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Il grande “miracolo del sollievo” di san Filippo Neri

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Anne Bernet - pubblicato il 17/03/21

Una (e una sola) volta l'anno, ogni 16 marzo, il Palazzo Massimo (in Corso Vittorio a Roma) apre le porte ai fedeli che vi si accalcano per celebrare uno dei più eclatanti miracoli di san Filippo Neri: la risurrezione del figlio della casata.

Nato a Firenze il 22 luglio 1515 in una ricca famiglia, Filippo disdegnò molto presto l’eredità che l’attendeva e la vita facile a lui destinata dai natali. Intelligenza brillante, notevolmente portato per gli studi, filosofo e teologo d’eccezione, non si curava dei diplomi e non si studiava di fare carriera, di avanzare in società, di arricchirsi e contrarre una brillante unione. Come avrebbe detto un giorno a un giovane notabile giunto a esporgli i suoi piani di carriera: «E poi?». Alla fine del colloquio, il giovane decise di prendere i voti.

Per Filippo, l’essenziale è altrove, e i soli tesori da accumulare devono essere in vista della vita eterna – verità troppo negletta da un’umanità che si direbbe persuasa di poter restare per sempre quaggiù. «E dopo?»: l’angoscia di vedere i peccatori perdersi e correre a dannarsi perseguita Filippo, ma ancora di più lo lascia desolato la constatazione di quanto gli uomini trascurino l’amore di Dio e il prezzo del sacrificio di Cristo. Andava in estasi leggendo la Passione di Cristo e l’amore divino gli infiammava il pecco al punto che quello finiva per gridare: «Basta, Signore, basta». Nessuno stupore che prima e dopo la sua ordinazione (a 36 anni perché non si riteneva degno del sacerdozio) tutto il suo apostolato si sia sviluppato su due grandi assi: allontanare la gioventù dal peccato e assolvere i peccatori.

Un santo che non si prende sul serio

Filippo Neri è un apostolo della giovinezza. Batte il selciato di Roma alla ricerca dei bambini e degli adolescenti in pericolo; mostra la medesima compassione ai bimbi di strada, ai giovani destinati a una vita da galeotti e ai figli dell’aristocrazia (che corrono altri e non meno spaventosi pericoli).

Capace di riunire bambini e adolescenti di ogni estrazione attorno a uno scopo e a un ideale comune, Neri non insegna loro una pietà triste: a sé stesso infligge forti penitenze, ma loro li invita a ridere, a divertirsi, a giocare, a godere dei loro anni felici – posto che lo facciano senza offendere Dio. Di temperamento gioioso, scherza facilmente e ride di sé. È nota la sua preghiera mattutina: «Signore, fa’ molta attenzione a Filippo stamane! Se non gli tieni la mano sulla testa è capace di diventare maomettano prima di sera».

Riposare in Dio è la lezione di tutti i santi, e Filippo la applica a sé stesso. Proprio perché non si prende sul serio non si gonfia per i successi, accetta con umiltà i numerosi oltraggi che riceve e risponde con la medesima serenità alla fortuna seconda e avversa. Salvarsi è l’unica questione seria: lo dice e lo ridice ai suoi penitenti – confessore infaticabile che non esita, per istruire i penitenti, a impartire penitenze leggendarie come quella alla signora dedita al pettegolezzo che dovette spiumare un volatile per via e poi cercare di raccattare le piume fin sul Pincio. Missione impossibile, naturalmente, e la meschina comprese che la reputazione altrui sia perfino più delicata del piumaggio di un animale da corte.

Paolo! Svegliati!

Ovvio che lo si ami, e che lo si cerchi come confessore! Numerosi sono i giovani che cambiano padre spirituale per lui. Tra di loro Paolo Fabrizio Massimo, promettente quindicenne rampollo di una nobile famiglia romana.

Purtroppo all’inizio del 1583 Paolo non si alza più dal letto. Malato da settimane, s’indebolisce di giorno in giorno senza che i medici riescano ad alleviare le sue pene. La sua sola consolazione è la visita quotidiana di Filippo Neri.

La fama di taumaturgo circonda già il prete fiorentino naturalizzato romano, e già all’epoca sono tanti i malati guariti non solo per il contatto fisico diretto, bensì pure per quello indiretto con gli abiti o con gli oggetti sfiorati da Filippo. Non sembra però che Paolo abbia chiesto di recuperare la salute. Egli non vuole che una santa morte e la gioia di avere Filippo al capezzale negli ultimi istanti.

Ora, il 16 marzo 1583 – mentre lo stato del giovane ancora si deteriora – Filippo è assente e non si riesce a trovarlo… quando finalmente arriva, ben più tardi del solito, Paolo è già spirato, da solo, senza confessarsi l’ultima volta. A questa notizia Filippo non si turba né si affligge. Entra nella camera dove la salma del giovane giace e gli intima fermo: «Paolo! Svegliati!».

Si riaddormenta quieto

Nello stupore generale, Paolo apre gli occhi e si tira su. È di nuovo in vita e può confessarsi, come voleva. Data l’assoluzione, Filippo lo guarda con dolcezza e gli chiede se vuole guarire e restare in questo mondo, dove tanti pericoli e mali lo minacciano, o riaddormentarsi subito nella certezza della Salvezza e della gioia eterna. Paolo risponde che dall’altra parte lo aspettano la madre e le sue sorelle defunte, nonché Nostra Signora, Cristo e la gioia del cielo. Quindi si riaddormenta quieto nella morte.

Miracoli come questo vengono chiamati “miracoli del sollievo”, finalizzati a permettere a un’anima in stato di grazia l’accesso immediato al paradiso. Lungi dall’essere triste, la morte di Paolo Massimo diventa segno e promessa. Ogni 16 marzo, una messa solenne è celebrata nella Forma Straordinaria del Rito Romano nella camera del miracolo di San Filippo Neri, divenuta cappella: promemoria del fatto che la vera Vita non è in questa valle di lacrime.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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