bellissimo e a quel tempo avessi molte soddisfazioni nello studio, non mi sentivo a casa nell’ambito giuridico. Avevo un senso di estraneità enorme. E contemporaneamente la mia amica entrava nella malattia, l’ho accompagnata. Ha subito un intervento chirurgico durato circa 18 ore. E in quel momento mi sono sentita interpellata dalla vita. L’ho accompagnata per tutto l’anno seguente in cui è vissuta e ha fatto la chemioterapia. Non avevo soltanto il desiderio di accompagnare un’amica nel suo percorso di fine vita, volevo lasciarmi interrogare dalla morte e dal mistero della fede.

Manuela è morta di Venerdì Santo. Sono tantissimi i tipi di i regali che ci fanno gli amici, io di solito regalo libri. Manuela mi ha regalato la consapevolezza di Dio. C’era una Presenza Altra nella mia vita ed era più profonda di quella che immaginavo. Lei mi ha lasciato questo regalo e da lì mi sono chiesta se volevo continuare ad andare all’università – e non sentirmi a casa -, oppure cercare di capire cosa dovevo fare. Ho intrapreso un percorso di discernimento vocazionale.

Non conoscevo ancora l’Ordo virginum, ma avevo nel cuore due certezze: per prima cosa desideravo rispondere all’amore di Dio traboccante nella mia vita con il dono di tutta me stessa. A questa certezza se ne accompagnava un’altra, il bisogno di restituire ciò che mi era stato donato ed è la parola sullo smarrimento del cuore di cui ti dicevo prima.

In maniera del tutto gratuita ho incontrato una consorella dell’Ordo Virginum con cui ho condiviso un’esperienza di volontariato. Lei non si era mai presentata come consacrata, me lo ha detto solo quando io le chiesi se era sposata. Saltò fuori così, in modo inatteso e spontaneo, il nome dell’Ordo virginum. Che cos’è? E la risposta che è arrivata è stata straordinariamente puntuale anche rispetto alla mia chiarezza a non essere destinata al convento. Ecco, l’ipotesi della consacrazione laica era molto affine a me e, credo, anche a questo tempo storico, come posto della donna nella Chiesa. Chiaramente senza nulla togliere alla bellezza di tutti i carismi, lo dico solo rispetto alla mia struttura umana … che non era tanto cambiata dal tempo in cui volevo fare il Presidente della Commissione antimafia!

Dunque è stata la casualità di un incontro, apparentemente molto marginale e piccolo, a portarti a scoprire l’ipotesi giusta per la tua struttura umana e spirituale?

Sì, ho chiesto a questa signora che faceva volontariato cosa fosse l’Ordo virginum di cui era parte e lei mi ha risposto: è quella forma che nella Chiesa permette alle donne che decidono di diventare spose del Signore di essere delle consacrate a servizio della Chiesa ma col proprio carisma particolare. E qui ho avuto l’illuminazione. Quella persona lo ha racconto senza conoscermi, eppure mi ha mostrato quello che sarebbe stato il mio abito. Noi dell’Ordo Virginum siamo laiche e non abbiamo un abito, ci vestiamo normalmente, però per me è come un abito comodo addosso. È il mio. Il prossimo 8 dicembre saranno 12 anni dalla mia consacrazione.

C’è stato prima un percorso di formazione al termine del quale ho scelto anche la mia vocazione professionale. E così mi sono iscritta a Psicologia.

GIUSY ZINNARELLO

Desta stupore riconoscere come nella Chiesa ci sia una casa giusta per il sì di ciascuno…

Sì, a misura di come ciascuno è fatto. Ed è quella casa per cui, proprio perché sei fatto così, puoi amare di più. Senz’altro avrei amato un marito e dei figli, ma questa dimensione spalanca meglio le mie potenzialità e possibilità. Mi sento nel posto dove posso dare il meglio.

A questo punto immagino la curiosità del lettore. L’Ordo virginum forse è un tesoro un po’ nascosto rispetto ad altri volti della Chiesa. Mi fai un ritratto semplice della storia che ha?

L’Ordo virginum fu la prima forma di consacrazione delle donne nella Chiesa, vivente San Paolo. Fu la prima forma a disposizione delle donne che desideravano servire la Chiesa e il Signore, pur rimanendo nella propria casa. Servivano la Chiesa donando la loro verginità al Signore. Stiamo parlando delle prime comunità cristiane, anche se sembra qualcosa di attualissimo. Le vergini venivano consacrate dai vescovi a servizio della comunità locale. Solo dopo sono nati gli ordini religiosi: in un tempo storico complesso (caduta dell’Impero romano, invasioni barbariche) in cui non era prudente che le donne rimanessero da sole in casa, le consacrate si sono aggregate dando vita agli ordini religiosi. E l’Ordo Virginum ha conosciuto un momento, diciamo, di pausa, ma parte del rito di consacrazione è rimasto nelle professioni religiose di alcuni ordini monastici.

Pensa, ho avuto una consorella che è morta a 104 anni ed era una professoressa di Storia, una mente straordinaria! Militava nell’Azione Cattolica a metà del ‘900, quando ancora l’Ordo virginum non era stato riattualizzato, ma lei conosceva molto bene la storia e aveva deciso che si sarebbe consacrata solo quando la Chiesa avrebbe ripotortato alla luce il rito. E così ha fatto. Durante il Concilio Vaticano II, rispetto alle tante domande poste sulla donna, ci fu una grande spinta di richieste per riattulizzare l’Ordo virginum e sono state accolte. Il rito di consacrazione delle vergini è stato riportato in vita, perché il tempo storico era maturo. Era il tempo giusto per donne che stessero nel mondo, ma totalmente dedicate a Cristo e a servizio della comunità locale.

Noi riceviamo il dono della consacrazione e la parte importante è il rito. A differenza di altri ordini, non professiamo prima voti temporanei e poi perpetui. È un’unica cerimonia che ha molto anche della cerimonia sponsale. Diciamo il nostro sì, riceviamo l’anello nuziale e sotto le mani del vescovo veniamo consacrate. Siamo l’unico ordine di donne che, come i sacerdoti, fanno riferimento diretto al vescovo diocesano. Viviamo ciascuna per conto suo e viviamo del nostro lavoro, siamo impegnate in base ai talenti nella chiesa diocesana. Non apparteniamo alla gerarchia ecclesiastica, siamo popolo di Dio dedicate interamente a Cristo. Condividiamo con il popolo di Dio gioia e fatica, è una storia d’amore.

GIUSY ZINNARELLO
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verginitàvocazione femminile
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