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La più grande schiavitù? quella dello sguardo

De Visu/Shutterstock

don Luigi Maria Epicoco - pubblicato il 17/02/21

Il mercoledì delle ceneri ci fa entrare nel grande tempo dell’autenticità, facendoci sperimentare tre grandi luoghi dove possiamo imparare a disintossicarci dal bisogno di essere visti per recuperare il bisogno di essere veri.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli.

Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

E quando pregate, non siate simili agli ipòcriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà». (Mt 6,1-6.16-18)

La più grande schiavitù a cui siamo sottoposti è quella dello sguardo: siamo tutti bisognosi di sentirci guardati.

Non è un problema di vanità, è innanzitutto un bisogno latente di sentirci vivi solo nella misura in cui gli altri si accorgono di noi.

Se tutto questo è umano, con il passare del tempo, non accorgendoci di questa spinta interiore, possiamo rischiare di sottomettere tutta la nostra esistenza al solo bisogno di essere ammirati.

Tutto, allora, è fatto solo per attirare l’attenzione e non più per il motivo vero per cui ogni cosa andrebbe fatta.

Persino la vita spirituale, che dovrebbe essere lo spazio di autenticità più importante della nostra vita, può trasformarsi in una farsa.

Ecco allora che il mercoledì santoci fa entrare nel grande tempo dell’autenticità, facendoci sperimentare tre grandi luoghi dove possiamo imparare a disintossicarci dal bisogno di essere visti per recuperare il bisogno di essere veri.

Elemosina, preghiera e digiuno sono il grande alfabeto che ci offre la quaresima per prepararci all’incontro con la Pasqua.

Nessuno, infatti, può risorgere se non accetta di morire a ciò che lo imprigiona. La prima prigione da rompere è quella del proprio io.

Esso, infatti, ci fa vivere sempre concentrati su noi stessi, sui nostri bisogni, sulle nostre convinzioni, sulle nostre emozioni, eclissando quasi sempre l’altro, chi ci sta accanto, il nostro prossimo.

Nell’esercizio dell’elemosina noi ci impegniamo a non avere più come priorità il nostro io, ma a fare entrare la grande variabile del tu.

La seconda prigione è quella dell’autosufficienza, cioè del pensare di bastare a se stessi.

È la preghiera che ci ricolloca nella maniera giusta, relativizzandoci. Infatti nella preghiera ci accorgiamo che Dio esiste e che non siamo noi.

E questa notizia è liberante perché ci riconcilia con i nostri limiti.

La terza e ultima prigione da cui liberarci è quella delle nostre mancanze.

Passiamo la vita a riempire i nostri vuoti, ma solo digiunando da questo riempimento troveremo finalmente una via d’uscita.

Matteo 6,1-6.16-18

#dalvangelodioggi

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