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È sopravvissuta a un massacro e ha salvato una bambina ebrea. La storia straordinaria di Zofia di Wołyń

ZOSIA Z WOŁYNIA

Fragment okładki książki "Zosia z Wołynia" Mateusza Madejskiego

Marta Brzezińska-Waleszczyk - pubblicato il 25/07/20

Sofia si è presa cura della bambina senza che nessuno se ne accorgesse, neanche la sua famiglia. Il tutto è durato tre mesi. Poi i vicini degli Stramski di Biała Krynica sono arrivati a Radziwiłłów. Sofia si è confidata con Natalia Roztropowicz, parlandole della bambina. La donna racconta:

“Non dimenticherò mai quello che ho visto, mi ha fatto venire i brividi (…). C’era una bambina stesa. Aveva la pelle d’oca, gli occhi in fuori, il collo magro come un palo. Le unghie erano talmente lunghe che si erano piegate… Quasi non si muoveva. L’avevano messa in una culla di legno con dei buchi in fondo, tutti foderati di fieno. L’urina scendeva a terra, ma le feci no”.

I Roztropowicz hanno deciso di prendersi cura della bambina. Non la nascondevano, e hanno allevato Inka come un membro della propria famiglia, dicendo che era figlia di cugini assassinati. Dopo la guerra si sono trasferiti a Nidzica, dove la bambina è andata a scuola, ma lì è avvenuto un episodio spiacevole: uno dei bambini l’ha chiamata “ebrea” durante una lite. Natalia era malata, le figlie si erano sposate ed erano andate all’università, e non c’era nessuno che si potesse prendere cura della bambina.

È allora apparso qualcuno del Comitato Centrale degli Ebrei Polacchi che cercava dei sopravvissuti ed esortava ad affidarli alle cure della comunità ebraica. All’inizio i Roztropowicz hanno rifiutato energicamente, ma il sentimento antisemita stava aumentando, e allora hanno acconsentito, a patto di poter rimanere in contatto con la bambina.

All’orfanotrofio, Inka ha incontrato la dottoressa Zofia Kagan-Goszczewska, che le ha detto che era sua madre e che aveva dovuto lasciarla con una famiglia polacca durante la guerra. Non era vero, ma la bambina le ha creduto, è andata a vivere a casa dei Goszczewski e poi in Israele con loro. Lì ha conosciuto il marito, trasferendosi in seguito con lui negli Stati Uniti. Per molti anni ha vissuto ignorando le sue radici e il suo tragico passato.

Treno per Auschwitz. Nozze con un soldato

La famiglia Stramski non è rimasta molto a Radziwiłłów, trasferendosi a Brody. A 16 anni, Sofia è diventata la cuoca dell’ospedale tedesco. Il denaro mancava, e trovare un lavoro era difficile. Non aveva dimenticato che erano stati i Tedeschi a invadere la Polonia, ma come ha sottolineato anni dopo non tutti i soldati erano imbevuti dell’ideologia nazista, e tra loro c’erano anche vittime della guerra.

1944. I Sovietici si avvicinavano, e Sofia e sua sorella caddero in una retata. Probabilmente sarebbero state portate ad Auschwitz. È risultato che sul treno si trovava anche il fratello di 14 anni. I tre sono riusciti a fuggire (c’era moltissima gente e la confusione era enorme). Sono arrivati a Przemyśl, e vi hanno trovato la zia. Sofia ha ricominciato a lavorare all’ospedale. Quando è sorta l’opportunità di andare a Żary, nei Territori Riconquistati, si è presentata. Avrebbe dovuto lavorare in una sartoria, ma poi ha trovato un posto in cui doveva tenere la contabilità.

Nel 1950 ha avuto la possibilità di trasferirsi a Stargard, e poi è andata a Szczecin, dove è stata assegnata a una appartamento insieme alla famiglia Hołub. Due dei suoi tre figli non erano sopravvissuti alla guerra. Czesław, il più giovane, militava nell’Esercito Nazionale (AK), in seguito WiN. Dopo la guerra è stato arrestato e torturato. Condannato a morte, si è visto la sentenza commutata nell’ergastolo. Dopo la morte di Stalin e il disgelo, la pena è stata ridotta a 15 anni, e dopo 10 è stato poi liberato. Ha sposato Sofia.

“Ho visto una bambina affamata. Ho dovuto portarle tutto il pane che potevo”

La storia della bambina ebrea salvata è stata un mistero fino a molto tempo dopo la guerra. Sofia non ne ha parlato fino al 2000. Non vuole essere un’eroina. Quando ha visto quella bambina, non le è passato per la testa che mezzo secolo dopo sarebbe stata premiata per una decisione presa quando era adolescente. “Ho visto una bambina affamata. Ho dovuto portarle tutto il pane che potevo”.

La bambina salvata, Inka Kagan, oggi si chiama Sabina Heller e vive negli Stati Uniti. Quando ha saputo che si stava preparando un libro su Sofia è stata felicissima. Prova una grande gratitudine nei suoi confronti. Quando guarda suo nipote e pensa di poter giocare con lui e di essere riuscita ad avere due figli e che questo è l’effetto di una decisione drammatica che qualcuno ha preso durante la guerra, si sente profondamente grata. “Ho ricevuto tanto bene dalla gente. È incredibile!”

Sofia – come dice nell’intervista-fiume che ha rilasciato a suo nipote Mateusz Madejski -, che ad appena 16 anni dava delle briciole di pane a Inka, non avrebbe mai pensato che la sua storia sarebbe finita nel palazzo presidenziale, dove nel 2019 ha ricevuto l’Ordine della Polonia Restituta, la seconda onorificenza civile più importante del Paese.

* Basato sul libro di Mateusz Madejski Zosia z Wołynia (Sofia di Volinia), Ed. Znak, 2020.

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ebreiseconda guerra mondiale
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