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La brutta sentenza della Cassazione sulla pornografia che coinvolge i minori

Jolanta Wojcicka/Shutterstock

Rome, Italy - October 9, 2020: Quadriga at the top of Palace of Justice seat of Supreme Court of Cassation (Corte di Cassazione), majestic building on the Tiber River

Lucandrea Massaro - pubblicato il 08/11/21

La recente sentenza della Corte di Cassazione, depenalizza la ripresa di rapporti sessuali tra maggiorenni e minori tra i 14 e i 18 anni, purché i relativi video non siano divulgati. Il commento di Pro Vita e Meter

Dire che una sentenza farà discutere di solito è un modo “politicamente corretto” di dire che qualcosa non quadra, che non a tutti piacerà o che è controverso ciò che essa contiene. Non sempre le sentenze controverse sono “brutte”, ma questa di inizio Novembre è parecchio pericolosa ed insidiosa, in quanto le Sezioni unite della Corte di Cassazione, chiamate a decidere «se, e in quali eventuali limiti, la condotta di produzione di materiale pornografico, realizzata con il consenso del minore ultraquattordicenne nel contesto di una relazione con una persona maggiorenne, configuri il reato di cui all’art. 600-ter, primo comma, cod. pen.». Il reato in oggetto è quello di pornografia minorile.

Nel dispositivo provvisorio – quello che viene consegnato alla stampa e anticipa parzialmente le motivazioni di una sentenza – si legge: «Nel rispetto della libertà individuale del minore con specifico riguardo alla sfera di autonomia sessuale, il valido consenso che lo stesso può esprimere agli atti sessuali con persona minorenne o maggiorenne, ai sensi dell’art. 609 quater cod. pen. [che punisce gli atti sessuali con persona sotto i 14 anni, ndr], si estende alle relative riprese, sicchè è da escludere la configurazione del reato di produzione di materiale pornografico, sempre che le immagini o i video realizzati siano frutto di una libera scelta e siano destinati all’uso esclusivo dei partecipi all’atto» (Avvenire).

Da oggi dunque se un minore acconsente spontaneamente a fare un video con il partner – anche maggiorenne – la detenzione di quel materiale non è più considerato un reato. A meno che esso poi non circoli al di fuori della coppia, in particolare se chi lo ha girato aveva quella intenzione fin dall’inizio.

Al centro c’è dunque l’onnipresente autodeterminazione della persona, sulla carta un principio inattaccabile, che però al solito rende l’individuo una monade e non una persona inserita in un contesto sociale, di relazioni, di storie personali, compresa – ed è il passaggio apparentemente più ignorato nel ragionamento della Corte – l’inesperienza e l’incapacità di giudizio.

Un giudizio netto

Su questo è d’accordo Don Fortunato Di Noto, fondatore di Meterda anni al fianco dei bambini contro la pedopornografia, che a Pro Vita Onlus ha detto:

«In linea generale il buon senso e le norme dovrebbero coincidere con un’etica ma di per sé, molto spesso, questo non avviene. Nel caso in oggetto, l’“ineccepibile” interpretazione delle norme da parte dei giudici della Cassazione mostra il suo punto debole nella questione dell’età del consenso. Se un 14enne può mettersi d’accordo con un adulto, esprimere un consenso, girare dei video privati come se fosse una “modica quantità”, affinché io li tenga per me senza divulgarli, sembrerebbe ineccepibile. Invece questa sentenza contrasta con una questione morale ed etica, inerente l’educazione dei minori e il problema della “digitalizzazione del corpo”. Dovendone parlarne soltanto dal punto di vista morale o etico, perché i minori dovrebbero produrre del materiale che, in fin dei conti, è pedopornografico e conservarselo? Per quale ragione? Il rischio che, in futuro, la cosa prenda una deriva. Chi si prendesse questo materiale e lo divulgasse, commetterebbe reato».

(Pro Vita e Famiglia)

La sentenza poi ha un ulteriore buco, ancora più odioso se possibile, dice ancora un comunicato di Pro Vita e Famiglia:

«Infine, come se non bastasse la stessa Cassazione mette colpevolmente le mani avanti specificando che “è tutto lecito” purché sia finalizzato “all’uso esclusivo dei partecipanti”. Una toppa inutile che mette in pericolo milioni di adolescenti soprattutto dalla crudele pratica del “Revenge Porn”, che sappiamo ha già causato numerose vittime in Italia».

Tags:
pedopornografiasentenza cassazione
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