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Dopo la Quaresima, sono più santo di prima?

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padre Carlos Padilla - pubblicato il 31/03/21

Inizia la settimana più santa dell'anno, e dopo 40 giorni di Quaresima vedo che non sono più santo di quando è iniziata

Può essere che questi giorni siano santi, ma finché non lo sarò io non cambierà nulla in me. Non mi vedo più di Dio, né più docile, né più bambino, né con lo sguardo più puro. Questa santità, che è un dono, è proprio ciò che desidero. In realtà sogno che qualcosa della santità di questi giorni mi si attacchi sulla pelle, e che lo Spirito Santo mi invada calmando tutte le mie ansie e illuminando ogni mia oscurità. Questi giorni della Settimana Santa che ora sono santi una volta non lo erano. Quella prima Settimana Santa che oggi rivivo è stata piena di peccati.

La santità era nell’agnello immolato sulla croce, nel Figlio di Dio, che ha amato gli uomini fino all’estremo. In quei giorni, però, intorno a Lui è abbondato il peccato. E dove ha abbondato il peccato, ha finito per sovrabbondare la grazia portata dalla Sua resurrezione. Ma in quei giorni pieni di oscurità hanno regnato la notte, l’odio, il dolore.

L’uomo non sopportava un amore incondizionato, umile e misericordioso nella sua vita. Non sopportavano quell’uomo che sembrava non temere il potere di alcun uomo. Era un uomo di Dio, libero, saldo, fedele. E intorno a Lui si è rafforzato il peccato di quegli uomini che non sopportavano quel Gesù che pretendeva di essere Dio, Figlio prediletto di Dio, scelto.

Non sopportavano i Suoi miracoli, né le Sue guarigioni di sabato, né il perdono dei peccati che proclamava apertamente. Diceva di essere il pane di vita eterna, e loro non ci hanno creduto e lo hanno negato. In quella Settimana Santa è stato forte il peccato di tutti coloro che condannavano Gesù con le loro parole e i loro silenzi, con le grida e gli sputi. Quanto può essere facile condannare chi mi risulta fastidioso e scomodo! Quanto è facile disprezzare chi non amo e desiderare perfino la sua morte!

Molti parlavano e condannavano l’atteggiamento di quell’uomo che sembrava blasfemo. Non condannavano i Suoi miracoli, che potevano essere degni di ammirazione. Non condannavano le Sue parole, che spesso edificavano l’anima. Condannavano quelle pretese che sentivano nascoste e che immaginavano.

È molto facile immaginare negli altri atteggiamenti e intenzioni che non hanno, o proiettare nel prossimo ciò che io stesso sento e desidero. È la mia parola contro quella dell’altro. E non voglio cadere in quei giudizi, in quelle derisioni e in quelle critiche. Non voglio parlare tanto, preferisco tacere. Ma spesso mi vedo a condannare coloro che non agiscono come mi aspetto che facciano.

Critico chi spicca, chi è ammirato dagli altri più di me e mi suscita invidia. Critico chi non si comporta come vorrei, e non segue le mie indicazioni. Chi è infedele, peccatore o semplicemente non rispetta la parola data, o non fa quello che gli viene richiesto dagli altri.

E allora mi sento piccolo verificando quanto sia sporco il mio sguardo e avvelenato il mio pensiero. Porto dentro di me del veleno che sputo con rabbia quando mi sento offeso o si apre senza volerlo qualche ferita del pessato.

In quei giorni santi a Gerusalemme giravano molte voci, molte critiche. Si parlava e si taceva per condannare un uomo. Tacevano quelli che avevano paura. Parlavano quelli che non volevano che nulla cambiasse intorno a loro. Forse perché le loro opere non erano buone, o forse il loro cuore era pieno di peccato.

E allora sorgeva la condanna sulle loro labbra. Non importava che un uomo morisse per il bene di molti. Papa Francesco dice che solo la tenerezza salva: “È la tenerezza la maniera migliore per toccare ciò che è fragile in noi. Il dito puntato e il giudizio che usiamo nei confronti degli altri molto spesso sono segno dell’incapacità di accogliere dentro di noi la nostra stessa debolezza, la nostra stessa fragilità”. Quella tenerezza mi eleva al di sopra del mio giudizio e delle mie condanne. Tenerezza innanzitutto nei confronti della mia debolezza.

Perché in genere è la mancata accettazione della mia fragilità che mi indigna con gli altri, che mi rende aggressivo. Quella che mi fa criticare e condannare perché non sono in pace con me stesso, con la mia storia piena di ombre. La tenerezza nei confronti del mio cuore mi rende tenero con la debolezza visibile e perfino riconosciuta degli altri. Quella tenerezza mi rende misericordioso e compassionevole.

Smesso allora di spettegolare. Tanti parlavano male di Gesù in quei giorni santi. Spesso sono io a parlare male di quello che gli altri non fanno nel modo corretto. Non guardo dentro di me per paura. Preferisco tappare tutto, senza lasciare spazio a chi può mettermi in ombra.

Denigro chi mi è vicino, anche le persone che amo di più. L’amore che nutro nei loro confronti non mi impedisce di criticarle, anche davanti a molte persone. Condanno i loro errori, e non parlo bene delle loro decisioni nobili e pure. Rido di loro e le condanno. Mi soffermo solo su quello che non fanno bene, sottolineandolo. Gesù è passato facendo il bene.

Spesso non compio il bene. Gesù osservava tutto ma non lanciava alcuna pietra accusatoria vedendo la debolezza dell’uomo. Si ribellava solo contro l’ipocrisia e la falsità di chi si credeva più saggio. Parlava contro i giudizi degli uomini nei confronti dei deboli. In questi giorni non voglio parlare. Voglio imparare a nobilitare le persone senza vivere giudicando le loro azioni.

Resto in silenzio. Solo così sarò più di Dio e la Sua presenza renderà più santa la mia vita.

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