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«Dal luminoso verde sono stati creati cielo e terra e tutta la bellezza del mondo»

SUNSET, GIRL, GRASS
Jan Faukner | Shutterstock
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Al mondo intero che oggi abbraccia la causa del «verde» nella Giornata Mondiale dell’Ambiente osiamo proporre la sfida di un’ecologia integra, totale e innamorata: la viriditas di Santa Ildegarda.

Ho riscoperto grazie a mia figlia quanto sia bello fare i puzzle. Non dico che possa diventare una forma di preghiera, ma sicuramente può essere un’attività che dal giocoso si fa molto riflessiva: per essere ho bisogno di essere intera. Ho bisogno di una mano che metta in ordine i miei tasselli scomposti, sia dentro che fuori. Spesso il mondo mi sembra un enigma perché io sono un enigma a me stessa. L’ordine, se oggi lo tiriamo fuori, è perché ce lo suggerisce Marie Kondo. Un’altra donna invece disse: «Le cose tutte quante hanno ordine tra loro», ed era Beatrice che parlava a Dante al principio del Paradiso. L’ordine non è una fila o uno stile minimal, è un tessuto pieno di legami vivi dentro cui siamo stati creati, ci muoviamo e che ci abbraccia.

Ma noi siamo l’epoca delle connessioni, che ha perso l’entusiasmo per l’integrità: ma a che serve legarci tra noi se ignoriamo il legame di senso complessivo che regge l’universo? Ad esempio, oggi celebriamo la Giornata Mondiale dell’Ambiente, parola riempita di molti contenuti ma che è proprio solo un frammento isolato. L’umanità venera pezzettini piccoli, smarrita dentro un puzzle che non sa come assemblare. Ci struggiamo per gli alberi abbattuti e le specie estinte, ma ignoriamo che la prima vittima di questa Natura, venerata come divinità da un mondo sostanzialmente ateo, è proprio l’uomo stesso.

C’è l’ambiente, c’è il benessere, c’è il rispetto, c’è una miriade di frammenti impazziti che dicono del desiderio di un bene cercato a tentoni – direbbe San Paolo – ma da parte di umanità orfana. Ci manca la forza vigorosa che nasce solo dentro una visione integra e integrale del mondo, quella che lega la goccia d’acqua che scende dal cielo alla lacrima che riga una guancia.

Osiamo, allora, azzardare una sfida che viene da molto lontano, e scuote la vista come quando il cielo è squarciato dal fulmine e ferisce gli occhi. Lasciamo le proteste dei followers di Greta e prendiamo il sentiero di un’altra donna che tuttora affascina chi è curioso davvero di scoprire i segreti del mondo: santa Ildegarda di Bingen.

Splendore del verde

Quante campagne ecologiste sono incentrate sul verde? Ormai questa parola non indica più un colore, ma una filosofia. Se sei green sei il perfetto cittadino del mondo contemporaneo: fai la differenziata, giri con la bicicletta e se proprio ti sposti in auto usi il car-sharing, riduci al minimo l’uso della plastica, mangi bio e scioperi durante i Fridays for future.

Quanto si è sbiadito il colore verde in questo ritratto umano di smart-ecologisti-anonimi! Sì, anonimi perché capaci di una buona condotta che non ha bisogno nè di un volto né di un cuore. Ma perché proprio il verde è la bandiera della battaglia ecologica? Perché non il giallo del sole che è un’energia pulitissima? Perché non il blu del mare incontaminato? La risposta più banale e giusta ci porta proprio a un passo dallo stupore più forte: verde è il colore delle foglie, delle distese di foreste vergini.

Giusto, ma se poi dovessimo spiegare qual è il motivo per cui questo colore ci suggerisce tutte quelle idee di naturale, ecologico, sano saremmo un po’ presi alla sprovvista. Ecco perché tocca rivolgerci a una donna, santa, che nel verde di una foglia vide un’esplosione di vita, energia, armonia così grande da doversi aggrappare a una parola ancora più potente: viriditas. Non c’è traduzione possibile in italiano per questa parola, allora tutte le volte che Ildegarda la usa io mi immagino un bambino che al massimo della gioia grida saltando: “Evviva!”.

Dire verde è dire che il mondo è vivo, con l’entusiasmo con cui ce ne accorgiamo a primavera quando da un tronco spoglio spuntano nuove fresche foglie. Anche Ildegarda esplodeva di gioia nell’accorgersene e la sua esclamazione era in poesia e musica.

O Viriditas nobilissima, che hai radici nel sole,
e in candida serenità riluci
nella ruota che nessuna altezza terrena contiene,
tu sei circondata dall’amplesso dei divini misteri.
Risplendi come la rossa aurora
E ardi come la fiamma del sole.

La prima cosa che ci suggerisce il verde è il bisogno di radici, dentro la foglia scorre una linfa viva che essa non produce da sé ma le arriva dal cuore della terra.

A un’anima che aveva scelto per vocazione una vita contemplativa non è possibile smembrare il mondo in un puzzle scomposto; e così, guardando la foglia, Ildegarda rifletteva su di sé: anche nell’uomo scorre una linfa viva che esplode in floridezza ed energia, che pure egli non genera da solo. E anche nel cielo profondo c’è una luce e un movimento di astri che possiede un impulso vivo e inarrestabile. La viriditas allora è quel sigillo originale che fa verdeggiare l’universo, dall’intimo del cuore umano alle galassie più lontane:

La viriditas – disperazione dei traduttori -, la “verdezza” è nel cuore stesso del tessuto dell’universo nello schema cosmico di Ildegarda. L’uso che ne fa Ildegarda lo rende un termine profondo, immenso, pieno di energia dinamica. Il mondo al culmine della primavera è pieno di viriditas, Dio ha dato il soffio della viriditas a tutti gli abitanti del Giardino dell’Eden, anche il più piccolo ramo sul più insignificante degli alberi è animato dalla viriditas, il sole porta la vita della viriditas nel mondo. (da Ildegarda di Bingen: la vita e l’opera di Anne H. King-Lenzmeier)

Le radici di questa viriditas, paradossalmente, sono nel sole – canta Ildegarda. Noi siamo, allora, un albero vivo piantato in un cielo infuocato. Lo splendore di questo verde si accende di paradossi che fanno venire le vertigini a noi contemporanei: la viriditas di Ildegarda è piena di quella forza virile che il latino esprime con vis, ma trabocca anche della fecondità della verginità. La Madonna infatti viene definita viridissima virgo da Ildegarda, perché

la verginità non è priva di fecondità, dato che una vergine ha creato l’Uomo-Dio, attraverso il quale tutto è stato creato. (da Ildegarda di Bingen: Storia di una santità iniziatica, di Michele Proclamato)

Quanto arranchiamo dietro le spregiudicate altezze di pensiero dei medievali, eh? Neanche la femminista più esuberante del XXI secolo sarebbe mai arrivata a legare l’energia della virilità allo splendore intenso della verginità. Ma quello che deve scuoterci ancora di più dal nostro attuale torpore infiacchito è la straordinaria concretezza di esperienza da cui sbocciavano queste intuizioni.

La malinconia, il contrario del verde

Finora mi sono catapultata al cuore di un contenuto, trascurando ogni informazione anche molto superficiale sulla protagonista. Ildegarda di Bingen visse una lunga vita – morì nel 1179 – in cui declinò il suo amore assoluto per Dio in una serie infinita di interessi: la si definisce musicista, erborista, naturalista, cosmologa, poetessa, consigliera politica e molto altro. Era a questa sua multidisciplinarietà – triste parola moderna – che pensavo all’inizio quando lamentavo la mancanza di una umanità integra. Riconoscere l’esistenza di un Creatore è la prima fonte di energia umana per coinvolgersi in una conoscenza universale, integrale.

E fu dalla clasura che Ildegarda esplose di curiosità per il mondo intero, l’entusiasmo che trapela dal suo concetto di viriditas nasce dall’aver scelto di attaccarsi a Dio in una relazione esclusiva.

Ciò che è verde è vivo, palpitante, attraverso le sue fibre e le radici, anche profonde, passa la vita, e la vita genera frutti di ogni specie, che arricchiscono la bellezza del creato e, a loro volta, si preparano a produrre ancora, in un processo continuo, infinito ed esaltante: il processo vitale, che non si arresta mai e che, per uno straordinario prodigio, è capace di generare vita anche dalla morteProprio questa capacità generativa deve aver affascinato tanto Ildegarda, la vergine votata totalmente a Dio fin dalla più tenera età; esclusa dal mondo degli esseri viventi, in una clausura, che teoricamente, erigendo un solido muro tra le recluse e il mondo esterno, avrebbe dovuto renderle privo di interesse ogni processo naturale, impedendogliene la conoscenza. In realtà, forse, quell’averla strappata dal mondo, gliene ingigantì il fascino e l’amore straordinario. […]
Il mondo di Ildegarda è un mondo vivo, un mondo protagonista, mai oggetto, da cui lei, a piene mani, afferra le numerosissime immagini simboliche e le figure, di cui non svela mai subito l’identità, catturando perciò con il senso di mistero che le circonda; poi, dopo la ‘cattura’, è sempre lei che sembra spingerci a scoprire i segreti, a scrutare le potenzialità enormi che questo mondo nasconde. (Di Maria Vittoria Picozzi)

Gli studiosi dicono che non ci sia da stupirsi riguardo a questo entusiasmo di Ildegarda per il verde, considerando l’ambiente naturale che circondava l’Abbazia di Disibodenberg dove fu educata, prese i voti e visse la prima parte della sua vita claustrale. Si trattava di un luogo immerso in una natura rigogliosa ed esuberante. Dagli occhi s’innescò l’intensità di pensiero che abbiamo tratteggiato prima.

DISIBODENBERG ABBEY
Wikipedia
Resti dell'Abbazia di Disibodenberg

Ma poi avvenne che, in seguito a una visione, nel 1150 Ildegarda decise di fondare per le sue novizie una nuova comunità femminile nel monastero di Rupertsberg presso Bingen e si trasferì in una zona che era brulla e rocciosa. Ed è in questo passaggio geografico, che diventa spirituale, la chiave davvero ecologica a cui possiamo ispirarci.

Noi – metaforicamente parlando – siamo quella terra brulla in cui Ildegarda cominciò un nuovo capitolo della sua vocazione. Si può dire che lasciò l’Eden per abitare la terra della maliconia; o meglio: per andare a coltivare e salvare la terra della malinconia. E la malinconia è proprio quel male profondo che ci affligge tutti, perché – per quante definizioni se ne trovino in giro – é la condizione di chi si sente separato, staccato, escluso dalla vitalità rigogliosa della viriditas:

La malinconia prende il sopravvento ogni qual volta la linfa prodigiosa della viriditas si inaridisce, ma è anche un dolente strumento di esplorazione del proprio mondo interiore, in quanto connette l’individuo con la tragicità della condizione umana. Ildegarda, infatti, non trascura l’interpretazione teologica di questo male, che ritiene intrinsecamente legato alla condizione del genere umano dopo il peccato originale. Un fardello ereditato dall’antica colpa di Eva e di Adamo, che si propaga nell’anima come una pestilenza silenziosa. (di Erika Maderna)

Come una foglia staccata dal ramo si rinsecchisce, così l’uomo, staccato dalla linfa che nutre il mondo, si spegne in un tragico languore. Il nostro pianeta muore innanzitutto di questa malinconia (che è nostalgia tragica di un Bene presagito eppure ignoto), patisce la pena di sentirsi orfano di un Padre dimenticato. Ecco il deserto che ci accerchia. L’inquinamento, l’incuria del creato, tutte le ferite che l’ambiente naturale manifesta sono il volto esteriore di un male che corrode l’intimo delle nostre anime allo stesso modo. L’inquinamento e l’aridità hanno attecchito nei nostri cuori, prima di riversarsi sui boschi e nelle praterie e nei mari. La sfida ecologica attuale resterà sempre e solo un idolo, se non riconosce questo legame tra ciò che è spirituale e ciò che è ambientale.

Dal luminoso verde sono stati creati cielo e terra e tutta la bellezza del mondo

Fu con questo slancio che Ildegarda andò a fondare una nuova comunità umana dove Dio la chiamava; e in una terra arida e brulla piantò un nuovo seme vivo di viriditas. E, a onor del vero, ogni slogan moderno sulle emissisioni di anidride carbonica e sulal plastica impallidisce al confronto dell’avventura umana che questa voce così viva e così medievale ci suggerisce.

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