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Accompagnare un Uomo tra le braccia di Dio, un dono inatteso

OLD MAN, HOSPITAL

Fresnel | Shutterstock

Fraternità San Carlo Borromeo - pubblicato il 14/04/21

Un giovane sacerdote al capezzale di un malato celebra questo Sacramento per la prima volta: "Dare l’unzione degli infermi costringe ad andare al centro del sacramento: non sono io che ti salvo, ma un Altro".

Di Don Nicola Robotti

La settimana scorsa, nel giorno del mio compleanno, stavo leggendo i testi per preparare la predica di domenica. Quella mattina, tra una telefonata e l’altra di auguri, mi ha chiamato anche la nostra amica Ulli, infermiera in un ospedale dall’altra parte di Colonia.

Solo che lei non mi chiamava per farmi gli auguri ma per chiedermi se potevo andare in reparto ad impartire l’estrema unzione ad un signore molto malato e in pericolo di vita. Il suo paziente era di origine italiana e lei non riusciva a capire bene quello che diceva. Così, nel suo italiano elementare, Ulli gli aveva chiesto se volesse incontrare un sacerdote e lui aveva acconsentito. Mi ha chiamato ed io sono andato.

Un Sacramento essenziale

Era la prima volta che mi capitava di celebrare questo sacramento: sono stato colto di sorpresa. Avevo i miei programmi per la mattinata e sono stati stravolti da questo evento. Inoltre, mi mancavano gli strumenti. Per esempio, il mio libro con il rituale è in tedesco! Meno male che in casa con me c’era don Gianluca che mi ha prestato il suo vecchio libro in italiano, così ho potuto prendere con me la stola, l’olio sacro, una particola consacrata e attraversare la città fino all’ospedale dove lavora Ulli.

Non so come facciano i medici – e forse è per questo che ho studiato Scienze politiche -, ma è proprio dura abituarsi ad entrare in un ospedale! Guidato però dalla nostra amica, sono stato condotto senza problemi fino al capezzale del signor Salvatore. Indossata la mascherina d’obbligo, lavatomi per bene le mani, ho iniziato a parlare con questo signore tutto pelle e ossa che respirava a fatica. Ogni tanto apriva gli occhi, sembrava capire quello che dicevo, mi rispondeva. Ogni tanto sembrava lottare con tutte le sue forze anche solo per restare vigile. È stato molto difficile.

UMIERANIE

Anche se spesso andiamo a trovare a casa loro le vecchiette malate della parrocchia, trovarsi in una stanza di ospedale con un uomo in fin di vita è molto diverso. Ho cercato quindi di fare l’essenziale. Mi sono presentato, gli ho detto chi ero e perché ero lì, gli ho chiesto se voleva ricevere il viatico e confessarsi. Lui ha detto di sì. A fatica ho raccolto la sua confessione, poi gli ho impartito l’unzione degli infermi affinché fosse accompagnato in corpo e spirito all’incontro con Cristo.

In compagnia fino alla fine

Questo momento è stato per me un grande regalo, essenzialmente per due motivi: dare l’unzione degli infermi ad una persona così malata non lascia molto spazio alle chiacchiere ma costringe ad andare al centro del sacramento: non sono io che ti salvo, ma un Altro. Non contano la mia bravura o le mie capacità. Il mio compito in quel momento è fare in modo di affidarti, di accompagnarti nelle mani di Gesù.

Il secondo motivo è che non ero da solo: mi ha chiamato Ulli, mi ha chiesto di andare e mi ha accompagnato al capezzale di quest’uomo. Lì, ho visto in atto che cosa significa la compagnia della Chiesa. Fino all’ultimo e più decisivo momento della vita. Pochi giorni dopo la mia visita in ospedale, il signor Salvatore è salito alla casa del Padre, con Lui pacificato.

QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO DA FRATERNITÀ SAN CARLO

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