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Sulla morte di Paola Gaglione troppe parole umane, servono quelle di Dio

MARIA PAOLA GAGLIONE

Maria Paola Gaglione|Facebook

Foto profilo Facebook|Maria Paola Gaglione

Paola Belletti | Wed Sep 16 2020

Ai funerali della giovane morta l'11 settembre scorso tra Caviano e Acerra, le parole di Padre Maurizio Praticiello, parroco di Caviano, che ha celebrato. "Oggi vogliamo pregare per te, Paola, perché il Signore ti tenga stretta tra sue adorabili braccia. E per tutti tutti coloro che su questa terra ti hanno amato e che hanno il cuore trafitto da una spada di fuoco.".

Facciamo finta che nessun avvoltoio si sia gettato sul cadavere, che nessuna iena si stia ancora aggirando nei suoi pressi.

Però non si dovrebbe fare finta, si dovrebbe fare davvero: evitare di seppellire sotto montagne di espressioni patetiche o rabbiose, pressapochiste o tendenziose, ideologiche e strumentali soprattutto, un evento così imponente come è la morte di una persona.

Paola Gaglione, intanto, non aveva ventidue anni come ricordano varie testate, ma diciotto come sa bene il sacerdote che l’ha battezzata solo diciassette anni fa. Un soffio. Quel sacerdote è Padre Maurizio Praticiello, che si ricorda perfettamente quando ha versato con dolcezza sufficiente acqua benedetta sulla sua testolina, immagino io, quasi pelata e così facendo l’ha trapiantata nel tessuto vivo del Corpo di Cristo, con la certezza che avrebbe attecchito.  L’ha immersa nella Sua morte e così l’ha destinata alla vita eterna.

«Paola, io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».

Alla fede che volte riduciamo ad astrazione, quei momenti, quelle parole sembrano eventi soltanto simbolici invece che misteri reali, segni di un cambiamento ontologico radicale. Ma davanti alla morte, in quanti sentiremmo con forza che quelle parole devono, non possono che essere vere? La morte ci fa orrore, anche ora, anche se viene spettacolarizzata, banalizzata, schivata in tutti i modi.

Si tratta di concentrarci su poche cose, perché, a ben guardare, i fatti fondamentali sono questi:  che si nasce e si possa procedere verso il traguardo attraverso il varco della morte. E così entrare nella nostra casa definitiva, per ritrovarci tra i nostri. Il tragitto per Paola è stato breve e drammatico. Che non sia tragico dipende da un altro grappolo di fatti inauditi: l’incarnazione, la passione, la morte e la resurrezione del Figlio di Dio. E da ciò che nessuno di noi può sapere circa la sua libertà, circa il suo cuore e che spetta a Dio giudicare.

Paola muore in un incidente in scooter causato dal fratello Michele

Nel ricostruire i fatti che hanno portato alla morte di Paola ci tocca richiamarne altri, legati agli stessi luoghi. Parco Verde a Caivano, Napoli, è lo stesso della piccola Fortuna Loffredo, gettata dall’ottavo piano per avere opposto resistenza all’ennesimo abuso sessuale. Aveva sei anni, era il giugno del 2014. Parco verde è anche il buco nero da cui cerca di non far risucchiare i suoi studenti la preside guerriera, Eugenia Carfora.

Paola era andata a vivere con Ciro, così vuole farsi chiamare, così viene chiamata Cira una ragazza che intende diventare un uomo e che ne stava assumendo atteggiamenti e qualche superficiale fattezza. Trans, si dice per ingiusta convenzione anche se viene imposto all’opinione pubblica come dovuto rispetto. Non è questo il vero rispetto. Questa osservazione non affatto vuole minimizzare il dramma che si cela dietro a comportamenti e scelte simili; tende invece a ristabilire almeno la realtà di un dato, ovvero che ognuno di noi nasce femmina o maschio per quanta fatica e dolore possa costare a ciascuno di noi guadagnarsi la propria identità.

Ma non è questo il tema.

E nemmeno “l’odio omofobico” che viene imposto d’ufficio come unico, tetragono movente dell’atto tanto esecrabile che ha portato alla morte della ragazza, ad opera del fratello Michele. Così sembra dalle prime ricostruzioni; le parole definitive per quanto riguarda la giustizia umana vanno lasciate a chi di dovere. Era la notte dell’11 settembre:

Una folle corsa da Caivano ad Acerra, coi due scooter che procedevano affiancati tanto da sembrare, nelle telecamere, un unico mezzo. Sul primo, un Sh 300, c’erano Ciro Migliore e la fidanzata, Maria Paola Gaglione, sull’altro, una moto Honda Adv, c’era il fratello di lei, Michele Antonio Gaglione, tutti residenti nel Parco Verde di Caivano. Un inseguimento in cui il ragazzo ha tentato più volte di fermare lo scooter, fino alla curva di via degli Etruschi, dove l’Sh è rovinato al lato della strada. Maria Paola è morta sul colpo, Ciro si è spaccato un braccio. Per i giudici non importa se lo scooter sia caduto per l’ultimo calcio o nel tentativo di fuggire, a causare quell’incidente è stato l’inseguimento e i tentativi continui del ragazzo di fermare, con la violenza, i due fidanzati in fuga. È la ricostruzione contenuta nell’ordinanza di convalida dell’arresto per Michele Gaglione, attualmente detenuto con l’accusa di omicidio preterintenzionale. (fanpage)

Parole umane, parole divine

E’ semmai di una giustizia di altro ordine che parla Don Maurizio nella sua omelia. E’ di uno sguardo “altro” che chiede la prospettiva, di una verità più definitiva di tutti i titoli di giornale che invoca la comprensione:

Insegnaci, Signore, a coltivare il vero rispetto per tutti. Ad inchinarci davanti alla vita, unica, preziosa e fragile i ogni essere umano. Ricordaci, ti prego, che l’uomo, ogni uomo, è terreno sacro davanti al quale inginocchiarci. Ricordaci che prima dell’orientamento sessuale, del colore della pelle, del conto in banca, viene la persona umana, creata a tua immagine e somiglianza. Aiutaci a rivolgere lo sguardo verso l’alto e respirare un sorso di aria pura. (Avvenire)

Aria, c’è bisogno di aria, anzi del vento dello Spirito Santo. Quello che come sacerdote auspica è proprio una profondità ed una larghezza di sguardo, che recuperi sempre la bellezza della persona umana, insuperabile in tutto il creato, per quanto tutti noi possiamo deturparla. Per quanto possiamo agitarci e scalmanare, noi figli di Dio segnati dal sigillo del Battesimo non possiamo strapparci di dosso il nostro appartenere a Cristo, la nostra adozione definitiva del Padre.

Il nostro destino eterno

Un editing genetico, quello che Gesù stesso opera mettendoci nel suo corpo, la Chiesa, che non conosce errori, effetti collaterali o mostruosità. Si espone solo al nostro libero rifiuto. Ma deve essere libero, consapevole, deliberato.

Davanti alla bara bianca Don Praticiello chiede perdono, perché non siamo riusciti a custodire quel bene tanto prezioso e fragile che era la vita di Paola. Nemmeno da lei stessa forse. I genitori, che ora attraversano un abisso di sofferenza, erano preoccupati per lei, per il suo vivere senza fissa dimora, perché aveva abbandonato gli studi. Avevano paura per la sua vita, per il suo futuro. Perché semplificare tutto e sempre su temi obbligatori non appena ci sia un minimo appiglio? Perché, a proposito di parole e della loro importanza, possiamo sì leggere la accorata omelia del parroco di Caviano ma possiamo anche imbatterci in video-sermoni su facebook dove qualcuno ci spiega quanto siamo retrogradi e quanto sia invece tutto semplice, se rispettiamo l’uso del maschile e del femminile così come lo chiede l’interessato, se lasciamo che ognuno ami come crede?

L’altare è luogo di speranza

Padre Maurizio dall’altare, unico luogo di speranza reale e duratura, non ci fa predicozzi, ma prega e si rivolge a Paola come fosse presente; non è un artificio retorico, si tratta di fede. E le chiede scusa. Al Signore invece chiede parole che non siano le nostre perché quelle, fino ad oggi, non hanno fatto che aumentare il dolore già di per sé insopportabile di due genitori, di una comunità, di chi le voleva bene, tutti, non solo la sua ragazza che pure ha dichiarato che avrebbe voluto morire al suo posto.

C’è bisogno delle parole di Dio, dunque.

Siamo in chiesa, la casa dove rimbomba la voce di Dio, dove si mangia il Pane di vita eterna. Siamo in chiesa, il luogo dove l’odio tace e la speranza avanza. Accompagnare un genitore al cimitero è sempre triste, accompagnarvi una figlia diciottenne è devastante. Troppo grande è il dolore suscitato dalla tua morte, Paola, per poterci illudere di lenirlo con le parole degli uomini.

(…)

non ci resta che correre a bussare alla porta del Vangelo e implorare: «Parla, Signore, che il tuo servo ascolta». Provvedi tu a fare ciò di cui non siamo capaci noi. Consola tu i cuori di tutti coloro che soffrono per la morte di Paola. (Ibidem)

Siamo stati concepiti per essere eterni

E con una finezza davvero opportuna, dopo aver ricordato il momento dell rinascita di Maria Paola nel Battesimo, fa un passo più indietro e ricorda quando lei, come ognuno di noi, ha iniziato a diventare eterna non appena è stata concepita nel grembo della sua mamma. Fa bene ad approfittarne, fa bene a ricordarci che siamo tutti destinati a questo, che siamo in una sala d’aspetto per un viaggio di cui Cristo ha già pagato il biglietto a tariffa intera (ed era carissimo!) e Lui stesso ci viene a prendere per fare tutto il viaggio insieme con noi, disagi e contrattempi compresi.

Sono pochi i fatti che val la pena ricordare e ripeterci: siamo nati, siamo stati redenti, siamo destinati a una felicità indistruttibile.

Da quando abbiamo iniziato a vivere – invisibili puntini – nel grembo delle nostre mamme, ci siamo trasformati migliaia di volte. L’ultima grande trasformazione è la morte. La morte. Per alcuni è il buco nero che risucchia e annulla ogni cosa. Dopo la morte, il niente. Per altri, e noi tra questi, è il trampolino che ci spinge più in alto. “Alla sera della vita ciò che conta è avere amato” scrive san Giovanni della Croce. Tutto passa, solo l’amore resta. E l’amore vero si ribella alla morte, la sfida in duello, l’affronta, la combatte, la vince. Paola, Cristo è risorto e tu risorgerai con lui. O morte dov’è la tua vittoria? Oggi vogliamo pregare per te, Paola, perché il Signore ti tenga stretta tra sue adorabili braccia. (Ibidem)

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