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Eduardo Verástegui si confessa su Giovanni Paolo II e sull'essere pro-vita

EDUARDO VERASTEGUI

fot. archiwum prywatne

Iwona Flisikowska - pubblicato il 16/06/20

L'attore, musicista e regista parla con Aleteia

Aleteia ha parlato con l’attore Eduardo Verástegui, che ha colto l’occasione della pandemia di coronavirus per esortare il mondo a recitare insieme il Rosario.

Un milione di persone che recita il Rosario: un’impresa incredibile e una splendida ispirazione. Come ha deciso di intraprendere questa sfida con i suoi amici sulle reti sociali, da vari luoghi del mondo, in varie culture e lingue?

Credo che possiamo creare unità anche senza parlare la stessa lingua: ci comprendiamo a vicvenda perché preghiamo. È una forma di riconciliazione del mondo che va al di là dei confini, delle culture e delle lingue di Nazioni diverse. Siamo una famiglia, e siamo complementari.

La pandemia ci ha fatto chiudere in casa. Per me è stato molto difficile perché non sapevo cosa sarebbe successo. Ero abituato a viaggiare continuamente, e il lockdown significava che qualcuno mi tarpava le ali. È così che mi sono sentito nelle prime due settimane. Ho pensato al fatto che i miei genitori si trovassero nella nostra casa di famiglia da un’altra parte, i miei fratelli negli Stati Uniti e io a casa mia. Alla fine mi sono reso conto che dovevo ringraziare Dio per il fatto di avere un posto in cui vivere e i mezzi per farlo, ed è stato splendido.

EDUARDO VERASTEGUI
fot. archiwum prywatne

Non riuscivo a pensare solo a me stesso, ma anche agli altri che come me erano chiusi in casa, ma non avevano mezzi finanziari o carte di credito. Si tratta di famiglie povere, spesso numerose, che vivono alla giornata. Non hanno Internet o accesso alle reti sociali, e allora ho pensato che dovevo fare qualcosa per aiutare quelle famiglie in una situazione difficile. Attraverso un movimento chiamato Viva México ho contattato la Caritas per unire le forze e aiutarle.

Abbiamo creato un movimento chiamato Dona Despensas (“Dona Ceste di Cibo”). Prepariamo ceste con prodotti alimentari per i poveri, e siamo riusciti a preparare già 60.000 pacchi per le famiglie più bisognose. Ma per me non era sufficiente. Sentivo di dover fare di più. Mi sono creato un programma giornaliero durante la pandemia: ore di lavoro, studio ed esercizio fisico, e anche tempo per la preghiera. Ma ero a casa da solo tutto il giorno. So che l’uomo non è mai solo, e sono consapevole del fatto che Dio è sempre con me, ma umanamente parlando ero solo.

E allora ho pensato che potevo usare le reti socali per pregare insieme. Perché no? Non volevo più pregare da solo. Volevo collegarmi ad altre persone. Prima di domenica 22 marzo ho scritto spontaneamente che potevamo pregare insieme per la vita. Ho pensato che magari qualcuno avrebbe potuto essere interessato, forse cento persone, o magari avrei pregato da solo su Internet. Sono rimasto molto sorpreso dal vedere che 10.000 persone si sono unite a me nella mia iniziativa di preghiera.

Sono rimasto piacevolmente sorpreso, perché il Rosario è una preghiera lunga, e quando viene trasmessa su Internet dura quasi un’ora. Ho detto a tutti “Se lo abbiamo fatto una domenica recitiamolo anche di lunedì”. E così abbiamo fatto, lunedì, martedì, continuando ogni giorno. Man mano che si avvicinava il 13 maggio [festa di Nostra Signora di Fatima, n.d.t.], ho detto alla gente che avevamo davanti una nuova sfida, pregare in modo particolare quel giorno. Ho pensato che si sarebbero unite 50.000 persone, ma alla fine sono state più di 200.000. È stato il “Rosario di Fatima”!

Per me è stato un miracolo che si siano unite tante persone. Il giorno successivo, dopo il 13 maggio, ero così commosso che ho affermato sulle reti sociali che avremmo dovuto prepararci per un’altra sfida: un milione di persone per il 31 maggio, celebrazione della Pentecoste.

Abbiamo da poco celebrato il centenario della nascita di San Giovanni Paolo II. Ha avuto l’opportunità di incontrarlo?

Sì, e ringrazio veramente Dio per questo. È stato un incontro stupendo: è stato lì che è iniziato il mio nuovo stile di vita, in cui ho scoperto la mia nuova missione. Posso dire che la mia vita sia cambiata quando ho incontrato Giovanni Paolo II: ho ricevuto un rosario dalle sue mani e ho chiesto la sua benedizione. Il Papa mi ha detto di realizzare film in difesa della vita e mi ha ascoltato, mi ha benedetto e mi ha fatto una croce sulla fronte. Qualche mese dopo è morto. L’incontro ha avuto luogo nell’Aula Paolo VI nel novembre 2004, e lui è morto nell’aprile 2005.

Per me è non solo un santo, ma anche un uomo che ha avuto le sue passioni. C’è stato un periodo in cui era un attore come me, e quindi lo apprezzo ancor di più e mi sento ancor più legato a lui. Usava l’arte per mostrare i veri valori e combattere contro il male – il comunismo, ad esempio. Credo che l’arte, come il cinema, influenzi molto la società, e possa quindi diventare uno strumento per il combattimento spirituale. In questo senso, l’arte può aiutare a trasformare il mondo.

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