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Briana Santiago: Dio ha sempre avuto in serbo il meglio per me

BRIANA SANTIAGO

Cristian Gennari

Annalisa Teggi - pubblicato il 14/01/21

«Ora sento la gioia che mi abita dentro e mi sostiene». Briana ci racconta il suo cammino dal Texas alla Consacrazione nelle Apostole della vita interiore.

Quando ero solita andare a Roma a incontrare i miei amici chestertoniani si sentiva sempre la frase: «Oh, ecco che arrivano le Apostole!». Frase rigorosamente al plurale, perché queste figure – come gli hobbit – comparivano in gruppo. Ragazze giovani con un sorriso disarmante. Bellissime, proprio perché quel sorriso illumina i loro volti. Quelle quattro chiacchiere veloci con loro mi hanno sempre lasciato il desiderio di capire di più. Allora ho chiesto a Briana Santiago di raccontare la storia della sua vocazione che l’ha portata a consacrarsi a Dio, appunto, nel cammino delle Apostole della vita interiore.


DON ELIO CESARI

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Si tratta di un carisma completamente dedicato alla cura spirituale del popolo, soprattutto dei giovani. Un lievito prezioso di questi tempi. Conosciamo meglio la presenza in seno alla Chiesa di queste consorelle, attraverso la voce di Briana la cui cerimonia di Consacrazione è avvenuta a dicembre del 2020. Anche al tramonto dell’anno della pandemia tanti segni della compagnia di Dio non sono mancati.

APOSTOLE DELLA VITA INTERIORE
Briana Santiago | Facebook

Cara Briana, ci tenevo a raccontare ai nostri lettori di Aleteia For Her la storia che si nasconde dietro il tuo sorriso. C’è una chiamata alla felicità a cui hai detto sì. Partiamo dall’inizio, cioè dagli Stati Uniti, vero?

Vengo da San Antonio, Texas. Sono nata in una famiglia cattolica e ho una sorella che ha due anni meno di me. Un po’ prima della mia nascita i miei genitori avevano trovato una parrocchia nuova, nel senso che la chiesa stessa era ancora da costruire. Io sono stata la prima bambina nata in quella comunità, quindi i miei genitori mi raccontano che il primo luogo in cui sono andata dopo l’ospedale e casa mia è stata quella parrocchia e c’è un aneddoto simpatico.

Alla messa i miei entravano in chiesa tenendomi in braccio, poi durante la funzione mi passavano agli altri presenti. Alla fine della messa il diacono o il sacerdote dovevano fare una specie di annuncio dall’altare per sapere dove ero andata a finire: «Potete riportare Briana ai suoi genitori che devono andare a casa?». In pratica, durante la messa io stavo in braccio a tutti.

Anche per questo, crescendo ho sempre avuto l’idea di chiesa come famiglia.

Noi siamo lontani dalla realtà americana. Essere cattolici negli Stati Uniti significa essere una minoranza ed esserne consapevoli?

Sì, i protestanti sono più numerosi. Anche se ultimamente forse i numeri stanno cambiando. E ci sono tantissime chiese, di tutti i tipi e con tantissime sfumature spirituali. Ma io vengo da San Antonio, che è vicino al Messico, e la grande presenza di messicani significa una grande presenza della loro cultura che è cattolica. Certo, non tutti praticano ma nella mia città si respira la cattolicità e non mi sono mai sentita minoranza.

Come sei cresciuta dentro questa esperienza di chiesa che consideravi famiglia?

Diciamo che davo per scontato che crescendo mi sarei sposata. Da quando ho memoria, il mio parroco ripeteva che mi sarei fatta suora o avrei sposato il mio miglior amico, Matthew. Io ero completamente contraria a tutte e due le ipotesi. Consideravo Matthew come un fratello, e le uniche suore che avevo visto erano quelle della casa di riposo da cui mi recavo insieme al parroco. Quando andava a visitarle, portava anche noi bambini perché riempivamo di gioia quelle suore anziane. Ho un ricordo bellissimo, erano tanto gentili e ci davano caramelle e banane. Però, la mia idea di suora rimaneva legata a quelle figure molto molto anziane. Non era esattamente una prospettiva entusiasmante.

La strada di un’altra vocazione è stata possibile…

Sì, diciamo che per i primi 18 anni della mia vita la mia vocazione non mi era completamente nascosta, ma aveva più a che fare con l’idea di crescere in un ambiente di amore, fede e comunità. Il discernimento vocazionale vero e proprio è cominciato all’università. Lì ho incontrato le Apostole della vita interiore.

SYNOD2018
Antoine Mekary | ALETEIA

E che facoltà hai scelto?

A me piaceva tantissimo l’idea di essere ingegnere, mi piaceva la manualità. O meglio: quello che credevo fosse manualità. Costruire, sistemare … questo volevo fare. Ma all’università ho scoperto che non ero proprio fatta per questo tipo di studio. Mi sono anche resa conto che era tutta teoria. Il primo anno è stato molto difficile. E ho fatto un salto che mi ha portata in un punto esattamente opposto: ho cambiato facoltà e mi sono iscritta a quella di Letteratura inglese.

Il cambio è stato giusto? Come ti sei sentita?

Ho avuto una crisi. Per prima cosa ho chiesto aiuto alla mia madrina, me lo ricordo benissimo: le ho telefonato e stavo piangendo, fuori dalle aule di Ingegneria. Avevo annunciato che avrei cambiato facoltà e alcuni professori mi avevano dissuaso dicendomi che non avrei combinato niente nella vita. La mia madrina mi ha posto la domanda che avevo bisogno di sentire: «Briana, cosa piace a te? Cosa ti dà vita?».

E ho pensato che, effettivamente, da quando ero piccola io leggevo autori come Omero, Jane Austen, Shakespeare. Letture non proprio solite per chi frequenta la scuola media. Studiare letteratura, mi ha dato una prospettiva più profonda.

Sono andata a fondo della mia umanità. Il mondo diceva che questi studi erano uno spreco, perché non li avrei tradotti in un lavoro redditizio, e invece io vivevo la meraviglia di poter entrare più a fondo dentro di me. Se in una poesia l’autore è in crisi con la sua identità, anche io che leggo quei versi devo chiedere a me stessa: chi sono?

Quindi anche questo è un tassello importante nella tua storia?

Sì, adesso voltandomi indietro ringrazio Dio di questa possibilità. Mentre c’ero dentro è stato molto difficile. Un altro elemento si è aggiunto: per frequentare questo corso universitario, oltre alla lingua principale che era l’inglese, dovevo scegliere una seconda lingua da studiare. Ero indecisa tra spagnolo e italiano. Forse sarebbe stato scontato scegliere lo spagnolo, considerando l’ambiente messicano di San Antonio, ma io mi sono basata su due preferenze molto semplici: mi piaceva la pasta e Andrea Bocelli. Quindi ho scelto italiano.

Ora vivo in Italia da 5 anni e quello studio è stato indispensabile. In quel momento forse non capivo la Provvidenza del Signore, ma l’intuizione c’è stata.

Noi mettiamo a fuoco dopo i passi che Lui ci fa fare. E gli basta anche solo un piatto di pasta e la voce di Bocelli per darci una spintarella. E quindi le Apostole della vita interiore le hai conosciute lì all’università?

Sì, fin dal primo anno. Sono musicista, ho suonato il violino per 12 anni e suono la chitarra dalla scuola media. Arrivata in università volevo partecipare al coro della parrocchia ed è stata fatta una serata di presentazione per noi interessati. In quell’occasione alcune Apostole hanno fatto dei canti a tre voci in italiano, ed è stata una cosa meravigliosa. Mi affascinava la loro musica, non tanto la vita consacrata.

Dopo qualche mese mi sono avvicinata a loro per chiedere gli spartiti e da lì è cominciato un cammino. Parte dell’apostolato delle Apostole è proprio l’accompagnamento spirituale dei giovani. Non ne sapevo nulla, ma ho iniziato ad avere dei colloqui personali con una di loro: mi ha aiutato a pregare, a conoscermi, e poi a discernere la mia vocazione.

Fermiamoci un attimo nel racconto, perché mi rendo conto che so proprio poco del carisma delle Apostole della vita interiore. Mi puoi dire dire in cosa consiste questa forma di vita consacrata?

Si tratta di un carisma sacerdotale, ma dicendo questo non intendo che noi consacrate vogliamo diventare donne-prete. Il sacerdote cos’è? È un ponte tra Dio e gli uomini. La nostra realtà è stata fondata da un sacerdote della diocesi di Roma, Don Salvatore Scorza che oggi ha 94 anni. Fin da quando era molto giovane desiderava avere una comunità che potesse dedicarsi a tempo pieno ai bisogni spirituali del popolo.

BRIANA SANTIAGO
Briana Santiago | Facebook
Briana Santiago ha incontrato Papa Francesco in occasione del Sinodo dei giovani

Dal tempo del seminario si era reso conto che al sacerdote competono tanti impegni amministrativi di cui occuparsi. Purtroppo non sempre riesce a prendersi cura del gregge come vorrebbe. Immaginò di avere a fianco delle persone che studiano filosofia e teologia, esattamente come la formazione sacerdotale richiede, e che si dedicassero, a tempo pieno (non dalle 8 alle 17, proprio a tempo pieno) e vivendo di provvidenza, a prestare attenzione e cura spirituale al popolo.

Negli Stati Uniti c’è più richiesta di accompagnamento spirituale, mentre qui in Italia si parla più di evangelizzazione o ritiri di meditazione spirituale. In Italia siamo noi che dobbiamo andare incontro ai giovani, mentre, ad esempio, negli USA al centro cattolico che frequentavo in università le consorelle esponevano un cartello all’inizio dell’anno per iscriversi a un colloquio di direzione spirituale e due ore dopo quel foglio era pieno.

L’idea alla base della nostra vocazione è questa. Noi facciamo 4 ore di preghiera al giorno, Don Salvatore ci tiene tantissimo e dice: «Non puoi portare Cristo all’altro, se non lo incontri tu per primo».

Bene, dopo questa parentesi necessaria, ritorniamo a te che eri all’università. Al termine del percorso di discernimento spirituale cosa hai scoperto di te stessa?

Dopo un anno e mezzo di accompagnamento spirituale la consorella che mi faceva da guida mi ha proposto la messa quotidiana. Mi ha suggerito di provarci per una settimana. Io non ero ben disposta, perché pensavo che avevo tanto da studiare e volevo anche avere una vita sociale. Credevo di non riuscirci e invece dopo quella settimana non ho più smesso. Nei tre anni successivi l’avrò persa solo 3 giorni, una volta perché ero proprio bloccata nel traffico. Ed è stato lì, quando mi trovavo in chiesa ogni giorno, ho sentito che c’era una parte di me che non voleva mai uscire. Volevo sempre essere più nutrita da quella comunione con Lui. Al tempo stesso la cosa mi spaventava tantissimo.

Avevo avuto fidanzati, relazioni anche molto lunghe. Sono stata con un ragazzo per 3 anni e parlavamo di matrimonio. Contemporaneamente al centro cattolico venivano tanti religiosi e ci davano una testimonianza di gioia incredibile. Ci dimostravano che la loro vita non era solo sacrificio, non era solo rinuncia. Dunque al terzo anno di università ho cominciato un percorso di discernimento vocazionale. E ho fatto quel che si chiama Nun run

E che cos’è? Suora che corre, letteralmente…

Non è una corsa. È stato un viaggio di 11 giorni che ho fatto insieme ad altre 6 ragazze e una consacrata che ci guidava. Eravamo tutte in cammino per verificare la nostra vocazione e durante questa avventura on the road ci è stata data la possibilità di incontrare tante realtà religiose. Abbiamo girato a bordo di un furgone per visitare 9 conventi. Sì, 9 conventi in 11 giorni!

Tutte le sere la consacrata ci faceva condividere l’esperienza vissuta in ogni convento. Ed è stato indispensabile, perché tra me e me dicevo: «Metti che sono davvero chiamata alla vita consacrata, quale scelgo e come scelgo? Devo guardare su Google?». Ho espresso questa mia angoscia sulla ricerca del mio posto giusto e la consacrata mi ha detto: «Briana, fidati di Dio perché lui metterà sulla tua strada la tua comunità. Vedrai che non ti lascerà sola con Google…».

Alla fine del Nun run, ho individuato due comunità con cui avrei voluto approfondire l’incontro, passare più tempo con loro. La prima era la comunità delle Figlie di San Paolo, la seconda era proprio quella delle Apostole della vita interiore. Le avevo avute sempre di fronte a me, ma non l’avevo mai considerata come possibilità. Dopo un anno e mezzo la scelta era ancora in bilico tra le due, nel frattempo mi sono laureata.

La Provvidenza ha voluto che grazie a una ragazza che stava facendo discernimento con le Apostole ho trovato lavoro in Kansas.

E in questo nuovo contesto è maturato il tuo sì, e la chiarezza che la tua “casa” sarebbe stata quella delle Apostole?

Sì, e ho fatto la domanda come postulante. Perché ciascuno è sempre libero, nessuno è venuto a dirmi: «Perché non entri?». Sono io che ho fatto la domanda per entrare. A marzo del 2014 mi è arrivata la risposta affermativa.

L’estate del 2014 è stata per me l’estate dell’addio. O meglio, non dell’addio: la nostra comunità non è di clausura, ecco. Diciamo che è stato un momento di consapevolezza per raccontare agli altri cosa avevo scelto e perché lo volevo.

Come hanno reagito le persone accanto a te?

C’era chi era super favorevole e chi no. Mio padre è stato entusiasta, mia madre ha fatto più fatica. Lei non riusciva ad accogliere l’idea che sua figlia non volesse avere figli. È stato faticoso spiegarle che resto donna, ma in un altro modo. Sì, è una rinuncia non avere una propria famiglia. Ma quando guido qualcuno nel percorso di accompagnamento spirituale, io mi sento madre.

BRIANA SANTIAGO
Cristian Gennari
Roma 12-12-2020 Consacrazione Suor Briana

Poi entrambi i miei genitori sono venuti a trovarmi nella casa dove abitavo con le consorelle. Lì mia mamma ha visto che ero in un posto in cui mi volevano bene, che ero in una famiglia. La sera in cui sono partiti per tornare a casa ho trovato sotto il mio cuscino un biglietto di mia madre: «Ora vedo che tu sei amata e puoi amare. E sono felice per te». E io giù a piangere…

È commovente, perché il cambiamento non accade dentro una discussione ma nella condivisione.

Non mi lasciava indifferente che ci fossero persone a cui volevo bene che erano contrarie a ciò che desideravo. C’era una parte di me che diceva: «Forse ho sbagliato io?». Ero dispiaciuta. Però questo scoraggiamento mi portava alla preghiera. E mettevo i miei dubbi e la fatica dentro la preghiera. Devo dire che sempre ho sentito la consolazione del Signore. Sentivo che mi chiedeva di darGli fiducia.

Sei entrata come postulante nel 2014 e so che la tua Consacrazione è avvenuta da poco, a dicembre del 2020. In questi 6 anni cosa è successo? 

Sì, è stato un lungo engagement con il Signore. Ed è giusto, perché non è una scelta da poco. Vale anche per il matrimonio, io non consiglierei a due giovani di sposarsi subito dopo che si sono conosciuti.

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giovanivita consacratavocazione femminile
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