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Caterina Scorsone, mamma tris: non vi dico che è facile, ma che è magnifico, sì

Shutterstock | DFree

Giovanna Binci - pubblicato il 12/07/21

L'attrice di Grey's Anatomy, mamma di tre bambine di cui una affetta da Trisomia 21 racconta quanto sia importante non recitare sempre la parte di Wonder Woman e lasciarsi aiutare. Caterina Scorsone lancia un appello: mamme, non fate le isole!

Un po’ bisogna ammetterlo: Caterina Scorsonecon le sue foto piene di sorrisi, colori, broccoli coltivati nel retro di casa sua e sonnellini abbracciati avvolti in un’amaca, un po’ ti ci fa credere, che sia anche facile.

Bello lo è di certo, basta guardare tutta la vita gioiosa che esce dal suo profilo, ma per chi vive da fuori le giornate di questa attrice, conosciuta soprattutto per il suo ruolo in Grey’s Anatomy, è naturale farsi un’idea un po’ troppo rose e fiori…e broccoli!

La perfezione non esiste, la bellezza sì

Poi chi di noi non ha un master e almeno due dottorati in “farsi un’opinione sulla vita degli altri?”. Mettici che lei è bella, famosa, ha dei fan che le mandano i fiori, magari nessun problema economico, insomma…una vita perfetta se non fosse per quella imperfezione che molti si sarebbero affrettati a cancellare perché oggi non fa esattamente “cool”.

Invece, quando guardi Caterina insieme a Paloma, la sua seconda figlia affetta da Sindrome di Down, la felicità a cui questa donna non ha voluto rinunciare la vedi a colpo d’occhio. Ecco perché lei non smette di dirlo e ricordarlo a tutte le donne impaurite da una diagnosi prenatale come quella della sua “Pippa”.

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Essere mamma non è un provino per Wonder Woman

Nonostante tutto, nonostante Caterina sia felice di fare la mamma, ammette in una recente intervista per parents.com:


“Non perpetuerò il mito che sia tutto facile”

Lei, mamma e lavoratrice, conosce bene le difficoltà del work-life balance, ma si è data dei punti fermi: essere a casa tutte le sere per le sue bambine, per metterle a letto perché “questo vale oro!” (e ringraziata la ben oliata macchina di Grey’s Anatomy che glielo permette), ritagliare del tempo “uno a uno” tutte le settimane per “stare con ognuna di loro individualmente” e accettare di farsi aiutare, da sua sorella Jovanna, ad esempio, ma anche da una tata se serve, soprattutto per seguire le terapie della piccola Pippa.


“Sono fortunata ad avere molto aiuto. Con Pippa ho scoperto il dono della comunità. All’inizio ero spaventata. Ma i genitori degli altri bambini con bisogni speciali sono diventati subito come una famiglia.”

Perché non conta quanta strada fai, ma quanto sei felice mentre la percorri. E si sa: più siamo, più ci divertiamo! Mentre spesso noi mamme viviamo nel mito di dover fare tutto da sole: è vero che spesso questo fantomatico “villaggio” purtroppo non c’è, ma a volte soffriamo anche della patologia da Wonder Woman a tutti i costi.

Non deleghiamo, arriviamo al punto di rottura, vorremmo dimostrare e dimostrarci che siamo in grado di fare tutto, di farlo bene, di essere “tagliate per questo lavoro” per poi ritrovarci stanche e demoralizzate.

Non fate le isole!

Non siamo isole, come dice la Scorsone:

“E’ nei momenti di vulnerabilità che possiamo scegliere se diventare delle isole o accettare l’aiuto degli altri”.

Chiedere aiuto non significa non essere in grado, ma avere fiducia che, per quanto sbagliato e malandato sia questo mondo, c’è tanto bene che i nostri figli possono incontrare.

E vedere qualcuno che tende una mano è già uno degli insegnamenti più grandi che possiamo dare, insieme a quello che non possiamo bastare a noi stessi e che, quella mano tesa, possiamo afferrarla.
Ci vuole un coraggio eroico a chiedere aiuto e mostrarsi fragili: ma, insomma, siamo o non siamo noi Wonder Woman?!

Tags:
maternitàsindrome di down
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